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L'ape regina

Maggie Damiani, appena uscita dalla tuta integrale che la difende dalle api.
La raccolta del miele da una delle arnie della sua azienda familiare.

Questa ragazza distilla miele: non miele metaforico, per i fortunati ragazzi di Acqualagna, ma proprio miele vero, da mangiare col cucchiaino. Maggie Damiani, 19 anni, nata di maggio sotto il segno del Toro, si chiama così in onore della protagonista della famosa telenovela “Uccelli di rovo”. Infatti il nome si pronuncia all'inglese: Megghi. E' figlia d'arte, perché da una decina d'anni affianca il papà Mauro, vigile del fuoco e apicoltore per hobby a Pietralata nella zona del Pelingo. Dopo il diploma all'Istituto tecnico servizi sociali (ex Magistrali) si è iscritta alla facoltà di Scienza della Formazione dell'Università di Urbino, con l'obiettivo di diventare maestra elementare; e poi di alternare l'attività invernale di educatrice con quella estiva di apicoltrice. Peccato che nessuno la possa vedere durante il suo lavoro, perché indossa una tuta integrale dalla testa ai piedi, occhi compresi: una specie di burka, ma molto più sexy perché in parte trasparente, che la protegge dall'eventuale assalto di diecimila api per ognuna delle sue 80 casette (“ma qualche pizzico si prende sempre”, sospira Maggie). E' scesa a Pesaro per presentare “A me… miele”, una festa organizzata il 20 settembre scorso dalla Pro-loco di Acqualagna e dall'Associazione apicoltori. Sotto gli occhi compiaciuti del presidente della Provincia Palmiro Ucchielli, che ha attribuito il merito della sua straordinaria vitalità al fatto di consumare un grosso cucchiaio di miele ogni mattina: facendo così sballare la media europea perché – secondo le statistiche – ogni italiano mangia quattro etti di miele all'anno, contro i quattro chili dei tedeschi.
Vorrei anche ricordare che, mentre noi chiamiamo “tesoro” o “amore” il nostro partner, gli americani lo/la chiamano “honey” (miele). Dopo l'apparizione di questo articolo – con relative foto – prevedo un boom di giovani apicoltori nella nostra provincia.

Un ritmo misterioso
Secondo una terrificante profezia di Albert Einstein, se le api scomparissero l'umanità potrebbe sopravvivere per soli quattro anni. Si interromperebbe infatti la catena biologica derivata dall'impollinazione delle piante: con conseguente scomparsa dei vegetali e poi degli animali erbivori di cui ci nutriamo. Basta pensare che oltre 22 mila specie di piante dipendono dalle api per la loro impollinazione. La profezia è stata rievocata in questi giorni, dopo le massicce morìe di interi sciami di api – soprattutto in Europa e negli Stati Uniti – senza motivazioni apparenti. Alcuni danno la colpa all'inquinamento atmosferico; altri alle coltivazioni di alimenti transgenici; altri ancora alla proliferazione eccessiva di allevamenti artificiali, con l'introduzione di più “api regine” negli alveari e conseguente sconvolgimento di una millenaria selezione naturale. Infine – e te pareva! – qualcuno se la prende con le radiazioni emesse dai telefonini cellulari…
In effetti bisogna stare molto attenti a mettere le mani sui cicli misteriosi della natura, di cui la vita delle api costituisce un esempio di straordinario interesse. Semplificando al massimo, ecco quello che avviene in un alveare. L'ape regina, di corporatura più grande delle altre (anche perché è nutrita con la pappa reale), è l'unica a deporre migliaia di uova e quindi a fare figli: vive a lungo, anche più di due anni, facendo fuori le eventuali regine concorrenti. I maschi (fuchi) vivono pochissimo, in genere solo 24 ore, dopo aver fecondato l'ape regina durante il volo nuziale. Le api operaie vivono poche settimane: forse perché lavorano come pazze tutto il giorno per raccogliere il nettare dai fiori e trasformarlo in miele: poi depositato nelle celle del favo, sigillate con la cera da loro stesse prodotta. Il tutto segue regole precise e immutabili e una rigidissima organizzazione gerarchica.

Dai fiori al barattolo
L'apicoltura è sicuramente uno dei mestieri più antichi del mondo. Non a caso l'ape veniva considerata un essere sacro nell'antichità e il suo simbolo si ritrova spesso nei geroglifici delle tombe egiziane.
Oggi le arnie costruite dall'uomo sono piccole casette di legno e metallo, con telai interni che imitano il favo naturale e dove le api vanno a depositare il miele. Dopo aver spazzato via le api con un apposito “soffiatore”, la smielatura viene eseguita da una macchina a centrifuga che fa girare i telai, elimina i tappi di cera e fa colare il miele negli appositi contenitori dopo averlo filtrato per eliminare tutte le scorie. In pratica si va direttamente dal produttore (le api) al consumatore (noi). Esistono vari tipi di miele, a seconda delle piante da cui viene ricavato il nettare: miele di acacia, tiglio, millefiori, castagno, agrumi, fragola e molti altri. In tutti i casi, contiene elevate quantità di fruttosio e di glucosio (pari a 3.200 calorie per ogni chilo) e rappresenta una grande fonte di energia per il nostro organismo.
Un apicoltore lavora solo quattro mesi all'anno, ma praticamente giorno e notte, con discrete possibilità di guadagno. Infatti con un centinaio di casette (ma alcuni piccoli produttori della provincia superano le cinquecento arnie) si possono produrre quasi tre quintali di miele. Per il miele di acacia – il più pregiato – il prezzo di vendita è di 4 euro per i barattoli di mezzo chilo e di 8 euro per quelli di un chilo. Facendo due conti, una volta ammortizzato l'investimento iniziale nelle apparecchiature, si potrebbero guadagnare circa mille euro al mese, al netto delle spese di produzione e di commercializzazione: anche se, nel caso della produzione artigianale, il miele viene venduto solo nelle fiere e nei mercati del circondario. Sempre meglio che lavorare all'Alitalia…

A.A.


 
 
 
 
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