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Il 93° Reggimento di Fanteria


8 Settembre: non tutti i soldati italiani erano sbandati

Nel mese scorso tutti i giornali italiani sono stati inondati di articoli sull'8 Settembre, nel sessantesimo anniversario di quelle vicende. Un nostro lettore di Ancona, il signor Bruno Bonanni, si trovava sulla costa della Croazia, la sera dell'annuncio dell'armistizio, come giovane tenente del 93° Reggimento di Fanteria. Oggi, a 87 anni, dopo essere stato ragioniere di banca, concessionario d'auto e assicuratore (e aver raggiunto, in congedo, il grado di tenente colonnello), è un lucidissimo patriarca, con cinque figli e undici nipoti.
Ha voluto rilasciarci questa testimonianza perché tiene a rivendicare con orgoglio i meriti dei soldati italiani. Per questo si è persino offeso con Indro Montanelli (restituendogli la serie dei suoi libri di storia) per aver riportato il giudizio di un generale dell'epoca che diceva di aver visto arrivare a Brindisi come “straccioni” le truppe del 93° Reggimento.

Colloquio con Bruno Bonanni

La sera dell'8 settembre 1943 ero un ufficiale addetto al comando del 93° Reggimento di Fanteria, attestato a Ploce: una località costiera della Croazia, alla foce del fiume Narenta, che potete trovare sulla carta geografica a metà strada tra Spalato e Ragusa (oggi Dubrovnik). Facevamo parte della Divisione “Messina”, composta di tre reggimenti: il 93° di Ancona, il 94° di Fano e il 2° Artiglieria di Pesaro. Il comando della divisione (agli ordini del generale Zani, con aiutante di campo Davide Lajolo, noto esponente del PCI nel dopoguerra) era a Metkovic, all'interno ma sempre sul fiume Narenta che era navigabile fino a Mostar. Il comando del corpo d'armata italiano era a Ragusa, insieme ad altre due divisioni di fanteria.
Quella sera, dunque, ero a Ploce insieme a circa ottocento uomini, col reggimento comandato dal colonnello Pagano, quando ascoltammo per radio l'annuncio dell'armistizio. Ricordo l'euforia dei nostri soldati che gettavano i berretti in aria pensando di festeggiare la fine della guerra. Io ero invece molto triste, consapevole che il peggio doveva ancora venire. Sebbene fossi solo un tenente di 27 anni, avevo avuto la responsabilità di organizzare e istruire una delle prime compagnie dei mortai “81” (allora un'arma modernissima), avevo combattuto in Croazia e Montenegro per quasi due anni ed ero responsabile dell'ufficio cifra: forse anche per questo ero uno dei quattro ufficiali impiegati al comando del reggimento. Alle due di notte il colonnello mi fece svegliare, per decifrare un messaggio del comando di divisione. In sostanza ci informava che la divisione si spostava verso Ragusa e ci raccomandava di attenerci alle istruzioni del Maresciallo Badoglio e di ripiegare con i nostri mezzi verso l'Italia. Le ultime parole del dispaccio erano: “Che Dio vi aiuti”. Ho pianto quando ho finito di decifrare il testo (si commuove ancora nel raccontarlo, sessant'anni dopo. N.d.R.).
Il colonnello Pagano era un ufficiale del Ministero, spedito da poco in prima linea per guadagnarsi i gradi di generale. Non conosceva gli uomini e il territorio e rivelava grande incertezza nel gestire la situazione. Fui costretto dalle circostanze a prendere qualche iniziativa e a dare le prime disposizioni urgenti: perché i soldati chiedevano ordini e in certi momenti, più che il grado, conta la credibilità di chi li impartisce. Un battaglione della ex “Milizia” era attestato sulla sinistra del fiume e venne fatto ripiegare subito a Ploce, anche perché erano i più esposti alle rappresaglie dei partigiani jugoslavi (la “Milizia” aveva sostituito, dopo