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L'eredità di De Gasperi nell'Italia di oggi


Un convegno a Pesaro nel 47° anniversario della scomparsa

Il 19 agosto scorso, nella ricorrenza del 47° anniversario della morte, il “Centro Studi Sociali Alcide De Gasperi” ha organizzato, come ogni anno, una manifestazione in ricordo dello statista nella sala del Consiglio comunale. Alla tavola rotonda sul tema: “Il ‘fare' governativo nel secondo dopoguerra” hanno partecipato come relatori il prof. Tommaso Fanfani, ordinario di Storia economica all'Università di Pisa; l'on. Francesco Zama, Vice presidente SADAM Zuccherifici; l'avv. Piermarino Menicucci, Segretario di Stato per la Giustizia della Repubblica di San Marino. Ha introdotto i lavori il dott. Giorgio Girelli, Presidente del Centro Studi e Presidente del Conservatorio di Pesaro.

E' consuetudine del Centro Studi onorare ogni anno la figura di Alcide De Gasperi affrontando l'approfondimento di aspetti della realtà contemporanea alla luce dei valori da lui sostenuti. Nessun cedimento quindi a tentazioni di compiacimento nostalgico, ma consapevolezza che la coesione del Paese è legata alla continuità operativa delle sue istituzioni democratiche ed al persistere dei principi su cui esse si fondano. Quando ad un edificio si aggiunge un nuovo piano, la sicurezza e la stabilità sono in diretto rapporto con le fondamenta e con i piani sottostanti. Il mondo certamente è avanzato, la sofisticazione dei mercati, quello che è stato chiamato il “villaggio globale”, richiedono la formazione di categorie imprenditoriali in campi del tutto nuovi: ma, ha ricordato il professor Tommaso Fanfani, “chi ha più storia, chi ha più profonde radici culturali, questi è avvantaggiato”.
Quando oggi si sostiene giustamente che occorre “fare” più che “parlare”, che bisogna essere più “imprenditori” che “politici”, implicitamente si fa una grande ammissione. E cioè che quei problemi e quelle angosce che ieri monopolizzavano il dibattito politico poiché democrazia e libertà non erano affatto certezze acquisite, oggi sono scomparsi, anche se la vigilanza non va abbassata poiché nuovi pericoli possono sempre essere in agguato. Ma sono felicemente scomparsi per l'azione condotta di chi ha operato ieri. Sicchè, se oggi i temi delle opere infrastrutturali, dell'ammodernamento dell'amministrazione dello Stato, della aziendalizzazione e della produttività di ogni comparto pubblico sono - in buona parte - la “politica”, ciò avviene perché il terreno è stato sgombrato, per l'accorta azione politica di chi ci ha preceduto, da quei condizionamenti ideologici e da quei pericoli politici che fino a qualche anno fa incombevano sulla comunità. Ma ciò non significa che, anche quando l'attenzione prevalente era attirata dalla “politica” - intesa come dialettica tra schieramenti - più che dalla “amministrazione”, - intesa come realizzazioni concrete - non vi fossero, tanto nel settore pubblico quanto nel settore privato, energie competenti e capaci che al “fare” hanno dedicato grande impegno conseguendo grandi risultati. La “operatività” dell'oggi dunque non nasce dal vuoto. Anzi essa è possibile proprio perché è stata preceduta da fondamentali conquiste politiche e da altrettanto fondamentali traguardi operativi e manageriali.
E' vero che con il rapido cammino economico e sociale, non sono state evitate le “trappole” sociali - come la definisce il professor Fanfani - tipiche della società dei consumi: la crescente violenza, il dilagare della droga, la corruzione, la collusione tra politica e affari. Il contrario esatto di quanto una linea “degasperiana” avrebbe dovuto suggerire. E non sono stati pochi coloro che contro queste pecche si sono sempre tenacemente battuti. Ma in certi periodi l'affievolimento dei valori è stato tale che queste battaglie non hanno sempre portato fortuna a chi le ha svolte. I più ragionevoli, però, tra coloro che hanno spinto per il cambiamento hanno capito che la questione era ed è di lasciare alle spalle le deviazioni, senza ciniche strumentalizzazioni a fini di parte. Specie quando chi ha impostato e condotto queste operazioni non aveva e non ha affatto la coscienza pulita. Ne è derivato anche un impoverimento democratico per il ritrarsi di molte energie pulite che non hanno più trovato modo di arricchire quel cammino di chi, a suo tempo, ne impostò in modo retto il tracciato. Suona pertanto tardiva e beffarda l'affermazione di D'Alema secondo il quale “la Democrazia Cristiana era un partito democratico nel governo del Paese e con la quale non si era esposti a rappresaglie”.
In ogni caso ammodernamento e svecchiamento sono dati positivi. Ma con il mutamento, non si deve rinunciare ai fondamenti di solidarietà coerenti con una società davvero civile, una società cioè tale che garantisca vivibilità sociale ed economica per tutti i suoi componenti. La peculiarità dell'agire politico e dei suoi risultati richiede un “di più” di capacità che consenta di pareggiare i bilanci senza traumatici tagli ai danni dei servizi o delle esigenze delle categorie sociali e delle zone territoriali marginali. Il livello civico e la tenuta politica del Paese, tutto sommato, sono più fragili di quanto i suoi progressi economici possano fare immaginare: sicchè è essenziale che gli spazi di condivisione tra culture diverse e tra le stesse formazioni politiche antagoniste siano i più ampi possibili, come pure è essenziale che aree culturali al proprio interno omogenee non si frantumino, proiettando nell'agone politico schegge operative di assai limitata incisività.
Felicemente il professor Fanfani sintetizza il senso storico dei decenni trascorsi affermando che “erano proprio attivismo e sicurezza le doti decisive dell'impegno degasperiano non tanto e non solo per un successo politico, quanto per imprimere la spinta necessaria alla ricostruzione prima, e alla stabilità poi”. Spetta a tutti noi reggere un ruolo di coerenti eredi, arricchendo, nell'interesse della Patria, il patrimonio di idealità e di realizzazioni che ci è stato consegnato.

