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Ebrei a Gabicce Mare
(1943-1944)
Settembre 1998

Dalla tranquilla e laboriosa Gabicce, trasformata in pochi anni da un piccolo borgo di pescatori e di contadini nella prima località turistica delle Marche e nel primo paese della provincia di Pesaro per reddito "pro-capite", riceviamo questa testimonianza che si riferisce ad anni lontani: ma ancora vicinissimi alla nostra coscienza e alla nostra sensibilità. La pubblichiamo insieme al commento di Cesare Rimini: oggi uno dei più noti avvocati italiani, specializzato in diritto di famiglia e collaboratore del Corriere della Sera.

Una storia che ci fa onore

In questi ultimi tempi sono riuscito a ricostruire esattamente le vicende di alcune famiglie di ebrei rifugiate a Gabicce, durante la seconda guerra mondiale, per sfuggire alle leggi razziali. Fra queste, la famiglia Finzi di Ferrara e la famiglia dell'avvocato Cesare Rimini di Milano (allora undicenne) che si salvò insieme a tutti i suoi parenti grazie ad alcune carte d'identità falsificate, rilasciate dallo stesso segretario comunale di allora, Loris Sgarbi. La carta d'identità di Cesare Rimini (riprodotta in questa pagina) è datata 11/11/1943, col nome paterno modificato in "Ruini" e il nome materno cambiato da Ardenghi in "Arenghi". Si vedono chiaramente il timbro del Comune e la firma del podestà Romeo Zoppi: segno evidente della collaborazione delle autorità comunali dell'epoca, che permise di salvare parecchie persone altrimenti destinate ai campi di sterminio nazisti. La vicenda è stata ricostruita dallo stesso avvocato Rimini nel suo libro "Una carta in più", edito da Mondadori: appunto una carta d'identità in bianco, fornita da Loris Sgarbi nel caso che quelle contraffatte non fossero state sufficienti per tutti. Grazie alle indicazioni di sua figlia, Maria Laura Sgarbi, ho ritrovato il luogo, e le foto originali, del nascondiglio offerto ai perseguitati: la villa Antinori (oggi diventata una "dependance" dell'Hotel Venus) allora adibita come ufficio e alloggio del segretario comunale. Loris Sgarbi non fu assassinato dopo la guerra, come è stato erroneamente riferito all'avvocato Rimini, ma è scomparso nel 1983 a Castelplanio (Ancona) dove viveva con i suoi quattro figli e tanti nipoti.

Il gruppo di ebrei di cui faceva parte la famiglia Rimini era composto da 13 persone che, grazie alle carte falsificate, si rifugiarono a Mondaino; un altro gruppo di 15 persone prese il mare arrivando fino a Bari, come ricorda Gregorio Caravita nel suo libro "Ebrei in Romagna (1938-1945)", Longo editore; altri infine furono ospitati presso le famiglie del luogo.

Lavorando alla ricostruzione di questa storia, ho scoperto altri episodi inediti avvenuti durante l'occupazione nazista: come quello di un'interprete di tedesco, Diva Della Santina Schillaci (oggi una bella signora di 76 anni, tuttora residente a Gabicce), che riuscì a trafugare alcuni timbri del comando tedesco perché venissero duplicati nottetempo dal suo fidanzato e poi rimessi al loro posto il mattino successivo. Anche questi timbri furono usati per produrre false certificazioni e lasciapassare: un'azione che poteva costare la vita ai suoi giovani ideatori. Continuerò le mie ricerche per chiarire sempre meglio questo pezzetto di storia che fa onore al nostro Paese e per rendere il giusto omaggio a tanti nostri concittadini che hanno sfidato la prospettiva di una probabile fucilazione per salvare alcuni sconosciuti (uomini, donne e bambini) dalla persecuzione nazista e fascista.

Umberto Palmetti

Il sapore del ricordo

Nel mio libro riaffiorano i ricordi di un bambino undicenne, e credo siano esattissimi. Non ci sono nomi e non potevano esserci: sono ricordi immobili, quasi metafisici. Ci sono tutte le facce che ho incontrato: sono facce di amici, per fortuna molti ci sono ancora.

