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Lo Spazzino e le Piramidi

Le prime luci dell'alba vedevano il solito netturbino percorrere con la sua ramazza le vie della ridente (a detta di alcuni), o provinciale (a detta di altri) cittadina di Sorape, sulle rive del Mare Atridaico. Era costui un personaggio (poco) amato dai suoi concittadini, non si sa se più per il suo carattere chiuso e scorbutico, per la sua nomea di iettatore, o per il suo aspetto, eufemisticamente definito bizzarro (ributtante era comunque il termine utilizzato). Simile ad un irsuto cinghiale per l'incuria della sua capigliatura, caracollava su due gambe storte e piedi a papera, al cui confronto l'andatura di uno gnu ubriaco sarebbe sembrata elegante. Il particolare più saliente era tuttavia un'enorme pancia, definita "a stiva di baleniera" o "a caldaia di altoforno" a seconda della postura orizzontale o verticale che il nostro assumeva. Da più decenni ormai svolgeva il suo lavoro con un attaccamento inconsueto. Non tanto perché brillasse per laboriosità, anzi le sue assenze per malattie vere o presunte (era anche notevolmente ipocondriaco), superavano la media degli operatori ecologici dell'azienda municipale; quanto per un orgoglio (ai più incomprensibile) della sua attività, al punto di essere giunto a farsi stampare sul biglietto da visita:

"Brocco Borteolini - Scopino".

Leggende metropolitane lo volevano rampollo di benestante, se non addirittura nobile, famiglia locale, che per qualche torto reale o immaginario subito, o delusione di studio, politica o amorosa o non si sa che, esprimesse in questo modo la sua rivolta contro un mondo che disprezzava (e che lo ricambiava). Qualcosa di vero doveva esserci. Ad osservarlo si sarebbe notato che ogni tanto sospendeva il monotono ramazzare, quando incontrava una pagina di giornale, un opuscolo, un volantino: non per mera perdita di tempo, ma per un qualche segreto interesse verso gli accadimenti politici, culturali, mondani, specialmente se locali. Il suo mondo era ridotto, quasi angusto: si estendeva assolutamente non oltre la città, da Viale Triste, lungomare di Sorape, al centro storico, da lui definito "il Ghetto". La circonvallazione era Finis Terrae, i nuovi quartieri Hic Sunt Leones, la città più vicina un altro sistema solare. Ma per il suo ghetto nutriva quel sentimento di amore-odio pari a quello per il suo lavoro. Sentimento che oscillava schizofrenicamente da un desiderio di perenne immobilità all'aspirazione di un rivolgimento radicale.

In quei giorni, qualcosa aveva turbato la tranquilla e sonnolenta vita cittadina. Con l'inizio dell'estate, tra le varie attività promosse dal municipio, aveva avuto inizio una mostra di opere d'arte in alcune vie e piazze del centro. "Le opere del maestro Stecconi resteranno esposte per tutta l'estate, consentendo alla città e ai cittadini un'interazione fisica e metafisica, consistendo in volumi inseriti nel contesto urbano col quale dialogano..." Questo stava leggendo su una pagina del locale quotidiano, Il Carlo del Restino, prima di avviarla al cassone del suo Ape. L'argomento era salito in cima alla lista dei suoi interessi, non per una particolare propensione all'arte, ma perché quelle opere erano collocate nel suo territorio, ed erano veramente monumentali. Triangoli di 4 metri di base per 10 di altezza, spessi oltre un metro; sezioni di cilindro (definite subito "i tondi") di uguale spessore e 3 metri di diametro; un gigantesco arco lungo più di 20 metri e alto 6-7 metri. Con un "tondo" aveva addirittura rischiato l'incidente. Abituato da decenni alla solita traiettoria di attraversamento della Piazza centrale per raggiungere il retrostante mercato delle erbe, nella luce incerta del mattino si era trovato di fronte l'opera all'improvviso, e solo la modesta velocità del mezzo gli aveva consentito di evitare l'impatto.

