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  *

Io, John e la puttana di John

Insomma, erano le sei di mattina, e mi telefona John.

"Pronto?", riuscii appena a bofonchiare. Avevo la bocca impastata, e il solito senso di nausea dovuto a problemi di digestione. Avevo l'appendicite cronica. Il dottore mi aveva detto che l'unico problema che mi avrebbe dato, sarebbe stato una difficoltà di digestione, di tanto in tanto. A distanza di qualche mese non digerivo più nulla, neppure il the coi biscotti. Non me la sentivo di chiamare il dottore, perché sapevo che aveva l'appendicite cronica pure lui. Era questa la fregatura. Era una specie di sfida a chi soffriva di più, o a chi crepava prima, e con un dottore coll'appendicite cronica sapevo di non aver possibilità.

"Pronto, Charles?". Sentii una vocina paonazza. Charles ero io, o per lo meno, così mi pareva. Il fatto è che alle sei di mattina non ne ero tanto sicuro. Le sei di mattina non sono uno scherzo. Specie per uno abituato ad alzarsi alle due del pomeriggio. Avete letto bene.

"Uhu, sii...?", cercai di dire.

"Pronto, Charles? Sono John".

"Uhu..."

"Charles, mi devi aiutare, sono nei guai. Devo riprendere la macchina dalla puttana. Non me la ridà più. Sono preoccupatissimo. Devi farmi il favore di accompagnarmi. Dobbiamo andare a riprenderla. La puttana è impazzita, Cristo Santo! Non mi ridà la macchina!"

"John...?"

"Sì Charles, fammi questo favore, accompagnami. E'impazzita! Non mi ridà la macchina!"

"Dio Santo, John, ma che ora è?"

"Non lo so, Charles, mi devi aiutare. La puttana è impazzita."

Era questo il problema di John. Era un istintivo, frequentava brutte compagnie, e non sapeva neanche che ora era.

Guardai l'orologio grande sul tavolo. Erano le sei.

"Senti John, ora rivado a dormire. Ritelefonami fra un po' e vediamo".

"Sì Charles, ti ringrazio. E' impazzita..."

La comunicazione si interruppe.

John aveva un problema. Ne avevo anch'io uno. La sera prima Miriam mi aveva sigillato la mia macchina col bloccasterzo, quell'affare di metallo, lungo e duro, che una volta chiuso non fa girare il volante. Non sapevo bene come fare. Telefonare a Miriam era inutile. Guardai le luci fuori dalla finestra. Le sei del mattino, era buio e tutto pareva immobile. Tornai a dormire.

Mi svegliai verso mezzogiorno. Era una bella giornata primaverile. Mi sembrava di ricordare qualcosa a proposito della macchina di John. Ma per il momento mi premeva di più la mia, che era bloccata col bloccasterzo.

Mi preparai, e presi un caffè lungo, caldissimo. Per poco non lo vomitai nella tazza. Uscii colla bocca vagamente impastata di caffè e vomito. Il sole picchiava duro sugli occhi, così mi misi gli occhialoni neri da killer. Presi il motorino, riuscii a farlo partire, praticamente a calci, ed uscii.

Andai da un carrozziere, o da uno che mi ricordavo fosse un carrozziere. Arrivai nella sua officina, in un vicolo di una zona industriale. Entrai da un'apertura del capannone. Dentro era praticamente buio.

"C'è nessuno?"

Sentii un rumore, come di ferraglia.

"Chi è là?". Era la voce rauca di un vecchio.

"Sono Charles Rittman, sono suo cliente". Era vero, ed ero anche un ottimo cliente. Avevo letteralmente fatto a pezzi una mezza dozzina di macchine nella mia carriera di automobilista, e quel carrozziere con me e le mie assicurazioni aveva fatto ottimi affari.

Sentii un altro rumore di ferraglia, come delle ruote che girassero sul pavimento. Da sotto un'auto uscii fuori qualcosa di simile ad un essere umano. Aveva una specie di tuta stracciata, barba lunga e sporca e uno sguardo da subnormale. Non so se mi riconobbe.

