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De Gasperi e Togliatti:
due anniversari storici

Il mese di agosto ha segnato due importanti anniversari: il 50° della morte di Alcide De Gasperi e il 40° della morte di Palmiro Togliatti.
La figura dello statista trentino è stata rievocata a Pesaro, come ogni anno, con un convegno organizzato dal Centro Studi Sociali a lui intitolato e diretto da Giorgio Girelli: relatore centrale il prof. Piero Barucci dell'Università di Firenze che ha trattato il tema “De Gasperi e la ricostruzione”, analizzando quel periodo di governo del dopoguerra soprattutto dal punto di vista economico.
“Lo Specchio” propone ai suoi lettori una riflessione su una pagina di storia del nostro Paese attraverso le testimonianze dirette di due politici pesaresi che non hanno bisogno di presentazione: Arnaldo Forlani e Giorgio De Sabbata.


De Gasperi uomo solo e senza eredi?

Misurato, schietto, di poche parole, era per certi aspetti un segno di contraddizione anche allora, alla caduta del fascismo e a guerra conclusa nella disfatta, nel clima esasperato, nelle tensioni estreme e nel tumulto delle piazze e dei comizi. Gli scenari attuali sono meno drammatici ma ancora più condizionati dall'effimero delle immagini, dalla teatralità e dalle esibizioni, e così verrebbe da dire che Alcide De Gasperi e il suo insegnamento sono fuori moda. Avvertiamo, invece, a distanza di cinquant'anni, il fascino e la nostalgia di quel suo modo di essere nella politica italiana. Penso che sia sbagliato però ripetere, come si fa in questi giorni, che era “un uomo solo” e non ha avuto eredi. Quel che si dice sul passato, ed in particolare oggi sulla prima repubblica, quasi mai corrisponde a criteri obiettivi di giudizio; e così è probabile che anche quel che si ascolta nelle varie commemorazioni sia in parte retorico o esagerato.
La cosa certa è che attorno al leader democristiano e alle direttrici di marcia da lui indicate si è realizzata la ricostruzione e la rinascita democratica dell'Italia. Da lui soprattutto sono venute le intuizioni giuste e le scelte decisive di politica interna ed internazionale.
Anche con riferimento ai programmi interni di sviluppo economico-sociale che hanno portato il nostro paese fra quelli più industrializzati, si può dire che non c'è più una forza politica significativamente rappresentativa, fatta forse eccezione per Rifondazione Comunista, che non condivida i fondamenti e le regole del libero scambio e della economia sociale di mercato. Oggi la validità di quel programma e di quegli obiettivi è largamente condivisa, ma per decenni su di essi è passato il crinale di una aspra contrapposizione. Come si può dire che non ha avuto eredi se ora sono d'accordo con lui perfino quelli che erano i più duri avversari e si opponevano con accanimento alla alleanza atlantica e al disegno unitario della comunità europea? A parte, dunque, quelli che alla sua esperienza e al suo insegnamento direttamente e nominalmente si richiamano, gli eredi ci sono, molti e forse troppi! Si tratta semmai di vedere come essi sappiano difendere il lascito ricevuto, metterlo a frutto ed esserne coerenti valorizzatori. Qui ogni dubbio è possibile perché, come la vita insegna, può sempre accadere che eredi sprovveduti vadano poi in rovina per imperizia e litigiosità.
L'altro luogo comune, oltre quello della mancanza di eredi, è la sua solitudine della quale in genere si scrive, pur con affetto e giusto rimpianto. Di certo è rimasto isolato anche per la viltà di tanti amici, con l'avvento del fascismo, prima in carcere e poi nell'umile e quasi clandestino servizio nella biblioteca vaticana, ma non credo proprio che sia stato “uomo solo” negli anni della rinascita e della libertà in cui ha guidato vittoriosamente la DC. e governato il paese. Non si dovrebbe in proposito confondere le cose. C'è sempre una “solitudine” che prima o poi tocca gli uomini onesti che hanno dovuto assumere responsabilità e compiti gravi di direzione. Guardando al mondo che ho conosciuto più da vicino ricordo che questa solitudine, ad esempio, l'hanno vissuta e sofferta Sturzo prima e dopo l'esilio, Piccioni co-protagonista del 18 aprile 1948, coinvolto in orchestrazioni politico-giudiziarie vergognose, Fanfani alla “Domus Mariae” con pochi amici e ormai quasi fuori dal suo partito, Rumor costretto ad assumere la guida del governo in una situazione gravissima, infine Moro, il più mite e prestigioso in anni drammatici, addirittura fino al martirio; per parlare solo di alcuni fra quelli che non sono più qui.
Non direi quindi che debba essere questa della solitudine la connotazione da assegnare in modo particolare a De Gasperi. Lui ha avuto con sé, più di ogni altro, l'affetto forte, la solidarietà piena, la dedizione totale del suo partito, il più grande e rappresentativo nel panorama italiano. Non ricordare queste cose con chiarezza e senza ambiguità, è fargli torto perché Lui ne era fiero e da esse traeva ragione straordinaria di impegno per realizzare il suo disegno politico.  

