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Ricordo di una strada:
Viale Zara

La nobile Pesaro degli anni Trenta

Non è facile conservare nel tempo lo smagato incanto di una giovinezza lontana e non tanto e non solo nel ricordo, ma quello che più conta nello spirito. Ci è riuscita la signora Guglielmina Cancelli in una deliziosa plaquette "Ricordo di una strada" dedicata a quel Viale Zara, che è stato un po' il palcoscenico, negli anni Trenta, della sua adolescenza. La strada di Guglielmina Cancelli, è una strada viva, fatta sì di case e di acacie, ma soprattutto di persone e di ricordi palpitanti, anche se il tempo inesorabile ha cambiato le prime e ha posto tante croci sulle seconde.

Ho avuto la fortuna, in occasione di un ciclo di lezioni su "Pesaro nei secoli. La qualità della vita", organizzate dal benemerito comitato locale della Società Dante Alighieri, di parlare sulla "Pesaro nel novecento: una nobile città di provincia" e di conoscere la signora Cancelli che in chiusura del mio dire, ha portato la sua testimonianza orale proprio sull'amato Viale Zara. Alla lettura delle pagine di "Ricordo di una strada" era palpabile nel pubblico un'attenta, vissuta partecipazione, un "esserci" che andava ben oltre la cortese educazione dell'ascolto, scioltasi alla fine in un lungo applauso di consenso e di ammirazione.

Accade spesso che la prosa del ricordo scada nel sentimentalismo più vieto e diventi una maniera alla Guido Gozzano, senza l'originalità e la misura del poeta torinese. Guglielmina Cancelli è riuscita ad evitare questo tranello e a restituire al lettore un capitolo di microstoria soggettiva e oggettiva a un tempo. Certo, ci sono i ricordi personali: affettuoso il veloce ritratto della madre, nostalgica la memoria degli amici perduti anzi tempo, femminile e pittoresca l'attenzione ai fiori dei giardini, ma tra le righe risalta anche un vero e proprio spaccato della Pesaro anni Trenta, con lo sviluppo urbanistico della città giardino, il moletto proteso sul mare, la spiaggia e la vita gravitante all'intorno nella stagione estiva. E poi ancora gli abitanti di Viale Zara con le loro attività: fotografi, fabbri, sarti, ceramisti, e le loro passioni la musica, il canto, la pittura e su tutto aleggiava una grande umanità, una solidarietà inesorabilmente cancellata dal tempo e che rivive nella memoria di un'adolescenza perduta. Con il rimpianto delle cose senza ritorno.

Nando Cecini

Viale Zara. La strada dove sono nata. La strada dei miei ricordi.
Ciò che talvolta si riaffaccia alla memoria risale agli anni ‘20 o meglio ancora agli anni ‘30.
Prima infanzia, prima giovinezza.
Ma la guerra ha spazzato via tutto, figure, cose... solo i muri ci sono ancora, un po' degradati, un po' rimessi a nuovo.
Sì, la strada c'è ancora, ma di quel tempo, di quel vivere nulla è rimasto.
Solo la memoria è l'unica testimone e la strada rivive nel ricordo.

Viale Zara è nata agli inizi del secolo, quando a Pesaro venne tracciato il piano regolatore della zona mare. Intesa forse come un naturale proseguimento della Via Castelfidardo, e infatti inizialmente fu questo il suo nome. Assunse poi il nome Zara in omaggio alla città che la Storia in quegli anni volle italiana e da allora è ancora chiamata così, tranne che per Zara città che italiana non lo è più.

La strada inizia a partire dalla nazionale (Viale della Vittoria) e termina con il moletto, il caro vecchio moletto proteso sul mare, baciato dalle onde che sbattono contro gli scogli.

Piano piano sorsero le case. Devo dire che la prima fu proprio quella dove sono nata. Viene a trovarsi all'incrocio con Viale Cesare Battisti, all'angolo destro. La fece costruire mio padre nel 1911. Un signore proveniente da Cantiano, una mente assai lungimirante. Una bella casa grande, isolata, stile Liberty con un grande giardino. Man mano sorsero file di case allineate, tutte uguali su entrambi i lati ed altre singole distaccate. Furono piantati alberi di acacie e in breve la strada divenne un bel viale alberato.

Ed ecco che la strada si anima, incomincia a vivere la sua vita fatta di uomini, di abitudini, di risa o di pianti di bambini che crescono, di lavoro quotidiano, di finestre che al mattino si aprono al sole, di portoni che possono di già chiudersi per sempre. Riemerge, come d'incanto, dal mondo dei miei ricordi il giardino fiorito del sarto Garattoni. Era proprio all'inizio, superata la nazionale.

