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Personaggi allo Specchio: Leandro Castellani


L'UOMO DIETRO LO SCHERMO

La vita reale è soltanto un riverbero dei sogni dei poeti. Le corde della lira dei poeti moderni sono interminabili pellicole di celluloide.
(Franz Kafka, 1883-1924, nelle “Conversazioni con Gustav Janouch)


Quando Vanessa Gravina si è sposata, il settimanale Gente ha dedicato una copertina all'evento. La cosa non sarebbe sorprendente, se non per il fatto che Vanessa Gravina è ancora nubile; si è sposata invece Paola Duprè, la protagonista della serie televisiva Incantesimo, condotta all'altare da Michele Massa (cioè Giorgio Borghetti, o viceversa). L'esempio della copertina serve a spiegare quanto profondamente i protagonisti delle fiction riescano ad entrare nell'immaginario collettivo degli spettatori; le loro vicende, sempre drammatiche e complicate, vengono commentate in famiglia, in ufficio, al bar, come quelle di conoscenti o di amici. E, visto che durano per qualche anno, ci permettono anche di veder lentamente invecchiare alcuni di loro: nel caso specifico Paola Pitagora e Delia Boccardo che compaiono nella storia fin dal 1998. Tutto questo fa parte della magìa del mondo dello spettacolo, specialmente della televisione e del cinema. Perché al teatro tutto è vero (l'arredo, gli attori, gli animali) ma in genere riusciamo a mantenere un certo distacco dai personaggi; al cinema tutto è falso (trucchi, rumori, cartapesta, effetti speciali), ma la suggestione del mezzo ci fa piangere, ridere, partecipare all'azione descritta come se la vivessimo noi stessi. Chi di noi si è accorto che la Via Veneto ricostruita in studio da Fellini per la Dolce Vita era in piano, mentre nella realtà è in discesa?
La “telenovela” è il nuovo impegno narrativo di Leandro Castellani, un regista fanese trapiantato a Roma, dove ha percorso tutta la sua vicenda professionale e artistica. L'ho incontrato prima dell'estate negli “studios” sulla Via Tiburtina, per vederlo girare dal vivo uno degli episodi di Incantesimo 4: questa specie di “Beautiful alla puttanesca” inventato giorno per giorno dalla scrittrice “rosa” Maria Venturi, con 160 personaggi che entrano ed escono dalla storia ad ogni cambio di stagione. Quando a settembre leggerete questo articolo, staranno per andare in onda le puntate girate in primavera; ma Castellani nel frattempo sarà già impegnato a illustrare le vicende di Incantesimo 5, che seguirà a ruota da febbraio/marzo 2002. Se la salute, e l'Auditel, ci assistono ne vedremo ancora delle belle all'interno della “Clinica Life”.

