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Settembre 1998 / Lettere e Arti
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Lo Specchio dei piccoli

Nel numero di luglio abbiamo inaugurato questo nuovo spazio del giornale, invitando i lettori a contribuire con disegni, favole, poesie o racconti: scritti per i bambini o prodotti dagli stessi bambini. Pubblichiamo in questa pagina alcuni nuovi testi pervenuti in redazione durante l'estate.

Gli alberi senza rami

Tanto, tanto, ma tanto tempo fa, quando i nonni non erano ancora nati, la terra era abitata solamente da pochissimi uomini, e il nostro pianeta era tutto ricoperto da un'immensa foresta. Le piante di questa foresta non erano come quelle di oggi; erano senza rami e con poche foglie, attaccate in cima al tronco che, grosso alla base, si assottigliava sempre più mano a mano che si arrivava alla sua sommità.

Tutti gli alberi, a quel tempo, producevano frutta di ogni genere e qualità; il guaio però era che su ogni pianta nasceva un unico frutto e questo spuntava proprio in cima alla pianta, lassù, in alto, dove nessuno riusciva ad arrivare. Sul pero nasceva un'unica pera, sul melo un'unica mela, sul ciliegio un'unica ciliegia, sulla palma una solo banana. Anche dalla vite nasceva, sia pur di grosse dimensioni, un unico chicco e il suo fusto non si diramava in tanti rami ma si ergeva bello, diritto e affusolato verso il cielo come tutte le altre piante. Così gli uomini, non potendo raggiungere la cima delle piante per la scarsa resistenza del fusto nel punto in cui la frutta nasceva, dovevano accontentarsi di ammirarla dal basso senza poterla gustare. Lassù, in prossimità della frutta, la pianta era talmente esile che solo un uccellino poteva essere sorretto; e quando questo avveniva, la punta della pianta si fletteva. Così la maggior parte della frutta veniva mangiata esclusivamente dai volatili. Capitava a volte che qualche uccellino, avvicinandosi alla pianta, nel compiere un movimento brusco, facesse cadere a terra la frutta. Solo allora, e in questi rarissimi casi, gli uomini potevano assaporare e gustare il dolce prodotto di quelle piante. Poiché questo capitava raramente, dava loro l'impressione che la frutta fosse molto, ma molto più buona, più saporita e più dolce della frutta che noi mangiamo oggi; e gli uomini avrebbero fatto chissà che cosa pur di averla.

Fino a che, un giorno, ad uno di loro venne in mente l'idea di abbattere le piante per raccogliere il frutto: "Perché non tagliamo le piante? Così potremmo raccogliere tutta la frutta che vogliamo!" La proposta ebbe molti consensi, ma non venne accolta dall'intera comunità; alcuni si rifiutarono e protestarono energicamente. "Ma se abbattiamo le piante il prossimo anno non ci sarà nemmeno quell'unico frutto!" sostenevano questi. "Ma a che serve la pianta che fa la mela" insistevano gli altri "se non la possiamo raccogliere?". "C'è sempre la possibilità che cada" replicavano gli oppositori. "Ma se non cade e la mangiano gli uccelli tanto conviene abbatterla e raccogliere la mela", insistevano i sostenitori della proposta, "meglio un uovo oggi che... un uovo chissà quando... e forse mai".

Così gli uomini di quel tempo si divisero in due gruppi: quelli che sostenevano l'idea di abbattere le piante per raccogliere la frutta e quelli di opinione contraria. Per trovare un accordo, si riunirono in assemblea tante volte cercando ogni volta di risolvere il problema, ma ogni volta la discussione era molto infuocata ed alla fine ciascuno dei due gruppi rimaneva fermo ed inamovibile sulle proprie posizioni. Dopo tanto e tanto tempo, perso in inutili chiacchiere ed accese discussioni, trovarono finalmente la via per accedere ad un compromesso. Poiché il pianeta era tanto, ma tanto grande e le piante erano moltissime, i due gruppi si divisero la foresta: i sostenitori dell'idea di abbattere le piante si ritirarono in una parte del pianeta e gli altri andarono a vivere nella parte opposta. Questi ultimi, seduti, con gli occhi sempre rivolti verso il cielo, continuarono a contemplare, sulla cima delle loro piante le pere, le mele, le ciliegie, l'uva, le banane, sempre covando dentro di loro la speranza che qualcuna di queste cadesse; gli altri, invece, si misero subito all'opera, cominciando ad abbattere le piante e a raccogliere, e finalmente gustare, la leccornia sospirata. E a mano a mano che avanzavano nella loro opera di abbattimento, la frutta, contenente un'infinità di zuccheri e di vitamine, dava loro sempre più energia e voglia di abbattere nuove piante.

Quelli che fino ad allora avevano oziato e, sbadigliando, sognato la caduta naturale della frutta, vedendo gli altri allegri e soddisfatti e soprattutto appagati del loro lavoro, corrosi dall'invidia, più che dalla convinzione delle proprie idee, colsero il pretesto del disastro ecologico per ostacolare l'attività di questi: "State distruggendo la natura!". Avete creato dietro di voi il deserto!". "Continuando di questo passo tutta la vostra terra rimarrà completamente senza piante e di conseguenza senza frutta!". "Cosa darete da mangiare ai vostri figli quando la vostra parte di mondo sarà distrutta?".

