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La polemica: Ancora dal carcere di Fossombrone

Nell'ultimo numero dello Specchio abbiamo dedicato un breve editoriale ("Detenuti e burocrazia") alla vicenda di un nostro collaboratore dal carcere di Fossombrone. A questo proposito la direttrice dell'Istituto, dott.ssa Manuela Ceresani, ci ha inviato la lettera che segue, controfirmata dalla sua assistente dott.ssa Mieli che aveva gestito inizialmente la vicenda. Pubblichiamo questo documento, insieme alla nostra replica, per completezza di informazione verso i nostri lettori: avranno così modo di farsi liberamente una loro opinione.

Egregio Direttore, quale diretta interessata dall'editoriale apparso sul foglio da Lei diretto, sono a dir poco allibita dal contenuto e dal tono dello scritto: non solo per le numerose inesattezze riportate ma soprattutto per la leggerezza e approssimazione con cui Lei parla di cose che evidentemente non conosce e non si perita di conoscere. Questo istituto non è una scuola per educande, né un villaggio turistico: noi come Direzione siamo chiamati a gestire, sempre nell'attento rispetto della legge, persone detenute a seguito di una sentenza di condanna con tutto quello che ciò può significare in termini di organizzazione e sicurezza non solo interna al carcere, ma soprattutto esterna ad esso.

Questo, come Lei ben dovrebbe sapere, non vuol dire affatto ferrea chiusura della struttura ai contatti con la società esterna, anzi, (visto che sono numerose e molto seguite dai diretti interessati, cioè i detenuti, le varie attività scolastiche e culturali che qui si tengono da tempo), ma la particolarità della realtà ci impone regole ed attenzioni. Pertanto tutto ciò che avviene, deve avvenire, per le ragioni di sicurezza cui accennavo prima, con particolari cautele e seguendo particolari procedure che non consentono ad esempio, e sia detto per inciso, di comunicare a persone che non si conoscono il proprio nominativo. "L'assurdo balletto burocratico" (ammesso che tale siano risultati i nostri contatti telefonici) di cui Lei con tanta leggerezza parla, non è altro che attenzione alle regole e cura per il da farsi, che, mi creda, qui nessuno si può permettere di prendere alla leggera. Cosa che al contrario viene fatta da alcuni tra coloro che accedono in questo istituto per svolgere le attività trattamentali previste, nonostante i continui richiami e avvertimenti: ecco che allora, proprio quando quelle regole di legalità non vengono rispettate, ci si ritrova in situazioni poco chiare. Così un professore riceve da un detenuto uno scritto che non dovrebbe ricevere, e, cosa ancor più grave, lo porta a Lei rendendosi tramite in un passaggio di consegne forse nemmeno richiesto dal detenuto stesso; così Lei vuole dalla Direzione del carcere un'autorizzazione alla pubblicazione che esula da ogni nostra competenza, perché delle due l'una: o il detenuto vi ha scritto direttamente (come è ampiamente suo diritto visto che la corrispondenza dei ristretti è libera e possono scrivere a chiunque quando vogliono), e dunque Noi non ne siamo coinvolti minimamente; oppure (cosa che è avvenuta nel caso in questione) la missiva non era a Voi indirizzata ma vi è giunta per vie traverse, ed allora nessuna autorizzazione alla pubblicazione può venire da questa Direzione che in tale materia, come detto, non può e non deve autorizzare alcunché. Da ultimo occorre precisare per verità storica e correttezza nei confronti di chi legge, che nessuno è scomparso nel nulla lavandosi le mani della questione (oltretutto i nostri Educatori, che sono persone competenti e scrupolose, le hanno più volte telefonato, ma non era al giornale) anzi: il tutto è stato seguito da chi di dovere e nelle sedi opportune, informando il detenuto interessato dell'accaduto, richiamando il professore a più corretti comportamenti e mettendo il Preside al corrente di quanto avvenuto.

Spero che per il futuro questo spiacevole incidente Le serva per avvicinarsi con atteggiamenti meno polemici e inutilmente sarcastici al mondo carcerario di cui evidentemente ha scarsa conoscenza. Nemmeno Noi siamo fanatici del "garantismo", ma solo attenti esecutori della legge, non contro l'interesse dei detenuti, ma nell'interesse di tutti, anche Suo, dei suoi lettori e del carcere di Fossombrone.

Storie di ordinario superficiale giornalismo.

Manuela Ceresani

La direttrice del carcere si lamenta di "inesattezze" e "leggerezze"; poi, come capita spesso agli incauti polemisti, scrive un testo lungo il doppio del nostro editoriale, senza smentire una virgola di quanto da noi pubblicato e anzi confermandolo punto per punto. Di suo aggiunge una trasparente bugiòla e una versione di comodo. La bugiòla si riferisce al fatto di averci fatto telefonare più volte senza successo (ohibò!): il nostro ufficio è presidiato almeno otto ore al giorno dal personale e ventiquattr'ore da una segreteria telefonica. La versione di comodo riguarda la nostra presunta richiesta di autorizzazione alla pubblicazione da parte della direzione del carcere, quando è evidente che un'autorizzazione del genere non spettava né a noi chiederla né a loro concederla. Come è scritto a chiare lettere nell'articolo, chiedevamo invece un contatto col detenuto perché "lui" ci autorizzasse a identificarlo come tale: altrimenti alcuni suoi testi non sarebbero stati pienamente comprensibili. Infine la lettera della direttrice conferma che sono state esercitate pressioni sull'insegnante che ha fatto da postino delle poesie, affermando contemporaneamente (si badi bene) che "la corrispondenza dei ristretti è libera e possono scrivere a chiunque quando vogliono".

Nonostante la chiusura polemica del nostro editoriale ("Storie di ordinaria burocrazia...") abbiamo molto rispetto per il lavoro difficile e pericoloso delle forze dell'ordine e in particolare degli addetti all'amministrazione penitenziaria. Se però questo è il livello medio di argomentazione dei loro funzionari, c'è poco da stare allegri.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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