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La scherma a Pesaro negli anni ‘50

Giuseppe Mancini in allenamento col maestro Arturo Mattioli. - Mancini con Lucio Bui, Gianfranco Paolucci e Fausto Ranno.

Insieme con miei coetanei e compagni cestisti, sono recentemente apparso nelle pagine pesaresi di un autorevole quotidiano, con una foto anni ‘50. “Ma in quegli anni eri soprattutto uno schermidore!”, mi ha scritto il direttore de Lo Specchio della cittá, “sfidandomi” a produrre alcune testimonianze in tal senso. Ed è con piacere che accetto il guanto e rispondo al suo giusto richiamo con alcune foto che dimostrano quanto effettivamente io sia legato alla storia della scherma pesarese.
All'inizio dell'anno scolastico 1947, l'insegnante di religione don Antonio Bertuccioli distribuí un volantino nel quale si diceva che di lì a qualche giorno sarebbero riprese le lezioni di scherma. Fui fra i primi a presentarmi. Le lezioni venivano date nella saletta cinematografica del Circolo parrocchiale San Terenzio, messa a disposizione da don Antonio, anima e motore organizzativo delle molteplici attivitá ricreative dell'oratorio; a patto che togliessimo le sedie ogni volta e le rimettessimo in ordine e pronte per le regolari proiezioni successive. Il tutto ruotava attorno alla figura del maestro Mattioli, maresciallo dell'esercito in pensione, giá schermidore anche lui e protagonista di un memorabile (per lui) incontro di gala alla presenza della regina. Di quell'evento ci ricordava, con orgoglio, di aver avuto in regalo un binocolo da teatro. Per i forti dolori artritici camminava con il sostegno di un bastone da passeggio con pomo d'avorio artisticamente lavorato che usó sempre piú pesantemente e con commovente stoicismo anche durante le lezioni che continuó a darci fino ad etá avanzata. Ciro Renganeschi rappresentava il collegamento con la F.I.S. (Federazione italiana di scherma), regolava le nostre iscrizioni e faceva da portavoce con la stampa locale; era lui che correva a consegnare al Bar dello Sport (Renzi) in piazza i telegrammi che annunciavano i nostri risultati quando andavamo in trasferta per gare interregionali e nazionali. Era talmente appassionato e coinvolto che ad ogni nostro incontro vittorioso si commuoveva fino alle lacrime; e al ritorno raccontava, ovunque, per filo e per segno i nostri assalti in ogni pur minima mossa.
Di quegli anni ricordo un prestigioso evento a scopo promozionale: una serata organizzata all'aperto sul campo di pallacanestro di Viale della Vittoria con la partecipazione del leggendario maestro Agesilao Greco, intento a dimostrare il suo famoso “bi-colpo” che a dire il vero non avrei mai capito. L'effetto sperato ci fu davvero. Si mostrarono fortemente interessati alle vicende schermistiche cittadine il marchese Baldassini e il geometra Mazzotta che agirono in perfetta collaborazione. Il primo mise a disposizione un ampio salone all'ultimo piano del suo storico palazzo; il secondo inglobó la scherma nelle attivitá dell'Unuci (Unione Nazionale Ufficiali In Congedo d'Italia), sezione di Pesaro, della quale lui era il segretario e Baldassini il presidente. Pur ragazzini, cominciammo a dare ben presto dei risultati in gare importanti tanto che la sezione di Pesaro cominció a distinguersi anche a livello nazionale. E proprio a Pesaro fu organizzato il primo campionato Unuci di spada in Italia.
Il fatto che dei ragazzini “tirassero di scherma” e avessero risultati anche a livello nazionale sotto il nome di un'associazione di ufficiali in congedo creava curiosi equivoci soprattutto per chi era lontano da Pesaro e non conosceva la situazione. E lo scoprii quando in occasione del primo campionato Unuci venne a Pesaro l'allora presidente nazionale, il senatore Tito Zaniboni. Era un personaggio austero, altissimo, e per di piú popolarissimo per l'attentato alla vita di Mussolini nel 1925: non riuscito perché scoperto in extremis mentre era già appostato ad una finestra di fronte al famoso balcone di Piazza Venezia da dove il Duce si sarebbe dovuto affacciare per un suo annunciato discorso. Quando Zaniboni chiese, incuriosito, di conoscere “lo schermidore che aveva riportato numerose vittorie sotto il nome dell'Unuci” e mi vide, con i pantaloni corti, viso e atteggiamento da ragazzino, esclamó sorpreso e divertito: “...e questo sarebbe il feroce Mancini ?”.
Mentre facevo la scherma, continuavo a giocare a pallacanestro e spesso per non farmi scoprire dai dirigenti nazionale della Federazione di scherma – che volevano che mi dedicassi solo al fioretto e alla sciabola e che non mi distraessi con altri sport – il segretario della Benelli-Victoria Pesaro, Giorgio Ghirlanda, toglieva il mio nome dai referti ufficiali delle partite in modo che non apparisse sui giornali. Effettivamente i livelli cui ero giunto nei due sport non mi permettevano piú di seguirli entrambi con la dovuta serietá. E non nascondo neppure quanto mi fosse difficile scegliere fra una disciplina individuale, affascinante quanto profondamente tradizionale; e un'altra, di squadra, pressocché nuova in Italia e che praticavo insieme con amici fraterni, assidui compagni di vita e a scuola. Con il trasferimento a Milano, avevo optato per la scherma, ma ben presto fu il destino, sotto forma di “esostosi al femore”, a decidere per me: togliendomi scherma e pallacanestro in un colpo solo. Neppure un'operazione (non riuscita) nell'estate del ‘57 all'ospedale di Pesaro, mi restituí allo sport. A questo punto, nel ‘57, mi fermo nei ricordi, perché a raccontare la scherma pesarese degli anni successivi dovrebbe farlo, con titoli ben maggiori dei miei, l'amico Franco Paolucci, spadista medagliatissimo e pluricampione d'Italia.
Non posso peró concludere questa mia testimonianza senza riparlare del maestro Arturo Mattioli e di quanto i suoi insegnamenti abbiano inciso sulla formazione di noi ragazzi nella scherma e non solo. É un peccato che molti dei suoi “fondamentali” io li abbia persi strada facendo. Mattioli ci insegnó il rispetto per gli altri. A salutare ad ogni incontro l'avversario, l'arbitro, il pubblico rivolgendoci loro direttamente. A non girare mai le spalle all'avversario. Quando si viaggiava in treno, appena entrati nello scompartimento dovevamo salutare gli occupanti mentre lui si presentava: “Sono il maestro Arturo Mattioli, e questi sono i miei allievi”. Impugnava il bastone d'avorio come fosse uno scettro, con dignitá e autorevolezza.
Eravamo in spiaggia, quando ci vennero a chiamare, me e Franco Paolucci. Il maestro stava molto male ed aveva espresso il desiderio di vederci. Era una domenica di estate del ‘62. Entrambi saremmo ripartiti il pomeriggio per Milano, dove ci eravamo trasferiti. Corremmo al suo letto. Ci tenne entrambi per mano e ci disse quanto noi, i suoi allievi, indistintamente tutti, gli fossimo stati cari: tanto quanto i suoi figli naturali (presenti anche loro), e che ci vedeva sempre, tutti insieme, compatti come in una figura piramidale. E poi a me, in particolare, disse che, di questa piramide, io ero il vertice. Un'emozione che non ho mai piú scordato. Giá, la sera, a Milano, fummo avvertiti che il Maestro ci aveva “lasciati”. Ma un uomo cosí non ti lascia mai.

Giuseppe Mancini


 
 
 
 
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