Gli accusati si giustificavano dicendo che abbattevano solo le piante site nella parte di terra loro assegnata dalla divisione fatta di comune accordo, e che le piante erano tante, che per quante ne avessero tagliate il bosco si sarebbe esteso all'infinito. Ma quelli continuavano ad insistere. La loro voglia di lavorare era poca, ma quella di parlare, di giudicare, di sentenziare era tanta e coadiuvata da una facilità di parola che gli altri, tutti presi dal lavoro, non avevano. E mentre ormai il parlare dei primi iniziava ad insinuare qualche ombra di dubbio nelle menti dei secondi, laggiù, in fondo, dove erano state tagliate le prime piante, spuntarono dei nuovi alberelli: i semi della frutta che mangiando avevano scartato, erano germogliati. Alcune piante erano state distanziate le une dalle altre, perché non tutti i semi avevano trovato il terreno fertile per nascere; altre, invece erano nate raggruppate come le prime che avevano tagliato. Quelle distanziate, crescendo, ramificarono e dettero più frutti; quelle nate raggruppate, al contrario, continuarono a crescere alte e diritte e a dare un solo frutto. Così gli uomini si accorsero che la natura era generosa con loro, ma che dovevano aiutarla ed incanalarla, per far sì che i suoi frutti fossero sufficienti a sfamare tutto il genere umano. Fu così che gli uomini impararono a coltivare le piante.

Ora vi domanderete: quelli che criticarono l'operato di quelli che lavoravano che fine fecero? Si convinsero anche loro che era meglio fare così oppure morirono tutti di fame? No, essi sopravvissero fino ai nostri giorni, e non si convinsero affatto; rimasero delle proprie idee ed anche oggi continuano a criticare l'operato di quelli che lavorano.

Pierpaolo Corrina

 

Salvatore Del Campo

Un giorno la moglie del ragioniere Salvatore Del Campo decise di fare una festa tra amici e mandò il marito a comprare del pesce. Arrivato alla pescheria Salvatore Del Campo disse: "Vorrei delle seppie".

"Di che tipo?" fece il pescivendolo.

Salvatore Del Campo non lo sapeva quindi tornò a casa per chiederlo alla moglie. Dopo essersi informato, ritornato nella pescheria, disse di nuovo: "Vorrei delle seppie medie".

"Quanti chili?" chiese il pescivendolo.

Salvatore Del Campo non lo sapeva, così pieno di vergogna tornò di nuovo a casa per chiederlo alla moglie. Mentre si dirigeva verso casa vide un circo sfilare per le vie della città. Un pagliaccio che stava su di un carro all'improvviso perse l'equilibrio e rovesciò un secchio d'acqua sul povero Salvatore. Una volta a casa il povero Salvatore tutto fradicio com'era si cambiò in fretta e fece ritorno alla pescheria, ma questa volta, ahimè, era chiusa. Ora come avrebbe fatto con la moglie? Non gli restava che pescare del pesce da solo. Nonostante non si intendesse affatto di pesci e di pesca, comprò una canna e si diresse verso il porto. Prima, però cercò dei vermiciattoli per usarli come esca, ma fortunato com'era ne trovò solo uno. Lì vicino c'era un gatto che, vedendo penzolare il verme dalle mani di Salvatore, con un salto glielo strappò di mano e se lo mangiò. Salvatore paziente com'era, non si perse d'animo e, cerca cerca, ne trovò un altro. Come se non bastasse una farfalla gli cominciò a svolazzare intorno e Salvatore per scacciarla cadde in acqua.

Stanco di tutto questo, Salvatore decise di tornarsene a casa; raccolse le sue cose e si mise in cammino, ma ad un tratto il poveretto scivolò e cadde rovinosamente sopra una colonia di granchi che ridussero a brandelli i suoi abiti. Quando ritornò a casa, stravolto e irriconoscibile, la moglie lo mise al corrente che la festa in programma era stata rinviata e che il pesce non le serviva più. Salvatore a quel punto reagì investendo di craniate la parete della cucina che cadde fragorosamente sopra la moglie che, come se niente fosse, continuava a blaterare e a ripetere che il pesce che gli aveva commissionato per la cena non le serviva più, perché...

Anna Maria Rinaldini
(Elaborazione collettiva della Classe II G,
Scuola Media "A.Manzoni" di Pesaro.
Anno Scolastico 1985-1986).

L'uomo invisibile

Una volta in una città arrivò un uomo invisibile. Oltre ad essere invisibile quest'uomo, purtroppo, era anche abbastanza prepotente e si divertiva ad infastidire la gente senza essere visto. Per esempio andava nei bar e si mangiava tutte le paste che voleva senza dare un soldo, entrava al cinema senza pagare e faceva persino scoppiare i palloncini ai bambini, bucandoli con uno spillo.

Non passò molto tempo che gli abitanti di questa città si stancarono proprio dell'uomo invisibile e avevano imparato a sentire i suoi passi quando costui si avvicinava. Capitava così che i baristi si accorgevano che lui entrava e dicevano: - Stai fermo! So che sei lì! - Al cinema la stessa cosa: i cassieri dicevano: - Attento! So che sei lì - I bambini poi, appena sentivano che si avvicinava cominciavano a sferrare calci e lo prendevano quasi sempre alle caviglie.

Insomma, la vita dell'uomo invisibile era diventata impossibile, non poteva fare un passo che si sentiva dire: - Attento! So che sei lì - oppure si beccava dei gran calci. Arrivò finalmente un giorno che non resistette più: se ne andò tutto arrabbiato con le caviglie gonfie e da quel giorno non si fece più vedere (si fa per dire!).

Paolo Cappelloni

 

 


 
 
 
 
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