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Settembre 2001 / TuttoPesaro
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Nel silenzio della clausura

Nel silenzio e nel verde del Colle San Bartolo è immerso un antico monastero di clausura che risale al 1564: il monastero delle Monache dei Servi di Maria, punto di riferimento per la spiritualità dell'intera città. Abbiamo intervistato Suor Maria, da 56 anni in clausura. La suora ci ha accolto da dietro una grata con un'espressione del viso dolce e serena, addirittura rassicurante.
Suor Maria, che cos'è per lei la clausura?
Sono entrata in questo monastero a 22 anni, nel 1945. La clausura è inizialmente difficile da capire, perché sembra che la persona si fa inutile nel sistema di vita sociale ed economico attuale, in cui solo i risultati, l'affermazione di se stessi, sono le mete da raggiungere. Invece se si approfondisce il significato di clausura, si comprenderà che è un aspetto di Dio che riserva a sé alcune persone per il suo Regno, attraverso l'offerta della vita e la preghiera costante per tutti. E' una vita di essenzialità. Noi con i voti rinunciamo a tutto, al volere libero ma obbediente. Rinunciamo a qualunque possesso, alla famiglia totalmente. Ma la nostra famiglia è l'umanità di cui portiamo i pesi e i problemi, in particolare di tutti coloro che incontriamo direttamente o indirettamente. La preghiera arriva dappertutto e Dio solo sa chi ha bisogno.
L'immagine della clausura che ci portiamo dentro è austera. I riferimenti manzoniani, Il diario di un'anima di Teresa di Liesieux, evidenziano le difficoltà psicologiche e spirituali delle monache in rapporto alla cella e alla convivenza con le consorelle. Ma tutto questo oggi ha ancora senso?
Oggi la clausura che noi pratichiamo in questo monastero è una clausura di accoglienza e di ascolto. Infatti dalle 9 alle 12 vi è una monaca che in foresteria ascolta le persone, in maggior parte di media età, sui loro problemi familiari e di salute. Ma esiste ancora oggi la clausura della cella, la clausura più spirituale in cui non vi è un minimo contatto con il mondo esterno. In un libro del Cardinal Martini Ritrovare se stessi, si dà un significato preciso alla clausura: infatti essa si basa sulla preghiera e ha due elementi di base: il silenzio e l'ascolto. Il silenzio aiuta a mettere a tacere la nostra fantasia, il nostro essere, ad azzerare tutto ciò che può disturbare. Occorre entrare nella preghiera come poveri, riconoscendo di non essere capaci di pregare. L'uomo che ha estromesso dai suoi pensieri il Dio vivo che di sé riempie ogni spazio, non può sopportare il silenzio.
Vi è poi la capacità dell'ascolto, che per la clausura ha una centralità fondamentale: l'ascolto della Parola di Dio. Ecco perché la lettura e la meditazione sono i momenti più significativi in un monastero di clausura. Certamente, come ha scritto Teresa di Liesieux in “Diario di un'anima”, per raggiungere un equilibrio personale con il silenzio e l'ascolto bisogna soffrire, lottare e soprattutto essere umili.
Le nuove generazioni spesso creano una cortina di ferro con le generazioni più vecchie. Si crea l'incomunicabilità che, dalla fine degli anni '50, ha caratterizzato vasti settori della società italiana…
Sì, è vero, la mancanza di dialogo è stato uno dei mali peggiori che hanno caratterizzato la società industriale. Mancanza di dialogo fra marito e moglie, con i figli, fra generazioni diverse: perché vi è un passaggio veloce di mode culturali, un frammentarismo radicale, una corsa all'Avere e non all'Essere. Però nei giovani vi è un ritorno al sacro, alla ricerca di valori tradizionali. Spesso questa ricerca si basa su processi pericolosi: si crea un Dio personalizzato, individualista che dà luogo a fenomeni come le sette religiose. Occorre aprire i giovani al dialogo anche con i genitori, o con persone che possono rappresentare delle guide sicure.

Paolo Montanari


 
 
 
 
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