"Che c'è?", mi fece.

"Ho un problema, ho l'auto chiusa da un bloccasterzo, ho perso le chiavi e lo devo aprire. Ha niente per aprirlo? Che so, un trapano, una sega..."

"C'è il tronchetto", disse senza espressione.

"E cosa sarebbe?"

"E' una specie di sega circolare, apre qualsiasi cosa".

"Ottimo, me lo presta?", gli chiesi.

Mi guardò fisso per alcuni secondi, da sdraiato sopra una specie di carrucola, dov'era.

"No. Non posso". E facendo muovere la carrucola tornò in un attimo sotto l'auto. Rimasero fuori solo le gambe da metà coscia.

Rimasi impalato per qualche secondo. Il vecchio stronzo contava che me ne andassi. Io gli diedi un calcetto, colla punta della scarpa, sulla rotula, tanto per farglielo sentire un po'.

"Perché non può?"

"E' un attrezzo della carrozzeria. Non può uscire da qui", lo sentii dire, sempre da sotto l'auto. Stava armeggiando con qualcosa, o faceva finta.

"Senti vecchio", gli feci, "prestami questo tronchetto del cazzo, mi serve. Te lo riporto subito".

Non sentii risposta.

"Vecchio, HO BISOGNO DEL TRONCHETTO, prestamelo dài", e gli diedi un altro calcetto, più forte, sempre sulla stessa rotula.

"Chi mi dice che non ti serve per una rapina?"

Era questo quindi. Aveva paura che lo usassi per rubare qualcosa. Era proprio stronzo.

"Senti, amico, non diciamo boiate. Ho la macchina bloccata. Devo aprire il bloccasterzo. Prestami il tronchetto. Apro il bloccasterzo e te lo riporto subito".

Uscì da sotto l'auto col solito rumore di ferraglia. Si decise ad alzarsi e mi portò a prendere un arnese, grosso, pesante come un trapano, con una rotella al posto della punta. Aveva un interruttore a pressione nel mezzo, ed un lungo filo.

"Devi attaccarlo alla corrente. Per metterlo in moto premi qui. Occhio alle dita perché taglia tutto", mi fece, facendomi vedere come impugnarlo. Poi me lo diede.

Lo presi. "O.K., grazie". E me ne andai.

La giornata cominciava a diventar calda.

Arrivai a casa. Attaccai la spina con una prolunga attraverso la finestra, ad una presa della mia camera. Aprii la portiera. Il maledetto bloccasterzo era lì, duro e solido come una statua dell'isola di Pasqua. Provai ad azionare il tronchetto. La rotella cominciò a girare vorticosamente, sfrigolando.

"O.k.", pensai, "attacchiamo".

Cominciai ad accostare la rotella alla struttura della sbarra del bloccasterzo, la adagiai sopra e cominciai a fare pressione. La superficie cominciò ad intaccarsi e scivolarono via un'infinità di schegge incandescenti. I miei gatti si misero intorno alla macchina a guardare. Mi sembrava che ridessero.

Ad un certo punto spensi il tronchetto, e sentii squillare il mio telefono, dentro casa. Lasciai il tronchetto per terra ed entrai.

"Pronto?". Era John.

"Pronto, John?"

"Charles, sono io. Allora mi accompagni a prendere la macchina?"

Ricordai tutto. John era un buon tipo. Aveva un'amica bulgara che lavorava nei Night, faceva l'entreneuse. Quella che ti si presenta, le devi offrire da bere, poi balla coi clienti. Li deve far spendere. Era una ragazza giovane, che con questo lavoro squallido manteneva tutta la famiglia, in Bulgaria. John si era mezzo rovinato per lei. Ora le aveva prestato la macchina, e lei non gliela voleva ridare. Si era emancipata.

"O.K., John, senti. Ora ho da fare con un bloccasterzo. Spacco tutto, poi ti passo a prendere e andiamo, O.K.?"

"Come, cos'è che stai facendo?"

"Lasciamo perdere. Ti passo a prendere fra un po'".