il 25 luglio, le mostrine del fascio littorio con le stellette dell'esercito, ma i suoi uomini erano ben conosciuti dai partigiani e da alcuni disertori italiani che li avevano raggiunti). Gli altri due battaglioni erano attestati uno al nord e l'altro nell'isola di Curzola; e avrebbero dovuto ripiegare da soli. Per noi l'importante era prendere subito il mare con mezzi di fortuna per raggiungere la penisola del Sabbioncello di fronte a noi, cercando di utilizzare le piattaforme e i natanti della Società italiana “Gondrand” (che stava costruendo il porto di Ploce). Non fu necessario perché venne a prelevarci una nave da carico, con l'ordine di portarci a Ragusa per rafforzare il comando del Corpo d'armata. Dovemmo quindi far saltare tutti gli automezzi e le armi non trasportabili, uccidere tutti i muli, e imbarcare sulla nave un contingente di ormai 1.300 uomini, con mitragliatrici e armi personali.
Ma non arrivammo mai a destinazione perché nel corso del viaggio ci raggiunse la notizia della presa di Ragusa da parte delle truppe tedesche: con la cattura del comandante del Corpo d'armata e la fucilazione del comandante della Divisione “Marche” che aveva opposto resistenza.
Il comandante del mercantile non aveva disposizioni per riportarci in Italia e ci sbarcò invece nel porto di Vallegrande, nell'isola di Curzola, per riunirci al terzo battaglione del reggimento. Per noi si trattava di nuovo di prendere il mare verso l'Italia, requisendo una “pilotina”, tutti i pescherecci dell'isola e un vecchio rimorchiatore, il Radnic, capace di imbarcare 400 uomini. Dopo alcuni scontri a fuoco con i partigiani, seguiti da una trattativa per avere via libera verso l'imbarco con l'impegno di lasciare a loro i cannoni costieri della Marina e altre armi non trasportabili, il nostro convoglio si diresse verso l'arcipelago di Lagosta: otto ore di navigazione, col finale degli Stukas tedeschi che ci mitragliavano dall'alto mentre eravamo già in vista della prima isola. Purtroppo il rimorchiatore non fu in grado di tenere il mare e affondò mentre arrivava a Lagosta, mentre noi proseguivamo verso lo scoglio di Pelagosa. Quella stessa notte, con l'aiuto di un ufficiale di un sommergibile italiano in ritirata, arrivato a Pelagosa nel tragitto fra Trieste e Brindisi, dovetti tornare indietro con la pilotina e i pescherecci vuoti da lasciare agli uomini rimasti a terra dopo il naufragio del rimorchiatore. Lo stesso sommergibile prese poi a bordo un nostro ufficiale perché andasse a Brindisi a organizzare il rientro. Così una nave da carico, scortata da un nostro incrociatore leggero, venne a prelevarci una mattina (con a bordo il mio collega partito in sommergibile, che chiamava col megafono il “tenente Bonanni”) e ci imbarcò tutti per Bari.
Siamo arrivati con il comandante del reggimento, la bandiera, le armi, la cassaforte, i soldati in divisa, inquadrati e disciplinati. Il reggimento fu ricostituito e messo agli ordini del Maresciallo Messe (che gli inglesi avevano liberato, dopo la prigionia in Africa, perché coordinasse le truppe italiane in Puglia), sostituendo le divise grigioverdi con quelle kaki degli alleati; e continuò ad operare fino alla fine della guerra. Questa, molto in breve, è la storia del 93° Reggimento di Fanteria: altro che gli straccioni laceri e sbandati del “tutti a casa!”. I soldati italiani hanno sempre cercato e ubbidito agli ordini, se qualcuno era in grado di darli. Ma purtroppo l'esercito italiano si era letteralmente sfasciato, per colpa degli alti comandi militari che avrebbero dovuto provvedere alla difesa della Patria.

A.A.


 
 
 
 
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