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  *

Alberto Giuliani: fotoreporter d'assalto


Ho conosciuto Alberto Giuliani prima di vedere le sue foto. La sua modestia, la sua educazione, la sua attenzione per l'altro da sé,  la sua voglia di sapere, di conoscere, di capire e, poi, di raccontare. Di raccontare l'uomo e ciò che gli ruota attorno. E ho pensato: ecco è lì il suo talento, nel sacro fuoco che lo stimola a viaggiare, a raccontare e – se necessario – a denunciare. Poi già che c'ero, ho visto le foto: straordinarie!
“Per diventare un buon fotografo servono conoscenza, curiosità e voglia di raccontare. La tecnica, soprattutto nel reportage, non è così importante; e comunque è facilmente acquisibile”.
Conoscenza, curiosità e voglia di raccontare. Alberto Giuliani, pesarese, 33 anni, fotoreporter, ha dimostrato di averne in gran quantità.

Qual è stato il tuo percorso? Dal primo scatto alla scelta di diventare fotografo.
“Avevo nove anni. Inviai tre foto ad un concorso, quella col mio gatto vinse. Da adolescente continuai a scattare foto e a vincere concorsi. Terminati gli studi, la fatidica domanda, che faccio? Avevo, ho, due grandi passioni: la fotografia e il viaggio. Decisi di assecondarle”.

Fra i tuoi lavori nel territorio pesarese, il progetto col dott. Lucarelli, in Ematologia.
“Trascorsi alcuni mesi, con la macchina fotografica al collo, fra i malati di talassemia, soprattutto bambini. Ero giovanissimo e fu un'esperienza davvero significativa”.

C'è una persona che più di altre ha influito sulla tua formazione professionale?
“Avevo poco più di vent'anni quando cominciai a collaborare con Alex Majoli, pazzo squinternato e genio allo stesso momento. Allora Alex fotografava per l'agenzia Grazia Neri (oggi per Magnum); trascorsi con lui sette, otto anni in giro per l'Italia. Dapprima gli feci da assistente, poi lavorammo insieme ad alcuni progetti che per la mia vita professionale si rivelarono fondamentali. Posso dirlo, Alex è stato il mio maestro. Mi ha insegnato non tanto a fotografare, quanto a lavorare su quello che c'è prima e dopo la foto: il progetto, l'organizzazione e la diffusione del lavoro. Soprattutto mi ha aiutato a credere in ciò che faccio e, quando è necessario, a prendere posizione.

Quale lavoro ti ha dato più soddisfazione fino ad ora?
“Senz'altro quello sulle sterilizzazioni forzate in Perù. Le mie foto sono state utilizzate dal  Tribunale Internazionale come una delle prove per accusare di violazione dei diritti umani il regime di Alberto Fujimori”.

La tua esperienza professionale fin qua ruota intorno all'elemento sociale, alla figura umana. Hai mai pensato di fotografare altro?
“E' strano: ciò che mi piace, mi diverte, mi fa star bene è fotografare i paesaggi, la natura. Ma vuoi o non vuoi, anche quando ritraggo un paesaggio lo faccio in funzione dell'aspetto sociale; alla fine torno sempre lì!”.

Scattare foto in giro per il mondo, con l'obiettivo di denunciare l'oppressione e il disagio, può significare anche trovarsi in situazioni rischiose. Qual è il tuo rapporto con il pericolo?
“Sono stato in zone di guerra, mi hanno anche arrestato (quattro volte) e sparato! Eppure non ho mai avuto la percezione del pericolo; anzi trovarmi all'interno di taluni contesti mi ha dato l'incredibile sensazione di vivere la storia. Ed è profondamente emozionante!”.

Un esempio?
“Serbia, settembre 2000, elezioni palesemente truccate, vinse il dittatore Slobodan Milosevic: rivolta popolare e assalto del Parlamento. Il regime decise di espellere gli stranieri non residenti. Per poter restare là era necessario rivolgersi all'Ambasciata, indicando ove essere reperibile. Così feci e segnalai l'indirizzo di un hotel; in realtà ero ospite di amici che accettarono di nascondermi. Nessuno sapeva dove fossi, il mio documento non valeva nulla e, per non farmi arrestare, uscivo solo di notte. Oltretutto non conoscevo una parola di serbo! Tutto durò solo tre giorni, fino a che la disobbedienza civile e la protesta di piazza ebbero la meglio sul regime di Milosevic; ma se in quel breve lasso di tempo mi avessero chiesto Cos'è la libertà?, avrei saputo darne, fuor di retorica, una definizione ben precisa”.

Cosa farà Alberto Giuliani da grande?
“Il mio sogno è quello di avere un'estancia in Patagonia e allevare pecore da lana! A dire il vero la sto già cercando, anche se non ho nessuna intenzione di smettere di fare il fotografo”.

Lamberto Bettini


 
 
 
 
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