Cosa aggiungere per rispondere a una richiesta che più garbata e sensibile non poteva essere? Si può forse raccontare una storia, molto più recente. Ero per una causa a Rimini, e stavo da due giorni con mia moglie al Grand Hotel. Era giugno, feci una scappata a Mondaino, e poi venne in spiaggia da noi il mio maestro di allora, il prof. Atos Lazzari, con la sua simpatica moglie. Un grandissimo parlare sulle sdraio sotto l'ombrellone e poi ancora a tavola nella rotonda. Pian piano tiravo fuori il mio romagnolo anche col cameriere, di incontenibile arguzia; aveva una di quelle facce che ci avevano aiutato nei tempi difficili. Lui era stato bambino piccolo, sotto le bombe delle fortezze volanti, a Misano. Quelle bombe io le avevo viste sganciare dalla Rocca Malatestiana di Mondaino. Parlavamo così volentieri che alla fine il cameriere fu costretto a sedersi con noi, come all'osteria.

E poi c'erano a un tavolo vicino, marito e moglie, miei buoni conoscenti milanesi in una breve vacanza. Lui un industriale, colto, buon musicista. Chiesero di venire più vicino, per sentire bene quelle gran chiacchiere di Atos, del cameriere e mie. Ogni volta che lo vedo dice che è stata una colazione indimenticabile, con i nostri ricordi di guerra, ma soprattutto di amicizia.

Cesare Rimini

Una carta in più

Per gentile concessione dell'autore, riportiamo di seguito qualche brano del suo libro.

[...] Alle prime leggi razziali Mons. Sartori che era schivo e di poche parole, manifestò grande cordialità e poi amicizia. Fermava mio padre per strada, si faceva vedere da tutti, ostentatamente, e gli parlava a lungo. Avevo sei anni ed ascoltavo quel prete che diceva ogni tanto "mascalzoni". Mio padre era un ebreo che aveva sposato una guia, cioè una cattolica; noi figli dovevamo essere ebrei, così si erano accordati i miei genitori. [...]

Una mattina vidi in casa una eccitazione strana ed allarmata. Noi, figli di matrimonio misto, eravamo stati esclusi, fino ad allora, dalle leggi che riguardavano gli ebrei. Quella mattina, dunque "La Voce di Mantova" segnalava una disposizione nuova. I figli di matrimonio misto erano considerati ebrei a meno che fossero stati battezzati entro una certa data, che era passata già da molti mesi. Io e le mie due sorelle (la terza non era ancora nata) eravamo dunque, per la legge, ormai irrimediabilmente ebrei, come tutti i nostri cugini. Ciò significava, ad esempio, che non avremmo potuto frequentare le scuole pubbliche. Mio padre capì che non era in gioco la scuola, ma forse la vita. Andò da Mons. Sartori, per chiedergli consiglio. Il "Cameriere segreto di Sua Santità" non ebbe dubbi: "Se vuole li battezzo subito e faccio un certificato di battesimo con data falsa. Se vuole, invece, non li battezzo; faccio solo il certificato di battesimo, con la data che va bene per i mascalzoni".

Mio padre tornò a casa e tutto avvenne in mezz'ora. Parlava con mia madre che non osava chiedergli nulla. Lui pensava che quel battesimo era una specie di tradimento, non tanto per le origini della sua famiglia, per quella teoria di mercanti di cui c'erano i brutti ritratti in solaio, per la sua gente che aveva subito umiliazioni e persecuzioni nei secoli. Sono sicuro che mio padre non pensava alla tradizione, alla religione dei suoi padri che i suoi figli abbandonavano. Non pensava alle cose antiche, ma a quelle della sua giornata, pensava a tutti i nostri parenti ebrei, a quelli che non avevano scappatoie, a quelli che non avevano la soluzione di Mons. Sartori. [...]

Così nella sagrestia di Santa Carità venimmo battezzati tutti e tre. L'acqua era fredda sulla testa. Le madrine erano una zia cattolica e la sorella di monsignore. Mio padre era seduto in un angolo, su una poltrona dura di sacrestia. [...]

