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Ottobre 2008 / Opinioni e Commenti
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Birindelli: è morto un eroe


Un altro pezzo della nostra gloriosa storia di Marina se ne è andato, salutato militarmente con una cerimonia degna di lui. Qualcuno ha detto che in Italia non si dovrebbe morire d'agosto ed ecco perché Gino Birindelli ci ha lasciato proprio in agosto, per dirci ancora una volta quanto si sentisse distante da questa nostra Italia attuale.
Il suo nome poco o nulla dice ai giovani. E' stato uno di quella “banda di matti” della Regia Marina che hanno violato le inviolabili basi inglesi nel Mediterraneo, anzi è stato il primo a portare a termine l'attacco a cavalcioni del “maiale” nel porto di Gibilterra. Poco o nulla importa se il suo bersaglio, la corazzata “Barham”, è rimasto lì, all'àncora nella rada ed il maiale è andato a fondo prima di poter essergli attaccato sotto; quello che vale è che Birindelli, nonostante l'avaria occorsa al suo mezzo, non abbia desistito, abbia tenacemente e rabbiosamente cercato la vittoria a tutti i costi, anche contro la sorte avversa, trascinando il pesantissimo siluro sul fondo limaccioso del porto fino al completo esaurimento delle sue forze, fisiche e psichiche. Fu catturato dagli inglesi dopo che, arrampicatosi su un molo di Gibilterra, aveva convinto uno spagnolo a traghettarlo sulla sua barca verso la vicina costa iberica. Ne ebbe la Medaglia d'Oro al Valor Militare.
Dopo la prigionia e l'armistizio, riprende la sua attività al servizio della Marina. Al comando del “Montecuccoli incrociator Raimondo”, come da buon toscanaccio di Pescia scherzosamente amava chiamarlo, partì nel 1956 per una crociera addestrativa, direzione Australia; ma sulla via del ritorno la guerra scoppiata fra Egitto ed Israele rese intransitabile il Canale di Suez. Così ricevette l'ordine più laconico della sua vita: rientrate via Panama. Ne conseguì il primo giro del mondo di una nave italiana nel dopoguerra, dove rifulse la figura di marinaio, di comandante e di leader di Birindelli. Ho conosciuto l'ammiraglio quando era Comandante in capo della Squadra Navale ed io giovane Guardiamarina, ufficiale di rotta del sommergibile “Morosini”. C'ero anch'io durante quegli indimenticabili giorni di Cagliari ed il mio ricordo è ancor oggi legato a quell'uomo, a quel capo che ebbe il coraggio di esporre ai giornalisti convenuti per la consueta conferenza-stampa di fine esercitazioni la cruda verità, senza mezzi termini o frasi “politically correct”. Nelle sue memorie Birindelli dice che non gli sembrava affatto di avere usato termini impropri o così pesanti da suscitare scandalo o polemiche. Io c'ero e posso testimoniare che egli disse pressappoco così: “Abbiamo una bellissima flotta ma ci mancano i mezzi necessari alla sua manutenzione e gli uomini sono stanchi di essere considerati cittadini di serie B che in cambio di gravissimi disagi morali e materiali, ricevono una diaria vergognosa. Se non ci vogliono dare i mezzi materiali ed i riconoscimenti morali per compiere il nostro dovere ce lo dicano e noi ci cercheremo un altro lavoro. Chiediamo solamente di essere messi nelle condizioni di poter servire la Patria”. Pochi giorni dopo la stampa nazionale si scatenò con gran rumore, causando apprensione in taluni settori politici e governativi. Birindelli fu convocato a Roma dal Ministro della Difesa, ne ebbe una reprimenda ma altri esponenti cominciarono il canto delle sirene allettatrici, proponendogli incarichi di vertice che egli prontamente rifiutò. Quello che ricordo nettamente fu il suo ritorno a Cagliari, con tutti gli equipaggi delle navi schierati a poppa in segno di solidarietà; ma egli volle “rompessero le righe” prima di salire a bordo, perché non si desse adito ad alcun pensiero di indisciplina militare. Non fu nominato Capo di Stato Maggiore, come era nella speranza di tutti, fu inviato a Malta al comando delle Forze Navali Alleate del Sud Europa, ma la “questione militare” fu finalmente inserita nelle agende dei lavori governativi e parlamentari e cominciò a riproporsi in termini di soluzioni, materiali ed economiche, degne di questo nome e dell'importanza della nostra Patria. Anche a Malta, e poi a Napoli, egli ebbe modo di esprimere idee nuove, strategie coraggiose, iniziative d'avanguardia come quella di mostrare ai sovietici, allora presenti in gran forze nel Mediterraneo, una vera coesione, alzando su tutte le navi dell'Alleanza Atlantica la bandiera della Nato.
Un altro capitolo della sua vita merita menzione, quello relativo alla sua (breve) esperienza politica. In una intervista del giugno 2007 a Chiara Beria di Argentine che gli chiese perché, nel 1972, entrò in politica, rispose: “A quei tempi il Mediterraneo era un lago russo, le loro navi erano ovunque ma in Italia non si poteva dirlo. Fu il governo italiano l'unico a bocciare la mia idea della bandiera unica della Nato sulle nostre navi. Malagodi mi offrì il posto di capolista nei Liberali ma scelsi il Msi, meno cortesi dei Liberali ma con più grinta. Presi 300 mila voti di preferenza, un record. Due anni dopo, siccome non sono un politico di professione, me ne sono andato. Ho provato varie strade (anche presidente del Msi-Dn), ma mi sono sempre dimesso da tutte. Avevo già la Marina, la mia vera fonte di soddisfazione”.
Ci ha lasciato il 3 agosto, in silenzio, cogliendo tutti di sorpresa perché aveva vissuto così a lungo e così intensamente che pensavamo non dovesse lasciarci mai. Per una di quelle coincidenze dei destini, è morto lo stesso giorno di un altro personaggio “scomodo”, Alexander Solgenitsin, un gigante della letteratura mondiale. Ricordare Solgenitsin è pagare un debito con la libertà, ricordare Birindelli un debito con la storia… Al suo funerale c'era anche l'Addetto Navale di Sua Maestà Britannica, rappresentante di quella Royal Navy contro la quale si era battuto fino allo stremo delle forze ed ora lì, davanti a lui, rendeva visibile l'omaggio che un leale avversario rende sempre al leale nemico.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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