Giorgio Girelli



IL COMIZIO DI PESARO
NELL'APRILE DEL ‘48


La fisicità dei personaggi storici, ovvero la loro normalità. Mi è accaduto di osservarlo spesso, con personaggi celebri visti o intravisti da vicino (Mussolini, Hitler, Re Vittorio Emanuele III, la Regina Elena, Badoglio, De Bono, Grandi, Bottai). Con De Gasperi, soprattutto, proprio come in un'altra occasione mi sarebbe accaduto con Enrico De Nicola.
De Gasperi venne a Pesaro per chiudere la campagna elettorale della DC, pochi giorni prima del 18 aprile 1948. La DC aveva “scaricato” dal governo socialisti e comunisti; era avvenuta la scissione di Palazzo Barberini, con Saragat diventato battitore libero. America e Vaticano apertamente schierati con De Gasperi per una coalizione strettamente democratica contro il Fronte Popolare: i socialisti di Nenni e i comunisti di Togliatti, uniti sotto l'effigie di Garibaldi. Avrebbe vinto la DC, da sola, con un clamoroso 51 per cento, la maggioranza assoluta.
A Pesaro erano scesi già molti oratori di grido, Ugo La Malfa, Romita, Luigi Longo, lo stesso Saragat, Nenni, Carandini, più volte Tupini; e poi una folla di minori, compresi preti e frati (i “frati volanti” del Cardinal Lercaro di Bologna). L'atmosfera era di grande partecipazione, in una città ancora segnata dalle rovine della guerra, con una grande massa di disoccupati, impiegati nei lavori a “regìa”, cioè opere senza progetto e senza vera priorità, come per esempio la costruzione degli argini del Foglia e della strada panoramica del San Bartolo. De Gasperi, Presidente del Consiglio in carica, alloggiò per una notte in Prefettura. Il comizio era fissato per il pomeriggio, avrebbe parlato da un palco eretto davanti al Palazzo delle Poste, sotto al balcone dal quale Mussolini nel ‘26 aveva tenuto il famoso “Discorso della Lira”.
Saputo del suo passaggio mi ero messo in postazione nel loggiato d'uscita della Prefettura. A un certo punto, dal cortile interno, sopravvenne De Gasperi, circondato da pochi esponenti del suo partito. Camminava in fretta, il busto eretto, il volto affilato in direzione del palco dal quale doveva parlare, magro, vestito quasi dimessamente, con l'aria assorta e un vago sorriso familiare, la mano sinistra nella tasca dei pantaloni. La piazza però non era molto affollata, si sarebbe riempita a metà nel corso del comizio.
Parlò a braccio, con qualche difficoltà nel periodare, alzando ogni tanto la voce, per lo più argomentando come fosse per colloquiare in una ristretta riunione di amici. In qualche modo risultava efficace, il senso di familiarità con la folla cresceva. Farfugliò alla fine anche una frase che mi parve incompiuta, ma poi scrosciarono vigorosi gli applausi. Scese la scaletta del palco tesissimo, tutto sudato, con lo sguardo rivolto verso il cielo, quasi a ringraziarlo. E me lo trovai di fronte. Mi guardò negli occhi ed ebbi l'improvviso impulso di stendergli la mano. Una stretta vigorosa, come fra vecchi amici, che naturalmente ripeté con altri, e che mi lasciò molto contento. Ci aveva comunicato il sogno di libertà, tuttavia, con la sua presenza, non era uscito dalla sua normalità. Un uomo come un altro, come forse sono tutti i personaggi storici. E credo di aver capito allora che la grandezza dei grandi sta tutta nella loro semplicità, nella loro naturalità. Persino quando, per corrispondere al grido delle folle, hanno gesti ed espressioni ieratiche. E così sono i Santi, i poeti, i grandi scienziati.