Arnaldo Forlani

Togliatti e la “via italiana al socialismo”

Durante la resistenza armata (avevo 18 anni) non conoscevo nulla di Palmiro Togliatti se non il nome del reporter di Radio Mosca “Correnti”, non altrimenti identificato. Avevo conoscenze rudimentali delle teorie marxiane e della “Rivoluzione d'Ottobre” e avevo letto il discorso di Stalin rivolto agli italiani, ai quali diceva di saper distinguere il fascismo dal popolo italiano e quindi di condannare il primo ma non il secondo.
In quel periodo mi giunse tuttavia un orientamento fondamentale di Togliatti; mi giunse attraverso i dirigenti comunisti locali che ripetevano con grande insistenza (molto significativa perché rivolta a reparti armati, in larghissima maggioranza iscritti al Partito Comunista o simpatizzanti) che la finalità dei resistenti non era quella di dare all'Italia un assetto socialista, ma quella di liberarla dai tedeschi e dai fascisti; e che per fare ciò bisognava realizzare le alleanze più larghe con tutte le forze politiche antitedesche e antifasciste.
La prima conoscenza importante di Togliatti fu la lettura del discorso di Salerno, nel quale le indicazioni impartite alla Resistenza trovavano sviluppo e compimento fondamentali e per molti sorprendenti. Si trattava della previsione politico-storica della ricostruzione dell'Italia nell'ambito di un regime pluralista sancito e promosso da una costituzione democratica; si trattava anche, nelle scelte immediate, di partecipare al governo nominato dal re e di rinviare a tempi successivi e con metodo democratico la sorte della monarchia, cioè la scelta tra monarchia e repubblica. Della vittoria della Repubblica nel referendum del 1946 e dell'approvazione da parte dell'Assemblea Costituente della Costituzione del 1947 Togliatti fu certamente uno dei protagonisti essenziali. Ed è qui che viene fatto di comparare il suo ruolo con quello di De Gasperi. Nonostante il loro innegabile antagonismo, è proprio sulle vicende che hanno dato all'Italia la Repubblica e la Costituzione che emergono caratteri comuni ai due statisti. Al di là degli atteggiamenti contraddittori fra i gruppi politici di appartenenza e all'interno di ciascun gruppo nei diversi momenti, i due statisti erano convinti dell'importanza e del peso delle istituzioni in un quadro di pluralismo democratico.
Lo conferma un singolare episodio relativo all'articolo 7 che fu un cardine per ottenere una larghissima maggioranza sul testo costituzionale, esclusi pochi deputati di destra. Il testo dell'articolo 7, che sancisce che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani (e aggiunge che i Patti Lateranensi possono essere modificati senza che ciò costituisca revisione della Costituzione) fu oggetto di lunghe e complesse consultazioni fra il Vaticano e il Partito Comunista italiano. Tramite importante fu monsignor Montini che poi divenne papa Paolo VI. Quando il testo dell'articolo giunse in aula non si sapeva ancora come avrebbero votato i vari gruppi politici. Togliatti, che era un ottimo oratore, affrontò l'argomento da molto lontano, ma De Gasperi, che aveva un ottimo fiuto politico, capì subito la conclusione di approvazione che Togliatti avrebbe espresso e mormorò un'imprecazione, soggiungendo: “Questi votano a favore!”. Dimostrava così disappunto per questa giusta e imprevista scelta del partito avversario.
L'impegno politico di Togliatti come segretario del PCI, nei circa venti anni trascorsi dal suo rientro in Italia, fu da molti suoi critici accusato di ambiguità. In realtà la sua difficoltà fu quella di collegare il pluralismo democratico e la “via italiana al socialismo” con una situazione internazionale che vedeva il mondo diviso in due schieramenti, ad uno dei quali, quello sovietico, andava il sostegno del PCI nel timore che lo spostamento dell'equilibrio a vantaggio dell'altro gli facesse perdere influenza politica. Fu chiara la scelta di Togliatti per un partito “di massa”: un partito, cioè, il più possibile collegato con le aspirazioni popolari, un partito che prevedeva espressamente nel suo statuto che per gli iscritti non vi doveva essere alcuna discriminazione religiosa e si doveva ritenere sufficiente il consenso con il programma politico. Ma fu anche chiaro il rifiuto di Togliatti di condannare l'invasione sovietica dell'Ungheria (1956): a questo proposito ho avuto occasione, insieme ad altri comunisti pesaresi, di esprimergli il nostro dissenso nel corso di una lunga e difficile conversazione a Roma.
