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Settembre 2004 - Lettere e Arti
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Paolo Volponi:
dieci anni dopo


A 10 anni dalla scomparsa, la Biblioteca San Giovanni di Pesaro ospiterà, giovedì 9 settembre alle ore 18, una serata dal titolo: “Paolo Volponi. Poesia, romanzo, utopia”. Sono previsti gli interventi di Roberto Bertinetti, Gianni D'Elia e Gualtiero De Santi che ricorderanno Volponi come intellettuale e uomo politico, mentre Peppe Scherpiani leggerà brani di alcune opere.

Ricordo come se fosse ieri lo sgomento nell'apprendere il 23 agosto del 1994 che Paolo Volponi era morto. Eppure sapevo che era malato, molto malato, ma io appartengo a quella generazione per la quale le querce alle quali ti sei appoggiato non possono cadere perché nella loro caduta portano dietro una parte della tua vita.
Dopo quel triste funerale in Urbino, infatti, molto è cambiato per tutti noi che gli abbiamo voluto bene, che di volta in volta di fronte alle sue argomentazioni abbiamo consentito e dissentito, che ci siamo abbeverati a quella sua ineguagliabile scrittura che Giovanni Raboni definì: “una macchina di inesauribili prodigi verbali ed una instancabile  macchina di verità”.  Perché se è vero che sono rimaste le sue opere, è altrettanto vero che non si possono più discutere con lui. Non si può più neppure litigare nell'intervallo di una rappresentazione del Rof o restare ammirati ad ascoltare, seduti al tavolo di una osteria  delle campagne urbinati, la sua proposta di celebrare  Raffaello con il coinvolgimento dei più grandi artisti contemporanei. Proposta avversata e respinta come tante altre dai suoi amati-odiati concittadini. Non si può più, davanti ad un livido Adriatico invernale, ascoltare, sgomenti e sconvolti (erano gli anni di piombo) la sua analisi geopolitica dello scontro in atto tra i popoli ed il capitale. Non si può più a Roma davanti al Pantheon, dopo un delizioso e pungente duetto con il Presidente della Provincia Vito Rosaspina,  ricordare  due grandi urbinati che hanno lasciato il segno nella città eterna: Raffaello e Papa Albani Clemente XI; e con leggerezza ascoltarlo parlare del suo male che lo costringeva a relazionarsi ad intervalli prefissati con una macchina a cui doveva la vita. Non si può più nelle notti di impegno poetico  di Isola del Piano sognare un futuro per la nostra agricoltura. Non si può più parlare d'amore: amore per la letteratura, per l'Italia, per Urbino. Quell'amore che lo aveva portato, in un celebre intervento in Senato in un dibattito sul Mezzogiorno del 1984, a ripudiare Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele II e Garibaldi come padri della patria e a riconoscere come tali Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi ed il federalista Carlo Cattaneo. “Quei padri noi dobbiamo dimenticarli, dobbiamo smentirli. Quelli non furono nostri padri. Furono i seduttori di nostra madre e l'abbandonarono malamente e povera al margine delle loro strade; la buttarono fuori dalle loro carrozze e dai loro letti…”[…] “che avevano realizzato l'Unità d'Italia come l'espansione del regno più stupido che in quel momento esisteva sul territorio italiano: il regno del Piemonte e della Sardegna o se volete il regno dei Savoia”. Solo Cattaneo aveva capito tutto: “Maestro vero dell'Unità del  Paese come unità di Regioni con caratteristiche autonome diverse, con culture diverse, con fisionomie, problemi, propositi, qualità e risorse diverse  ma che si uniscono in un concerto dove ciascuna di esse può prosperare proprio perché si riconosce e si intende con altre”. Quell'amore che lo portò a richiedere con forza e con grazia dalle pagine del Corriere della Sera la restituzione ad Urbino della Pala dei Montefeltro sottratta alla città ed alla cultura che l'aveva generata da una “stortura storica e burocratica” risalente a Napoleone e mantenuta dai ministri alla cultura che si sono succeduti nella Repubblica democratica. Amore per la gente che lo portò dopo essere stato per venti anni ai vertici manageriali del capitalismo italiano, prima con Adriano Olivetti e Bruno Visentini all'Olivetti poi con Umberto Agnelli alla Fondazione Agnelli, ad abbandonarlo ed a scegliere i lavoratori: prima aderendo al Pci ed infine, dopo la scissione di Rimini, a Rifondazione comunista continuando una impegnativa riflessione letteraria che sfocerà nei poemetti raccolti in: “Con testo a fronte” e “Nel silenzio campale” e nel romanzo: “Le mosche del capitale”. 
Ma l'Italia dimentica presto anche i grandi e Paolo Volponi va iscritto tra i grandi della letteratura del Novecento con “Memoriale”, con “Corporale” e il già ricordato “Le mosche del capitale”. Qualcuno sostiene che ciò avviene per non togliere alle generazioni future il piacere della scoperta o della riscoperta. Ma noi non siamo d'accordo. Troppo grande Paolo Volponi, troppo infelice il tempo presente. Del suo pessimismo e se si vuole, come scriveva Raboni del “suo lucido, disperato catastrofismo” c'è un bisogno disperato. Se si vuole continuare a sperare. Come un atto di speranza nel futuro fu la donazione ad Urbino, alla Galleria Nazionale delle Marche, della sua preziosa collezione di dipinti. Per questo, solo per questo, stanotte rileggerò “Il Sipario ducale” e piangerò  l'amico perduto.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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