Roberto Pantanelli



“SENTO CHE TUTTO QUI È CONTRO DI ME.
TRANNE LA VOSTRA PERSONALE CORTESIA”


Il 10 agosto 1946 Alcide De Gasperi si alzò a parlare dal suo scranno di delegato italiano al Palazzo del Lussemburgo di Parigi, nel corso della conferenza della pace che doveva servire a chiudere i conti della seconda guerra mondiale. Mai come in quel momento De Gasperi fu "uomo solo", secondo la definizione coniata dalla figlia Romana come titolo del suo libro. Nel gelo più totale dell'assemblea, De Gasperi disse testualmente, scandendo le parole con voce ferma: "Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me. E' soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa considerare come imputato".
Personalmente io avrei evitato l'inciso, scrivendo una frase più fluida, come in genere viene riportata a memoria. E cioè: "Sento che tutto qui è contro di me, tranne la vostra personale cortesia". Ma la cosa è scusabile, visto che la frase non è stata prodotta da uno speech-writer: secondo la testimonianza di un ambasciatore dell'epoca, è stata infatti scritta di suo pugno dallo statista trentino, in testa al discorso preparato integralmente da una schiera di diplomatici della Farnesina. Ecco cosa succede quando i capi non utilizzano gli specialisti della comunicazione. I vincitori comunque non ci fecero caso, anche perché chi sa cosa gli sarà arrivato in cuffia nella traduzione simultanea.
Compresero però benissimo il senso di quella premessa che forse voleva essere accattivante ma che condensava in un istante carico di tensione tutta l'umiliazione e la dignità del rappresentante di un Paese sconfitto. De Gasperi, che era già volato negli Stati Uniti a chiedere il grano per sfamare gli italiani, cercava di ottenere a Parigi anche una possibilità di manovra da Stato sovrano, rivendicando la necessità per l'Italia di un proprio apparato di difesa militare dopo lo smantellamento delle sue forze armate.
Le delegazioni straniere alla conferenza della pace alloggiavano presso il celebre Hotel Meurice, a due passi da Place de la Concorde. Secondo il racconto di un sedicente testimone, sembra che un nostro politico rientrando in albergo, e a quanto pare non troppo stanco dai lavori della conferenza, fosse solito raggiungere a piedi la sua stanza al primo piano. Prenda l'ascensore, lo invitò una volta cortesemente il portiere. E lo sciagurato, fiero di sfoggiare la sua conoscenza delle lingue, rispose: "Non, merci, Je préfère salir les escaliers". Che in francese significa: "No grazie, preferisco sporcare le scale".

(Tratto dal libro di Alberto Angelucci, “Frasi celebri dalla Bibbia a Mike Bongiorno, Oscar Mondadori 1993)


 
 
 
 
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