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Settembre 2009 / Lettere e Arti
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  *

Quello che ama gli uccelli

Come ogni volta, quando mi sentivo solo e lontano dal mondo nel quale vivevo, mi ritiravo in un piccolo parco della periferia della città. Là c’era tanto silenzio e potevo ascoltare la mia anima che piangeva. Ero così triste perché non potevo sfuggire alla povertà, a quella vita senza gioia. Avevo comunque una gioia: in quel parco c’erano tanti uccelli e il loro canto e il loro meraviglioso volo in libertà mi sollevavano un po’ dalla tristezza. Io tiravo fuori dalla mia tasca il pane, il mio cibo quotidiano, e lo dividevo con loro. Si raccoglievano intorno a me e mangiavano con tanto appetito le molliche. Poi mi salivano sulla testa, sulle braccia e iniziavano a intonare un canto struggente che mi penetrava nel cuore. Così trovavo la forza di andare avanti sui sentieri della vita.
Un giorno, quando davo da mangiare agli uccelli, dietro di me ho sentito un fruscio, come se qualcuno stesse calpestando l’erba. Mi sono voltato e ho visto due occhi grandi e azzurri che mi guardavano con tanto piacere e ho avuto la sensazione che mi penetrassero nel cuore e lo accarezzassero. Grande meraviglia! Gli uccelli non si sono spaventati e non sono volati via. La ragazza si è seduta sull’erba di fronte a me. Pareva una maga venuta da un mondo di favola. Una voce calda mi ha chiesto come mi chiamassi. Io ho risposto che non avevo un nome, ma che ero quello che ama gli uccelli e il loro volo in libertà.
“Bella deve essere la tua anima, Quello che ama gli uccelli! Io ti seguo da tanto tempo e solo oggi ho trovato il coraggio di venire a parlare con te. Mi piacerebbe tanto che fossimo amici”.
Subito la povertà si è risvegliata dentro di me, ha cominciato a battere i piedi, a urlare e continuava a tormentarmi. Era gelosa perché avrei potuto dimenticarla. Mi sono alzato e, senza dire nessuna parola, sono fuggito. Sono fuggito con la vergogna nell’anima: non avevo il diritto di amare una ragazza così bella. Ho lasciato indietro i miei amati uccelli e quella ragazza che sembrava mi avesse letto nel cuore. Nella mia fuga mi è sembrato di sentire queste parole: “Domani devi venire qui, ti aspetterò”.
Non so come, sono arrivato alla mansarda della casa disabitata, il mio rifugio. Mi sono buttato sul letto improvvisato e ho iniziato a piangere un pianto di disperazione. Quella notte non ho dormito, pensavo a quella ragazza che, come me, amava gli uccelli e il loro volo in libertà. Il giorno dopo, verso sera, sono tornato nel parco e, nascondendomi, quasi fossi un ladro, sono arrivato nel mio caro posto. Non c’era nessuno, neanche gli uccelli, che erano andati a dormire. Appoggiata sull’erba, ho visto una busta. La luce della luna mi ha aiutato a leggere queste parole, scritte in bella calligrafia: “Per Quello che ama gli uccelli”. Ho messo in tasca la busta. Solo quando sono arrivato nella mansarda l’ho aperta. Dentro c’era una lettera che ho letto alla luce di una candela. Quella ragazza conosceva tutto di me, come se fosse stata mandata dalla mia vita. La lettera finiva con queste parole che non ho più dimenticato: “Il tuo destino non lo puoi cambiare. Io sono venuta per compierlo. Ti amo per la tua bella anima, Quello che ama gli uccelli!”.
Ho iniziato a piangere, lo stesso pianto di tristezza senza limite, di sempre. Poi ho bruciato la lettera al fuoco della candela. Mi sono subito pentito. Come una cosa sacra e cara, ho raccolto la cenere in una piccola scatola. Tutti i sentimenti puri si trovavano adesso nei frammenti di cenere. Mia cara cenere. Girando lo sguardo per la stanzetta, ho visto un minuscolo pacchetto che, lo sapevo, conteneva dei semi di fiori. La vecchietta che me li aveva dati tempo prima mi aveva detto che la terra dove li avrei piantati avrebbe dovuto essere miscelata con un po’ di cenere. Non potevo più aspettare, ho aperto il pacchetto, ma i semi sembravano tutti secchi: solo un piccolo seme era ancora vivo. Sono uscito subito, ho riempito un bicchiere di plastica con la terra miscelata con la cenere e in questo calore ho messo il piccolo seme.
Sono passate due settimane nelle quali la mia anima si dibatteva tra speranza e pessimismo, ma, alla fine, un fragile germoglio si è fatto strada nella terra. E’ stato il segnale che quella mia vita triste e senza ragione avrebbe trovato la strada verso la felicità. Che cosa è successo dopo? La ragazza mi aspettava nello stesso posto e gli uccelli pettinavano i suoi capelli biondi come il grano. Lo sguardo rivolto verso di me sembrava avesse raccolto tutto l’amore del mondo: “Hai portato il fiore, Quello che ama gli uccelli? Il tuo destino dice che con l’aiuto del mio amore rinascerà il fiore della tua vita”.

* * *

Sono passati tanti anni, non si sa come. Nel giardino della nostra casa ci sono tanti fiori e tanti, tanti uccelli. La nostra vita, fino ad ora, è stata come un meraviglioso canto e il nostro amore un valzer infinito. Sento aprire la porta del giardino, due braccia care mi stringono, la testa con i capelli bianchi come la neve si appoggia sulla  mia spalla. E’ lei, quella che, come me, ama gli uccelli e il loro volo in libertà.

Nico Palade


 
 
 
 
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