Dava il via alla strada

Il sarto Garattoni era noto per la sua bravura, aveva clienti molto esigenti (vedi mio fratello il dottor Cancelli) che solo lui riusciva ad accontentare e di ciò ne andava fiero. Ma io credo che la sua vera passione fossero i fiori. Quando non era particolarmente intento nel suo lavoro, era particolarmente intento al suo giardino. Era molto facile vederlo curvo sull'aiuola a zappettare, sarchiare, piantare o trapiantare...... fiori per ogni mese, per ogni stagione, fiori per tutto l'anno. Dalle prime violette ai crisantemi. E chi passava di lì non poteva fare a meno di fermarsi ad ammirare quel tripudio di colori. "Che bello!" E il sarto Garattoni sorrideva felice.

Colori e ... suoni

Sì perché all'angolo opposto abitava la famiglia Massarini, una ditta di pianoforti, anzi una dinastia di pianoforti. Solo che questi erano invece esposti vicino al Liceo Musicale "Rossini" a lato della parete di fianco del Salone Pedrotti. Comunque, dire Massarini significava l'immagine del pianoforte e quindi suoni. Tuttavia la presenza di un pianoforte vero, autentico esisteva e proprio vicino a casa mia. Apparteneva alla signora Coltorti, una signora affabile che amava molto stare alla finestra e c'era sempre un saluto per tutti.

Per un paio d'anni l'ho frequentata dovendo studiare pianoforte complementare. Io studiavo violino e non so, forse allora non usava prendere in affitto un pianoforte? Mah! Ed è da quella casa che incominciavano ad uscire i primi suoni un po' balbettanti... in attesa di quelli più sicuri ed imponenti. Certo l'angolo di casa mia era ben ricco di suoni. Io con il mio violino, di là dalla rete nella casa dei Perazzini il contrabbasso di Anteo Pastorio, mio compagno di scuola e di birichinate e nella casa di fronte il violoncello di Daniele Alberghetti. Daniele Alberghetti, un tipo simpatico, un allegrone... ma Daniele non era solo un ottimo violoncellista, Daniele cantava anche... e con bella voce baritonale. Da buon mattacchione qual'era, gli piaceva molto mettersi alla finestra, o meglio sul terrazzino e... allora sì che la strada tutta era un Figaro qua, un Figaro là, un Figaro giù, un Figaro su... su... su... su quel terrazzino.

Ma tornando ai colori, si riparte da casa mia, dove, negli anni 20 c'era mio fratello Ciro, pittore con i suoi pennelli, la tavolozza, i quadri e lo studio in casa. Ma nel '29 partì per Milano e lo studio si chiuse. Nella casa rimasero alle pareti solo bellissimi ricordi colorati.

In quest'incrocio di suoni e colori c'erano però anche i Cartoceti ceramisti con scuola d'arte ceramica e tanto di apprendisti e dal loro laboratorio uscivano piatti e piattini, tazze e tazzine, vasi e vasetti finemente decorati a rose e rosette, arabeschi, ghirigori vari... tutti su fondo blu raffaellesco...

Nella casa appresso ai Cartoceti abitava invece il fotografo Belli molto rinomato, con studio al Corso. Era chic farsi una foto da lui, anzi una posa in bianco e nero, gli unici colori usati e sperare di essere tra le foto esposte in vetrina come divi o dive... del cinema muto.

... "tanto il Belli faceva tutti... belli"

...Né colori né suoni là in quella casa dell'ultimo angolo con Viale C. Battisti... solo un grande silenzio o forse il nero, il nero di un'ala mortale che si era presa la giovinezza bella di Alceo Campanati e sempre le persiane chiuse, fedeli custodi di un dolore profondo... E noi ragazzi, quando si passava di lì abbassavamo gli occhi e affrettavamo il passo e con sguardo furtivo a quelle persiane chiuse e poi via, via, da quella casa triste e correre, correre laggiù fino al moletto, a guardare il mare...

Superata la casa triste, dopo il grande cancello della villa Ottaviani situata al centro di un grande giardino, il fervore della vita riprende. Si ode infatti provenire dalla vicina officina del fabbro Bardeggia, un incessante battere del martello sull'incudine. Non sono veramente dei suoni molto melodiosi, ma direi rumori, però molto, molto ritmici!! Il fabbro Bardeggia era bravissimo, un artista nel suo campo, un artista del ferro... assai battuto... Ma era noto anche per la sua famiglia molto numerosa. Undici figli!! Non era cosa comune, nemmeno a quel tempo di mussoliniana memoria. Difatti era stato premiato con il famoso premio Le belle famiglie italiane di lire 500 (se ricordo bene) che forse per allora era una bella cifretta fatta di lire quota 90. Non c'erano neanche allora premi per chi lavorava sodo, ma per chi faceva molti figli sì! E così tra il martellare dell'officina e gli schiamazzi e le risate dei ragazzi ultimi della scala, veri capobanda della strada, viveva la movimentatissima e vivacissima casa dei Bardeggia.