Il regista operaio. Il ritmo delle riprese nei capannoni dello studio è simile alla catena di montaggio di una fabbrica: ingresso alle 8.30, pausa pranzo, secondo turno dalle 14 alle 18, riposo nel week-end. Alla fine di una giornata lavorativa bisogna aver prodotto sette minuti di filmato, dei 2.340 minuti complessivi: una serie di 26 film di un'ora e mezza, da completare in circa 400 giorni (comprese le scene esterne). Per la gioia di un pubblico medio di sette milioni di telespettatori italiani che garantiscono alla RAI il 26% di share. Per non parlare degli spettatori in Jugoslavia, Tunisia, Marocco, e di quelli cinesi che si aggiungeranno fra poco, quando sarà completato il doppiaggio; e magari ci telefoneranno anche, per sapere come va a finire, come facevano gli appassionati italiani di Beautiful e di Dynasty, chiamando ansiosamente gli amici americani.
Leandro Castellani si aggira nei teatri di posa dello sceneggiato, cercando di tenere a bada una troupe di almeno quaranta persone, fra attori, cameramen, macchinisti, segretari, truccatori: perché al regista tutti hanno sempre qualcosa da chiedere. E' un uomo alto, tranquillo, schivo: lontanissimo dallo stereòtipo del regista-demiurgo che siamo abituati a immaginare, o a sognare, mentre arringa platealmente gli attori con gli occhi ispirati. Lui fa solo pochi interventi, a bassa voce, per correggere qualche scena. Mi richiama alla mente un altro regista/operaio, Ermanno Olmi, che si faceva riprendere (forse con un po' di civetteria) mentre andava a lavorare in tram su un suo set cinematografico alla periferia di Roma. Non so se Castellani arriva in autobus negli studi, ma comunque vive la pienezza dei suoi anni sessanta con la sicurezza e l'aria distesa di chi ne ha già viste tante. Dopo il liceo a Fano, le prime esperienze di teatro dialettale nelle filodrammatiche locali (insieme ad amici come Luciano Anselmi, Garè, Luciano Pusineri) e un periodo di giornalismo a Roma come condirettore della rivista della FUCI (gli universitari cattolici), si è laureato in Filosofia a Urbino ed è partito definitivamente per la capitale vincendo un concorso della RAI. Poiché era il primo classificato su diecimila concorrenti, gli fu concesso di scegliersi il campo di attività più congeniale; lasciò quindi la carriera di funzionario per quella di programmista e di creatore di storie. D'altra parte lo spettacolo ce l'aveva già nel sangue perché il padre Aldo era stato un attore affermato, e poi un produttore, del cinema muto, interpretando una dozzina di film: fra questi il Robinson Crusoè, uno dei primi colossal dello schermo. Verso la fine della sua carriera aveva aperto a Fano il “Cinema Boccaccio”; per cui, a differenza dei suoi coetanei, il ragazzino non aveva bisogno di marinare la scuola per andare al cinema, perché ce l'aveva già in casa.
In alcuni decenni di carriera, prima come dipendente della RAI, poi come produttore esterno, si è cimentato con i più diversi generi televisivi, mettendo insieme un'imponente filmografia, di cui citiamo solo alcune cose: il “teatro inchiesta” da lui ideato, con lavori memorabili come L'Enigma Oppenheimer (quello che ha vinto più premi), La bomba prima e dopo, Norimberga, processo al processo; telefilm e sceneggiati come Il processo Slansky, Le cinque giornate di Milano, Ipotesi sulla scomparsa di un fisico atomico, Il caso Don Minzoni, La Gatta: quest'ultimo ambientato a Parigi ma girato quasi completamente a Pesaro, con attori locali come Giulio Cotignoli, Ivo Scherpiani, Galliano Cecchini, Carlo Pagnini che affiancavano gli interpreti principali Catherine Spaak e Orso Maria Guerrini. Per le sale cinematografiche ha diretto i film Il coraggio di parlare, sulla ‘Ndrangheta calabrese, con Riccardo Cucciolla, tutto doppiato in dialetto locale; e il Don Bosco interpretato da Ben Gazzara. Ha anche scritto è diretto numerosi sceneggiati radiofonici, fra cui Oganga (lo stregone) Schweitzer, storia in 12 puntate del premio Nobel per la pace; e Le voci dell'aria: vita, morte e miracoli di Gugliemo Marconi, in 65 puntate.