Tornai alla macchina. Ero riuscito a segare la sbarra per metà. Sarà stata spessa un centimetro, ma mezzo l'avevo ormai portato via. L'interno della macchina era tutto sporco di schegge di uno strano materiale. Sembrava gomma.

Ripresi il lavoro. I gatti continuavano a guardare e a ridere. Il sole oramai picchiava alto. Lo stomaco praticamente non lo sentivo più. Sentivo solo lo sfrigolio del tronchetto.

Ad un certo punto, incidendo sulla struttura di plastica che chiudeva il volante in una morsa, il bloccasterzo si aprì, come un ferrovecchio. Lo presi con la mano sinistra e lo strappai via. Ce l'avevo fatta. Mi sentivo come Carl Lewis o Mike Tyson.

Staccai la presa dal tronchetto, in camera mia, presi una paletta e una scopetta per pulire l'interno della macchina, che aveva un dito di residui dappertutto.

Ci misi una mezzoretta a pulire alla benemeglio. Sembrava una cosa decente. Ripresi il tronchetto, lo misi nel bagagliaio, mi misi al posto di guida e finalmente potei partire. Ero distrutto. Avevo il braccio destro praticamente slogato dalla fatica. I gatti mi guardavano mentre mi allontanavo.

Tornai dal carrozziere. Presi il tronchetto dal bagagliaio ed entrai nella solita caverna buia. Appoggiai il tronchetto dove era stato preso. Rividi il vecchio sdraiato sotto un'auto. Non so se fosse la stessa.

"Le ho riportato il tronchetto, grazie".

"Com'è andata la rapina?", lo sentii dire.

Non risposi e me ne andai.

Arrivai a casa di John, e lo trovai sul balcone di casa, al primo piano, che mi aspettava. Vide la mia Tipo rossa che arrivava, e prima che mi fermassi era già sceso e mi stava salendo in macchina.

"Ciao John", gli feci.

Non mi salutò neanche.

"Dio Santo, la puttana non mi ridà la macchina! E' impazzita! Ho telefonato e ha detto che non me la ridà! Dobbiamo fermarla!..."

"Certo John, stai tranquillo, ora andiamo".

Ma John non era affatto tranquillo. Aveva una specie di delirium tremens. Era paonazzo in volto e sudava. Quando era così rosso sembrava che la sua testa tonda stesse per scoppiare.

Ripetè la solita storia 10, 20, 30 volte, all'infinito. Era impazzito:

"L'altro giorno mi fa: - Mi puoi prestare la macchina? - Era appena andata a sbattere colla sua. Perché BEVE. Lavora fino al mattino, nel night, e BEVE. Io gliel'ho prestata. Poi ieri le ho telefonato: - Mi servirebbe la macchina, me la puoi ridare? - - No, non te la do. Serve a me, non te la do. - E ha riattaccato. Ha staccato il cellulare. E' tutta la notte che ci penso. Quella mi distrugge la macchina, Perché BEVE, la notte ha preso a bere. Litiga coi padroni del locale perché i clienti le mettono le mani nel culo. - Non sono una puttana -, fa. E gli dicono - Devi saper stare coi clienti -, e lei piange, e BEVE. E ha fatto un incidente l'altro giorno. Ha distrutto la macchina, e mi ha chiesto in prestito la mia. Io gliel'ho data. Poi ieri ho telefonato..."

E così via. John continuava all'infinito. Urlava sempre di più e diventava sempre più paonazzo.

Io guidavo, con un braccio slogato, con lui al mio fianco che urlava come un pazzo. Facevo fatica a trovare la strada per Rimini, dove abitava l'amica di John, in tutto quel casino. E lui urlava sempre di più. Pensai di tramortirlo con un colpo di kung-fu al collo, ma non conosco il kung-fu e non riuscivo ad usare il braccio destro neanche per guidare. Mi faceva così male quando cambiavo le marce, che decisi di lasciare il cambio sulla terza, da Pesaro a Rimini. Non cambiavo neanche quando ripartivo dagli incroci. La macchina sputacchiava come un trenino e procedeva tremando.