Ormai l'unico ebreo del nostro nucleo familiare era mio padre, sapeva che ora sarebbero iniziati sul serio i tempi difficili, credo si sentisse solo. Quando fu certo che non poteva derivargli nessun vantaggio dall'essere battezzato, chiese il battesimo. Non so perché fu battezzato in Duomo a Milano. Spiegava scherzando che voleva che avessimo un Padre Eterno solo sulle nostre teste; voleva che fossimo protetti tutti nello stesso modo. [...]

Le carte d'identità sono state lo strumento, la base, il perno della nostra storia. Non so dove mio padre conobbe il segretario del piccolo comune, vicino a Cattolica. Forse andò a chiedere una informazione, forse per avere le carte annonarie. L'impiegato capì che quel signore aveva dei pensieri e un cognome imbarazzante, schedato in chissà quali elenchi. Gli chiese se il problema l'aveva solo lui e mio padre gli spiegò che il problema era grande anche come dimensione: sei noi Rimini, quattro i Finzi più la nonna Finzi, la zia Maria Cantoni vedova d'Angeli e poi il direttore della ditta di mio padre, Guido Vivanti. Sono brutti cognomi, disse il segretario comunale. E' vero, disse il signor Rimini. Torni tra due giorni - disse il segretario - ci saranno quattordici carte d'identità perfette, una di scorta. Voi siete tredici, una di più perché potreste fare qualche errore nello scrivere i nomi. Mio padre andò e tornò con una busta gialla intestata "Comune di..." con le quattordici carte bianche ma con la firma del podestà e del segretario comunale e il timbro a secco del comune.

La sera i miei chiusero bene le porte. Guido Vivanti aveva una bella grafia nitida e rotonda; era abituato a scrivere le fatture a mano nel nostro magazzino. Aveva una penna stilografica madreperlacea di bachelite azzurrina. Compilò le carte di identità sotto la lampada che scendeva sul tavolo e aveva il contrappeso di porcellana bianca. Scriveva lentamente con grande attenzione. I cognomi subivano alterazioni impercettibili ma purificatorie. Tutti i Rimini divennero Ruini, tutti i Finzi divennero Franzi, la zia Cantoni divenne Carloni e lui, Vivanti, con un moto d'orgoglio si trasformò in Vivaldi. Le lievi metamorfosi dovevano servire per evitare eventuali lapsus o per sperare nella disattenzione di chi ci avesse chiesto i documenti avendoci riconosciuti. Una ipotesi macchinosa ma astrattamente possibile. Con quei documenti i Ruini e i Franzi andarono a Mondaino. Dove poi Vivaldi li raggiunse un mese dopo. La nonna Franzi e la zia Carloni vennero sistemate in un convento di suore a Morciano, dove poi sotto i bombardamenti pregavano in ebraico... e le suore in latino.

Mio padre chiese timidamente al segretario comunale cosa poteva fare per lui e il segretario gli rispose che doveva fare buon viaggio, con i suoi figli e i suoi parenti e usare bene le carte di identità che gli aveva dato... perfette, aggiunse, così mio padre capì che la firma del podestà era falsa. [...]

Nella primavera del '45, in aprile, mio padre improvvisamente, consigliato dagli sviluppi della guerra, decise di partire da Mondaino per tornare a Mantova. Pensava, giustamente, che la sua marcia verso il nord avrebbe coinciso con la rottura del fronte e la disfatta dei tedeschi in modo che avrebbe potuto arrivare tra i primi nella nostra città liberata, e vedere cosa era rimasto della nostra casa e dei nostri affari. Non pensava invece di trovare notizie buone delle persone. Non aveva mai avuto questa speranza. Per una telepatia, che è antica nella nostra famiglia, sapeva che non avremmo rivisto nessuno: la sua dolce sorella Lucia e il marito, lo zio Renzo, intelligente tessitore di improbabili affari, i tre figli, Alberto, Germana e Olimpia. Aveva solo una ipotesi di salvezza per Olimpia che aveva tre anni e che forse avrebbe mosso a compassione qualcuno. Invece non è stato così. I loro nomi sono scritti sulla lapide della comunità israelitica di Mantova tra quelli che hanno finito la vita nel campo di Auschwitz. [...]


 
 
 
 
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