La relazione e gli interventi dell'VIII Congresso offrono un'ampia base per valutare gli orientamenti di politica interna e di politica estera. Quando era in corso una grande campagna per la pace e contro l'armamento atomico, Togliatti tenne un comizio ad Ancona. Ad un certo punto della sua esposizione menzionò il possesso della bomba all'idrogeno da parte dell'Unione Sovietica. L'uditorio scoppiò in un fragoroso applauso che provocò in lui fastidio e disappunto, manifestati con grande evidenza e accompagnati con un forte invito a cessare l'applauso.
Ha grande valore l'esortazione di Togliatti, immediatamente dopo il grave attentato che lo colpì sulla soglia di Montecitorio, a non commettere “sciocchezze”. In realtà alcune “sciocchezze” furono presenti qua e là nel territorio della Repubblica e furono estinte con qualche difficoltà. E' noto che Togliatti non aveva con sé tutti i dirigenti; alcuni erano convinti che fosse possibile un momento di “redde rationem” nel quale le scelte democratiche dovessero essere superate. Quando Stalin gli propose la Segreteria del Cominform (con l'evidente intento di allontanarlo dal PCI) Togliatti respinse l'offerta, ma la maggioranza della Segreteria, invece, non si era opposta.
Concludo con alcuni episodi significativi. Togliatti indicò Pesaro come una delle mete di osservazione del viaggio di Ponomariov (che poi divenne responsabile del Pcus per la politica estera!) che era venuto a conoscere (a “osservare”?) il PCI. Ponomariov, quando seppe che a Pesaro c'era un presidente della Provincia, e c'era stato un sindaco, entrambi industriali di rilievo provinciale e nazionale, e dopo aver partecipato ad una riunione di partito alla quale vari iscritti si erano recati in automobile, abbreviò la durata della sua presenza a Pesaro e si recò immediatamente da Togliatti per denunciare il carattere borghese del PCI pesarese. La mattina dopo Togliatti chiamò al telefono la Federazione di Pesaro. Le varie versioni che ho raccolto di questa telefonata non mi hanno consentito di comprendere quanto vi fosse di rimprovero (per aver fatto capire troppo) e quanto vi fosse d'ironica richiesta d'informazioni per comprendere meglio ciò che aveva provocato lo stupore e il disappunto di Ponomariov.
La morte colse Togliatti a Yalta, dove aveva appena finito di scrivere il famoso “memoriale”. E' un vero e proprio testamento politico che riafferma, fra l'altro, il pluralismo democratico. Ma nelle sue intenzioni il documento, che era destinato a Krusciov, doveva rimanere segreto. Al funerale di Togliatti ho visto, ma non ho udito, la concitata discussione, quasi un alterco, fra Longo e Breznev, non ancora segretario del Pcus che in quell'occasione rappresentava. Seppi poi che l'oggetto di quella discussione era la richiesta di Breznev di non pubblicare il memoriale di Yalta e il netto rifiuto di Longo di accettare l'invito.
Spetta ai cultori della storia politica formulare giudizi critici sul pensiero e l'azione di Togliatti, che ha certamente dato un grande contributo al secolo scorso, non solo in Italia. Spero che suscitino qualche interesse anche queste frammentarie ma sincere testimonianze.

Giorgio De Sabbata


Nelle foto:
De Gasperi a Pesaro, durante la campagna elettorale del 1953, fra il prefetto Pianese e un giovanissimo Arnaldo Forlani.

Togliatti, fra Giorgio De Sabbata e Evio Tomasucci, durante un comizio al Palasport di Pesaro nel 1961.

 


 
 
 
 
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