Finalmente arrivammo a Rimini. La casa della bulgara era in un condominio, un palazzone vicino al mare, con un ampio parcheggio.

John mi portò urlando fino al parcheggio. Dopodiché non aspettò neanche che mi fermassi e scese al volo, colla macchina in movimento, e sparì in una porta al piano terra del condominio, che evidentemente portava alle scale. Io mi fermai nel parcheggio ed aspettai in macchina. Era una zona residenziale, con dei palazzoni che sorgevano da dei parcheggi, accanto al prato e alle erbacce.

John ridiscese dopo un minuto. Entrò in macchina.

"Non c'è! Non c'è! Le ho telefonato, è al "Polipo Rosso", un ristorante sul lungomare. E' ad una festa. E' il suo compleanno, Andiamo! Andiamo!"

Accesi la macchina e partimmo per il lungomare.

Non sapevamo dove cercare. Il lungomare di Rimini è lunghissimo. Chiedemmo a dei marinai, un disperato, dei pazzi, due puttane. Facemmo il lungomare 2 o 3 volte, in lungo ed in largo.

Alla fine trovammo il "Polipo Rosso", in una traversa. Era chiuso. Scendemmo. La porta era sbarrata da delle travi inchiodate. Vidi sul vetro l'immagine riflessa di una bestia, enorme, spaventosa, con un pazzo al fianco. Eravamo io e John.

"Mio Dio, John! Ma Perché ti fai trattare così?!"

Me la presi con lui.

"Ma le ho telefonato! Ha detto al "Polipo Rosso". Torniamo a casa sua!"

Risalimmo in macchina. Gli feci:

"John, ma non ti rendi conto che ti prende per il culo?"

"Ma, ha detto al Polipo Rosso".

"John, al telefono ti può dire qualunque cosa! Che ne sai dov'era? Ci ha mandato in questo posto, che è chiuso, ma chissà dov'era lei!"

John ebbe un brivido e zittì un attimo.

"Dici?", fu tutto quello che riuscì a dire.

Tornammo ai palazzoni. John scese ed andò di corsa a suonare uno dei campanelli. Qualcosa rispose, perché John si illuminò come una luce al neon. Mi indicò il campanello con un dito e mi fece cenno di venire con lui. Io gli feci cenno di no. Non volevo saperne niente di quella storia. Che John facesse la sua scenata, se riteneva, ma io volevo rimanerne completamente fuori. Salì da solo.

Rimasi da solo ad aspettare, e intanto pensavo che fra i due forse facevo il tifo per la bulgara.

John arrivò dopo un quarto d'ora, con aria trionfante. Aveva in mano qualcosa che sembrava una pompa per bicicletta.

"Ho fatto tutto!" Era raggiante.

"Ho ripreso tutto, anche la pompa per la bicicletta che le avevo prestato. Alla fine ha fatto: - Non ti telefono più! - - Non me ne frega un cazzo! -, ho risposto.

John si sentiva trionfante. Era uscito da un incubo. Urlava e ballava da solo come un bambino. Finalmente entrò nella sua 500 blu, con le chiavi che aveva ripreso, io entrai nella mia, e partimmo.

Dopo poche centinaia di metri si fermò. Lo sentivo ancora urlare dalla felicità, attraverso i vetri. Mi affiancai, e ci parlammo dai finestrini.

"Cosa c'è?", gli chiesi.

"Ha lasciato questo", e mi mostrò una collana. "L'ha fatto apposta per farmi tornare", mi fece con fare intuitivo.

Non sapevo che dire.

"Fa come vuoi, John. Se torni io riparto".

John fece inversione e mi salutò. Io ripartii. Era riandato incontro al suo destino. Andava bene così. Io proseguii.

Una puttana con le calze a rete rosse mi fece un sorrisino. Poi ce n'era un'altra, una negra coi capelli ossigenati, alta quasi due metri coi tacchi. Forse era un viado. Dalla faccia non sembrava. Poi mi sembrò di sentire un 'clac'. Con ogni probabilità era l'Autovelox.

Roberto Labate

 


 
 
 
 
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