Si è così arrivati all'incrocio con Viale Trento. Qui c'è l'angolo dello sport. Abitazione del calciatore Bruno Bedosti, campione della novella Vis, colori di maglia: bianco e rosso. La strada si è adeguata alla nuova arte del pallone. I suoni affievoliscono invece... tanto vicini e tanto lontani...

...C'era un momento, in certe giornate in cui sembrava che la strada con i suoi passanti, bambini, ragazzi curiosi, si mettesse come improvvisamente all'erta, sul chi va là... passa la Spiridovna! risatine malsoffocate, occhiatine di finta indifferenza... Spiridovna! Che razza di nome è? Strano, stravagante, buffo, ridicolo... Alta, una gran testa di capelli ricci neri, un po' impettita, la Spiridovna veniva su, diretta in città, dall'angolo con Viale Trieste, dove abitava. Era una Mengaroni, notissima famiglia di maiolicari, seguaci e degni continuatori dell'ancor più celebre cinquecentesca Maiolica Pesarese. Famiglia dalla quale era uscito quel Ferruccio, autore di una grande testa della mitica Medusa e che era morto fatalmente ancor giovane, travolto proprio dalla sua opera bellissima andata in pezzi. La Medusa venne poi ricomposta e restaurata. Oggi la si può ammirare al Museo delle Ceramiche di Pesaro.

Sarà stato questo fatto a conferire al nome Spiridovna un qualcosa di mitologico o di superstizioso, tale da suscitare tanta curiosità? Era solo un nome, ma di cero non era da calendario.

Viale Zara, i tuoi incroci con strade trasversali, tutti nomi patriottici: Viale C. Battisti, Viale Trento, Viale Trieste, l'ultimo un lungo, lungo mare e poi uno spazio vuoto, dominato alla sua fine dal prolungamento del caro vecchio moletto, dove in seguito, trovarono posto Villa Olga e l'Arena Lido Teatro all'aperto.

Ma nello spazio vuoto i miei ricordi si perdono e si disperdono tra le mille risa e i mille spruzzi delle onde infrante.

Al percorso dei miei ricordi va però, un ultimo sguardo ancora... Sguardo che va a due figurine gentili. La mia mamma e la signora Cecchini. Due buone amiche. La signora Cecchini abitava vicino al Belli fotografo e quindi a due passi. Perciò si incontravano facilmente ed era inevitabile fermarsi. Ogni nuovo giorno forniva loro nuove notizie. Raccontare, parlare della casa, del giardino, del problema delle rose con i pulcioni o il tormento delle zanzare, della famiglia, dei figli... La signora Cecchini aveva due figli. Luisa e Bruno, due cari amici di qualche anno maggiori di me. Un giorno Bruno partì. Aveva scelto per il suo avvenire le vie del Cielo. Ma il cielo ingrato lo vide precipitare con il suo apparecchio nel mare di Bari.

Ma a me piace rievocare le due mamme che, pur nella pena segreta per i figli lontani, amavano, nelle calde serate estive, sedersi fuori dal portone (per lo più quello di casa mia) a prendere il fresco, ad osservare il passeggio, curiose spettatrici del progredire della zona mare. ... Allegre frotte di pesaresi venivano giù dalla città, anche loro a godere il fresco della brezza marina e molto anche (forse di più) a cercare di vivere le novità della nuova estate.

E tra l'ormai vecchio moletto e la nuova piattaforma in faccia allo stabilimento balneare (in seguito trasformato in Kursaal, nome difficile, ma decisamente più moderno) e poi la cosiddetta passeggiata faraonica e il tratto di mezzo del Viale Trieste era tutto un su e giù di saluti, di incontri, sfoggio di vestitini nuovi, l'ottimo gelato del chiosco di Aristide, il ritorno dei bagnanti habitué e le facce rubiconde di quelli appena arrivati e... l'orchestrina che dalla terrazza del Kursaal dove suonava per fortunati ballerini. A tutti offriva l'ascolto di focosi tanghi o languidi valzerini lenti... molto lenti... oh dolce Vienna tu...

Sono le 8 di mattina. Il sole splende e le acacie fiorite profumano l'aria. Bianche lenzuola sono stese alle finestre aperte. Anche i portoni si aprono... si va al lavoro.

Ecco il signor Gregori, puntuale come un orologio, diretto come al solito al suo negozio al Corso e il signor Temellini alla sua barbieria... qualche donna con la sporta si avvia per la spesa quotidiana. Bambini e ragazzi vanno a scuola... Il martello dell'incudine già batte forte, allegramente ritmico. Daniele ancora non canta... è troppo presto.

E' un giorno qualunque.

Ma per un po' il tempo si è fermato sulla strada dei miei ricordi...

Forse è possibile scattare una foto.

Una bella foto a colori...

DA GUARDARE E POI SORRIDERE... PER RIVEDERE E RIVIVERE UN TEMPO CHE NON C'E' PIU'.

Guglielmina Cancelli


 
 
 
 
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