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Settembre 2001 / Lettere e Arti
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Mio padre monarchico

Per gentile concessione della figlia Maria pubblichiamo la seconda e ultima parte di questo scritto di Fabio Tombari, stampato nel 1980 in sole mille copie numerate dai “Quaderni del Vicolo”.

A 17 anni andò a Roma, giovane di barbieria, prima in Via Due Macelli, poi in Via Condotti. Era il tempo di Coccapieller, quando l'Austria invitava il Papa a lasciare l'Italia. Pietro Sbarbaro uscito di prigione, entrava in Parlamento, e la Divina Commedia costava quattro soldi. Roma contava allora 300 mila abitanti; il latte veniva munto sulle piazze e le greggi arrivavano fin sotto Palazzo Farnese; mentre gli ambulanti dell'acquacetosa invitavano a berla a suon di trombetta, e la fava con la caciotta d'aprile l'andavano a mangiare sulle vigne, appena fuori porta. Non fu per una di quelle mangiate, o meglio per una di quelle bevute, che Alessandro VI Borgia s'avvelenò da sé col fiasco di vino attossicato per i suoi amici cardinali?
Da allora la genia dei pontefici era sì cambiata, non già i romani; fra la festa di San Giovanni con le orchestrine degli sminfaroli e la Befana di Piazza Navona, non mancavan nemmeno le cagnare del XX Settembre a Porta Pia. E la memoranda notte dal 12 al 13 luglio 1881 in cui al lume delle torce a vento la salma di Pio IX, già in fama di santità, venne traslata dal Vaticano a Campo Verano, “A fiume la carogna!” - gli era rimasta impressa come una tregenda da Medio Evo. E se pur vi aveva assistito, lui mazziniano anticlericale, si vantava di non aver inveito.
In Parlamento imperava Cavallotti e pontificava De Pretis.
“Dimmi, caro Bovio, tu che vai famoso per gli epigrammi, cosa scriveresti sul mio epitaffio?”
“Indugiasti troppo”.
Lo raccontava spesso perché l'aveva sentito con le sue orecchie, ché quasi ogni lunedì, andava a Montecitorio ad assistere alle sedute, e si compiaceva, lui nato nel '63, d'esser più vecchio dell'Italia. E che Italia! Crispi, Cairoli, Zanardelli, Bonghi, Cavallotti, Nicotera. Poi Cavallotti morì trafitto alla gola in duello dalla spada di Macola; di quel povero Macola che ebbe a sopportare l'involontario omicidio, quasi avesse ucciso un Dio.
E dal calamaio della “Cronaca Bizantina” sorgeva l'astro più scintillante dell'epoca. Io che ebbi la fortuna di conoscere personalmente l'editore Sommaruga, ospite di Mondadori nella villa di Meina, potei sentir confermati dalla sua bocca tutti i dettagli di quell'esordio in ogni particolare, compresa la famosa scarpetta da prete. Al veglione del Circolo della Stampa, che partiva il 21 aprile dalle grotte della Cervara, oltre al generale Mannaggia la Rocca e al grande De Martino nella maschera di Pulcinella, s'era fatto notare un abatino imberbe, elegantissimo. E allo scoccare della mezzanotte, abbandonato il ballo per il cenone sui palchi, era rimasta in mezzo alla sala una scarpina nera dalla fibbia d'argento. La scarpetta del pretino. Geniale e falso fin da allora, Gabriele D'Annunzio aveva ripetuto il gioco di Cenerentola. Ma quello che più aveva colpito mio padre, non fu D'Annunzio né Scarfoglio (ch'egli serviva di barba e capelli), o Pascarella allora esordiente, e nemmeno il maremmano Carducci, cui Sommaruga mandava incontro floride accompagnatrici, e neppure Franz Liszt, il candido capellone d'allora, a braccetto di Sgambati per Piazza di Spagna. Bensì la regina Margherita, a piedi per Via Condotti.
Abituato a Fano a vedere la contessa Bracci (una napoleonide) uscir di palazzo in carrozza e soltanto in carrozza a pariglia, la vista d'una Regina che quasi ogni giorno, accompagnata da una dama di Corte andava da un negozio all'altro, lo stupì moltissimo. Al Valle, dove Sarah Bernhard s'alternava con la Duse, lei, la regina Margherita, non mancava mai. E quando per la corsa dei barberi ebbe modo di vederla affacciata sul balcone di Palazzo Fiano, al passar dei cavalli nudi, lanciati alla carriera sul Corso cosparso di sabbia, più che i cavalli, lui repubblicano ammirò la bionda dama divertita dietro il ventaglio. Ma un giorno ebbe a che fare col marito. Era la contr'ora d'estate e, insieme con Ulderico, altro giovane fanese a Roma in cerca di fortuna, veniva su per Corso Umberto, quando spuntò un break a quattro cavalli e in serpa, coi grandi baffi arroncigliati a regger due piccioni da piazza, come lo ritrassero poi sui monumenti, lui, il Re Umberto in persona.
“Io non lo saluto” – sbuffò Ulderico come Beethoven a Goethe, al passaggio, in Toepliz, della famiglia imperiale.
“E io nemmeno”.
Ma il Corso era deserto, isolato e solatio, e il Re in borghese, le redini nella sinistra, trottando avanti, si tolse la bombetta a inchinarli dall'alto, signorilmente, come era uso fare con tutti.
“Ci ha salutati! Mannaggia! Ci ha salutati per primo. E adesso?”
“Bisogna restituirgli il saluto. Ma come?”
“Aspetta. Per tornare al Quirinale non ha che una strada, e bisogna far presto. Tagliando Piazza Venezia, possiamo arrivar primi”. E via a tutta corsa su per Magnanapoli.
Arrivati al Quirinale, sotto le grandi statue equestri dei Dioscuri, i due repubblicani in fiamme, con la lingua di fuori. “Eccolo è lui! Tienti pronto”.
Rise? Chinati com'eran nell'ossequio, non ne furon sicuri; ma dal modo come il sovrano restituì loro il saluto sbracciandosi circonflesso, ebbero l'impressione che non soltanto il re Gentiluomo ma gli stessi cavalli nitrissero divertiti fra gli scrosci della fontana.

Fabio Tombari


 
 
 
 
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