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Il “tenore di grazia” Umberto Macnez

Umberto Macnez con la figlia Beatrice

Sono ormai pochi a ricordare il tenore Umberto Macnez, nato il 12 febbraio 1878 a Pesaro, dove il padre Biagio gestiva “El Rastel”, una locanda situata in una zona centrale della città vecchia, a pochi passi della sede del Liceo musicale “Rossini”. E proprio in quest'istituto Umberto, nonostante l'ostilità paterna (doveva uscire di casa saltando, non visto, da una finestra), ha frequentato nei primi anni del 1890 le lezioni di canto nella classe di Felice Coen. A sostenere le spese di queste lezioni erano le zie, che gestivano il vicino Albergo Zongo: soldi ben spesi, visto che nel 1894 il giovane Macnez era scritturato, con la qualifica di “secondo tenore”, dall'impresa “Angeleri e Ponzio” che gestiva la stagione d'opera di carnevale del Teatro Rossini con le rappresentazioni della Traviata e della novità (aveva trionfalmente debuttato al Regio di Torino il 1° febbraio 1893) Manon Lescaut.
Ma è nel 1898 che, completati gli studi musicali con Luigi Leonesi, Macnez si trasferisce a Milano per intraprendere la sua carriera professionale a fianco dei più rinomati artisti e direttori d'orchestra del tempo: cosí lo troviamo nel 1900 a Fano in Lucia di Lammermoor, con Luisa Tetrazzini, nella parte di lord Arturo Bucklaw, l'innocente vittima della follia di Lucia; nel 1901 al Filarmonico di Verona nei panni di Arlecchino in uno dei sette allestimenti in contemporanea della “prima” delle Maschere di Mascagni; nel 1903-1904 al Sociale di Como nella parte di Cavaradossi in Tosca. Nello stesso periodo è scritturato dall'impresa Pacini per una tournée a Lisbona con il maestro Martinelli. Vero tipo del “tenore di grazia” con un metodo di canto che si avvicina a quello del grande Alessandro Bonci (anch'egli allievo del Liceo musicale di Pesaro) Macnez inizia la sua quarantennale carriera: nel 1906, al Coliseo di Buenos Aires sotto la guida di Arturo Toscanini, interpreta il Conte di Almaviva nel Barbiere di Rossini; nel gennaio 1913 Giulio Guidi-Casazza lo chiama al Metropolitan per sostenere la parte del protagonista nella prima rappresentazione, in quel teatro, dei Racconti di Hoffmann di Offenbach.
Le sempre più frequenti e trionfali tournée all'estero, con particolare predilezione per il Teatro Real di Madrid e il Liceu di Barcellona – che gli valgono la Commenda della Corona di Spagna – non gli fanno dimenticare il teatro della città dov'è nato e ha compiuto gli studi musicali; infatti, nel 1909 egli canta al Rossini in Don Pasquale (Ernesto) e in alcuni concerti sinfonico-vocali diretti da Amilcare Zanella, allora alla guida del Liceo musicale pesarese. È rimasta a lungo impressa nel ricordo dei suoi concittadini – tanto da farlo identificare con il personaggio – la sua interpretazione di Werther in una serie di rappresentazioni date al Teatro Rossini nel novembre 1914, nell'ambito di una tournée di 90 recite nell'Italia centro settentrionale. Non meno memorabile, e di più notevole portata culturale, la sua partecipazione alla famosa edizione del Barbiere di Siviglia, andata in scena all'Auditorium Pedrotti il 29 febbraio 1916 – in occasione del centenario della “prima” del capolavoro rossiniano al Teatro Argentina di Roma, 20 febbraio 1816 – nella quale, come riportavano i giornali dell'epoca, Macnez seppe rendere «con suprema proprietà, con sorprendente chiarezza, con dolcezza e grazia, sottolineando ogni sfumatura scenica e vocale con sapiente ed indovinato gusto d'artista» le fioriture di un'aria allora sconosciuta come “Cessa di più resistere”, vera forca caudina anche per i più esperti belcantisti della futura “Rossini renaissance”. Mi piace qui ricordare anche la rappresentazione della Traviata del 28 giugno 1924, quando Macnez sceglieva il nostro teatro per il battesimo artistico di sua figlia Beatrice nella parte appassionata di Violetta, nello stesso allestimento andato in scena, qualche giorno prima, al Teatro Perticari di S. Angelo in Lizzola.
I successivi avvenimenti della sua carriera artistica s'intrecciano, verso la metà degli anni ‘30, con le sue disavventure finanziarie causate da una disastrosa perdita al tavolo da gioco: che lo costringeva a vendere la bella villa, tuttora esistente, che si era fatta costruire nella nostra città all'angolo fra il Piazzale Carducci e Via Vincenzo Monti, e accettare l'insegnamento di canto al conservatorio di Varsavia. Gli eventi della Seconda guerra mondiale, lo costringevano a fare ritorno alla natia Pesaro, dove moriva, praticamente in miseria, il 13 luglio 1947.
Oggi, a più di 60 anni dalla sua scomparsa, sento il dovere di riproporre il suo ricordo nella speranza che i nostri amministratori, cosí solleciti a consegnare le chiavi della città, ad intitolare vie o conferire cittadinanze benemerite ad altre figure del mondo operistico (i cui meriti non sono qui in discussione ma che non hanno avuto i natali nella nostra Pesaro) si decidano di trovare un posto nel famedio o nella toponomastica cittadina per il nome di Umberto Macnez, tenore pesarese.

Gilberto Calcagnini


 
 
 
 
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