La lacrima di Gronchi. Il regista televisivo svolge un ruolo abbastanza diverso da quello del regista cinematografico, che gira su pellicola dei pezzetti di scena ogni volta. A volte lavora addirittura “in diretta”, come nel caso degli eventi musicali o sportivi, seguendo l'azione su una serie di monitor sulla parete dello studio e dando ordini alle varie telecamere per alternare azioni, mezzibusti, panoramiche e primi piani. C'è stato un regista RAI, all'inizio degli anni '60, che si propiziò una grande carriera dopo essere riuscito a mandare in onda la lacrima apparsa sul viso di Gronchi (allora Presidente della Repubblica) che visitava una comunità di italiani all'estero, mi pare in America latina.
Castellani ha alternato un po' tutte queste esperienze: dallo spettacolo musicale Vai col liscio, al teatro reinventato per la TV: come nel caso del Faust di Marlowe, girato in gran parte fra Piobbico e la cripta dell'abbazia di San Vincenzo al Furlo. Mi racconta le situazioni, gli aneddoti, i colori del suo ambiente professionale: i criteri di assegnazione delle commesse della RAI (solo un accenno sfumato in dissolvenza…) che lo hanno spinto ad abbandonare dopo qualche anno l'attività di produttore in proprio; gli espedienti quotidiani per rassicurare gli attori, che spesso sono creature coi nervi scoperti, sensibili, vibratili, fragili, dietro una maschera di ostentata sicurezza; le intense scene d'amore fra due protagonisti che si odiano nella vita e che si allontanano con fastidio non appena si spegne la luce della macchina da presa (e qualche volta, all'inverso, la nascita di storie d'amore vere, dopo le tenerezze della finzione); l'erotismo dei film osé, che non nasce da prestazioni di sesso esplicito, ma molto di più dai chiaroscuri, le suggestioni allusive, i giochi di luce creati dal regista; la capacità di alcuni attori di concentrarsi per qualche secondo e poi far sgorgare lacrime vere, senza bisogno di ricorrere al mentolo negli occhi come si fa in questi casi. Invece, in Ladri di biciclette, De Sica riuscì a far piangere davvero il bambino protagonista, accusandolo di un furto che non aveva commesso.

La fanitudine. Torna ogni anno ad agosto nel grande casolare di Fenile in mezzo al bosco, che appartiene ai Castellani da sette generazioni, per dimenticare le telecamere e riposarsi con la famiglia: il figlio Aldo Emanuele, spesso presente sui set televisivi con funzioni di… assistente volontario; e la moglie Maria Grazia, originaria di Mondolfo ma conosciuta a Roma come collega della RAI. All'ombra di un grande leccio, mi racconta la Fano della sua giovinezza, il suo “rifugio dell'anima”, cui si sente ancora profondamente legato. Quando ha “girato” da queste parti ha sempre cercato di impiegare attori locali, non solo per una scelta affettiva ma perché non ritiene che ci sia poi una grande differenza di qualità fra gli attori delle filodrammatiche e i professionisti: in molti casi l'unica differenza è che gli uni sono attori “part-time” e gli altri sono attori “a tempo pieno”. Come omaggio a Luciano Anselmi ha messo in scena, al Teatro della Fortuna di Fano, Il fantasma Maratea, interpretato da Carlo Simoni e basato su un racconto dello scrittore.
Ha pubblicato parecchi libri, fra cui una raccolta di Proverbi marchigiani, ma forse quello che gli è più caro è Fano Graffiti, un'antologia di scritti edita dal Circolo Maritain. Contiene una “Lettera sulla fanitudine”, dedicata al figlio appena nato, che potrebbe essere il suo autoritratto. Eccone qualche brano, in un mio libero montaggio: Vorrei tentare di spiegarti cos'è la “fanitudine”, o si dice “fanesità”? (…) “Fanitudine” è un dono dell'intelligenza che talora ci si può rivoltare contro, farci un po' bisbetici, un po' cattivi. Una volta da noi, a Fano, non nascevano i furbi: era come se Metauro e Arzilla, mare e collina, fossero quattro grandi argini per frenare la furberia, che vuol dire vita facile, espedienti, fortuna raccolta per strada o sottratta al prossimo, denaro mal guadagnato o non guadagnato (…) Il fanese relativizza subito, vede già come andrà a finire. Per quella sorta di perfezionismo che gli è congenito, sa già di non potersi spingere fino in fondo, e allora si trattiene, rinuncia al grande orizzonte. Il proverbio-massima-condanna è “o ben ben o nient”, che spesso si traduce in una conseguenza operativa, o meglio non operativa: “en cunvien”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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