Non era il solo cui le opere avevano provocato problemi. Nei giorni successivi la sua ramazza continuava a catturare pagine di giornale, che per l'esiguità degli accadimenti locali, dedicavano ampio spazio ad attacchi e difese della mostra. Iniziarono i commercianti del Corso, dove erano stati posti i "triangoli", a protestare per lo spazio sottratto; gli automobilisti per l'ulteriore ostacolo posto al traffico; i frati dell'antica ed artistica chiesa di fronte alla quale ne era stato collocato uno, perché seminascondeva il portale gotico. Replicavano l'autore, gli artisti solidali, i critici, gli assessori, accusando gli oppositori di ristrettezza di vedute, di difesa di meri interessi corporativi, di insensibilità all'arte. Il professore universitario Riganti pubblicò sul Corriere Atridaico un complicatissimo articolo in cui, facendo ricorso alla teoria del caos, a equazioni frattali, integrali indefiniti, dimostrava come il valore delle opere fosse uguale a tre: un'allusione, secondo i maligni, al Q.I. (Quoziente di Intelligenza) del sindaco e della giunta, essendo il professor Riganti esponente dell'opposizione. La polemica salì di tono e divenne rovente, gli animi si esasperarono.

Il nostro eroe cominciò ad avvertire che forse si stava avvicinando il momento di schierarsi a difesa di un assoluto immobilismo o a favore del rovesciamento del mondo. Non mutare nulla? Cambiare tutto? Cambiare tutto affinché non mutasse nulla? Il problema non era semplice, ad anche se avesse avuto la soluzione chiara, difficile era esprimerla. L'occasione per questo gli venne offerta dall'immancabile raccolta di firme per una diversa dislocazione di alcune opere, i "triangoli". Le firme si raccoglievano presso tutti gli esercizi commerciali del Corso.

Superando la sua innata ritrosia all'esternazione in pubblico di una presa di posizione, si recò, appena finito il turno, nel primo negozio che gli capitò, un'elettricista. Varcata la soglia, un rigurgito di paura lo assalì e gli impedì di dichiarare subito il suo scopo; per cui indugiò a lungo, acquistando nel frattempo 2 abat-jour, 10 lampadine, 5 interruttori tripolari, e una confezione di 100 fusibili. Finiti i soldi, in preda all'orgasmo per il momento ormai giunto, chiese:

"E' qui che si firma per abbattere la Chiesa ed erigere al suo posto un romboide iperbolico di 40 metri?"

Dieci secondi dopo sfrecciava, nonostante la sua ponderosa mole, lungo il Corso, inseguito da tutti gli abitanti del quartiere, frati compresi. Allo sbocco del Corso nella Piazza, nonostante la leggera salita, la sua energia cinetica era paragonabile a quella del terzo stadio di un missile Ariane. L'abitudine decennale lo portò in rotta di collisione con un "tondo", appuntamento rinviato appena qualche giorno prima. Lo scontro fu inevitabile e catastrofico: cadde supino, mentre l'opera colpita ondeggiava paurosamente sopra di lui. Un grido di orrore si levò dagli astanti quando, schiantato l'ancoraggio il "tondo" gli precipitò addosso. L'incredibile avvenne: rimbalzando sulla sua enorme epa, il "tondo" schizzò contro il Palazzo Comunale aprendo una voragine sulla facciata e distruggendo la Sala del Consiglio. Fortunatamente (o sfortunatamente) era quasi ora di pranzo e non si teneva nessuna seduta della giunta. Prontamente, approfittando dello sbigottimento generale, il nostro si dileguò. Venne avvisato lo scultore della vicissitudine occorsa alla sua opera mentre stava facendo un bagno tonificante. In effetti la cattiva accoglienza alle sue opere lo aveva molto prostrato, e per quanto si fosse profuso in tentativi di spiegazione, non gli era riuscito di farsi comprendere. Terminato il resoconto, una luce folle si accese nei suoi occhi. Saltò fuori dalla vasca e, nudo, novello Archimede, si precipitò per le vie della città urlando:

"Ve lo dicevo io, hanno interagito, hanno interagito!"

Niben O'Fasten


 
 
 
 
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