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Settembre 2001 / Lettere e Arti
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L'eccidio di Arcevia
Una pagina oscura della Resistenza nella testimonianza di Luciano Anselmi
Gentile dottor Berardi, da venti anni passo le mie estati a Pesaro, qui ho anche parte delle mie radici e ci vivevo da bambino.
Ho letto sullo “Specchio” della città di luglio-agosto 2001 un suo commosso ricordo di Luciano Anselmi. Io non l'ho conosciuto di persona, ma l'ho sempre letto con ammirazione e, anch'io come lui appassionato di “gialli”, lo consideravo un indiscusso maestro della rara critica specialistica di questo ambito. Nel 1980 gli feci avere, dalla “Emme Edizioni” di Milano, il mio libro “Dacci questo veleno!”, e potei leggere sul “Carlino” la più bella, profonda, penetrante recensione fra quante ne ho avute. Scrissi per ringraziare, avemmo un breve rapporto epistolare, avevamo in comune l'amicizia di Alfredo Barberis, che allora dirigeva “Millelibri”, rivista su cui tenevo una rubrica. Sono d'accordo con Proust, nel “Contre Saint Beuve”: vorrei sapere il più possibile degli autori che ho ammirato e amato. Così, dopo la lettura del suo articolo, ho notato “un orrendo omicidio annegato nelle ultime ore di una guerra fratricida” e ne sono rimasto molto colpito. Potrebbe, per favore, raccontarmi che cosa accadde? Considero Anselmi uno dei miei autori, così sapere qualcosa di così decisivo mi aiuterebbe a comprenderlo sempre di più.


Antonio Faeti

La ringrazio per la cortese lettera fattami pervenire in occasione della pubblicazione di un mio “commosso” ricordo di Luciano Anselmi redatto a cinque anni dalla sua scomparsa; ed in particolare per la citazione di Proust che sarebbe piaciuta molto a Luciano che, come lei saprà, adorava la letteratura francese ed in particolare l'autore de “La Recherche”. Rispondo al suo quesito, non con le mie parole ma con quelle di Luciano Anselmi che alla vicenda realmente accaduta ad Arcevia negli anni della Seconda Guerra Mondiale dedicò la sua prima opera “Niente sulla piazza”, pubblicata nel 1960 (per volontà di Valerio Volpini) dalla Scuola del Libro di Urbino.
Poco prima del passaggio del fronte c'era in zona una intensa attività partigiana che i tedeschi decisero di stroncare con un rastrellamento che si trasformò in un eccidio. Per rappresaglia alcune persone del paese, 13 per l'esattezza, accusate di essere state gli informatori dei tedeschi furono rastrellate nelle proprie abitazioni e fucilate in Piazza. Tra di esse l'inerme zia di Luciano Anselmi. Bambino, egli vide il cadavere sfigurato e ne riportò un turbamento che lo segnò per tutta la vita.
Così narra il fatto in “Niente sulla piazza”: “Passarono cinque lunghissime ore: nessuno era tornato. Udimmo una lontana raffica di mitra: mia madre trasalì ma le dissi che era il rumore delle ali dei falchi che tenevano il nido sulla nostra torre. Ma mio padre capì, e sebbene si mordesse il labbro forse, non riuscì a non piangere. Appena ci fu il sole, accompagnai mia madre dal Podestà: con lei era anche la sorella dell'ingegner Anfossi, con una faccia di pietra e delle rughe profonde che la sera prima non aveva. Piena di uomini che ci guardavano ironici era la Piazza; un vecchio rise sguaiato e cominciò una parolaccia. Ma il compagno gli mozzò la parola con un cazzotto sul collo. Quando mia madre e la signora Anfossi posarono gli occhi sul portale del Municipio, nessuno più disse una parola. C'era scritto: “Non suonate le campane a morto. Sono traditori della Patria”.
Anche ne “Gli Anni e gli Anni” (1976), il romanzo della maturità, Anselmi tornò sulla vicenda e scrisse: “La zia Ginestra era stata caricata su di un barroccio, assieme ad altri sventurati. All'alba gente pietosa l'aveva deposta, col suo corpo martoriato, su di un'aiuola accanto all'ingresso del cimitero; ed ora il becchino stava preparando la fossa con una vanga la cui parte d'acciaio era stata dipinta di rosso. Nella notte, dopo quel turbinio di cavalli, di zoccoli e di fuochi, dalla cattedrale erano volati via i falchi; con mio padre, in finestra, c'eravamo guardati senza parlarci. Poi avevamo udito un rintocco, uno solo, della campana maggiore, e una folata d'aria calda ch'era scesa veloce, a serpentina come una slitta. Non albeggiava ancora, e il mio ultimo ricordo era di un cielo nerastro e senza stelle alla cui base, dietro il Monte Sant'Angelo che si ergeva opprimente, faticava ad espandersi il rosso dell'aurora. Nessuna finestra si aperse sul Corso, eppure decine di occhi spiavano dalle imposte serrate e decine di cuori tentavano persino di trattenere il respiro”.
Per completezza di informazione aggiungo poche righe tratte dal volume “Arcevia e la sua valle nella Resistenza” di Cornelio Ciarmatori (Bibi), a suo tempo Commissario politico di un distaccamento partigiano operante in zona. Nel ricordare due “feste” che a suo dire si sarebbero tenute in certe case di Arcevia dopo l'eccidio delle truppe tedesche il Ciarmatori commenta: “E quello fu il loro secondo ed ultimo vergognoso atto. Se avessero pensato di ripetere quella festa in ognuna delle loro case non gli fu dato nemmeno il tempo di illudersi perché una “ventata” partigiana spezzò la lugubre catena. Il “Comando della Resistenza”, forte delle prove in suo possesso raccolte contro quel gruppo ne decretò la fine. Un distaccamento fu scelto ed eseguì l'ordine ricevuto. Degli slavi parteciparono a quell'azione, avvenuta alla “Madonna dei Monti”, perché slavi c'erano stati tra i morti. Non si è trattato di vendetta. Giustizia era stata fatta, ma nessuno, nessuno ci ridarà i nostri morti”.
Queste sono tutte le notizie in mio possesso. Avrei voluto saperne di più, ma sia Luciano, sia alcuni amici di Arcevia si mostrarono sempre reticenti; e ancora oggi, per quanto mi risulta, la verità su questa sanguinosa rappresaglia su dei civili inermi ordinata da un non meglio precisato Comando della Resistenza sulla base di prove (quali?) non è stata ancora scritta. Ma quel che è peggio sembra che non interessi a nessuno scrivere. Eppure i 13 civili inermi fucilati in Piazza poco più di 50 anni fa in un paesino come Arcevia meriterebbero ben altra attenzione storica oltre che una cristiana “pietas”. Luciano Anselmi ha atteso invano questo momento. Ha atteso invano che una campana, almeno una campana, suonasse a morto per l'amata zia Ginestra. La campana ha invece suonato per lui.

Alberto Berardi


 
 
 
 
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