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Politici allo Specchio:
Giuseppe Mascioni


IL SENATORE POST-COMUNISTA

Dopo il “gran rifiuto” del seggio senatoriale da parte di Palmiro Ucchielli, in favore del prestigioso scranno della Provincia, adesso è lui a ricoprire il più alto incarico istituzionale dei DS a Pesaro e dintorni: un collegio di cinquanta comuni, da Pergola a Novafeltria, che non comprende Fano e Fossombrone, raggruppati in un altro collegio insieme a Senigallia. Ha ottenuto il seggio nelle elezioni suppletive del 1999 e poi lo ha riconquistato nel 2001, con quasi 75 mila voti: battendo il candidato di Forza Italia Roberto Giannotti ma ritrovandosi all'opposizione perché quelle elezioni l'Ulivo le ha perse. Con il suo look da attore hollywoodiano, gli occhiali leggeri, i capelli sfumati di grigio, ricorda uno di quei senatori italo-americani dei film di denuncia sociale. Mi riceve nel suo studio privato in zona mare: una mansarda di famiglia con vista sui tetti, allietata dai quadri di Nanni Valentini e Renato Bertini e da più di tremila libri e mille dischi di musica classica in vinile: i 33 giri della nostra giovinezza.

Il senatore Mascioni si chiama all'anagrafe Giuseppe, Salvatore, Augusto (ma per gli amici è solo “Peppe”) perché ha avuto tre nonni. Giuseppe, il nonno paterno, ci osserva dall'ovale di un ritratto su ceramica (barba dell'epoca e gardenia all'occhiello). Nativo di Cuvio (Varese) era titolare di un'azienda di passamaneria; senza tralasciare i suoi doveri coniugali che gli hanno procurato un manipolo di dieci figli. Un suo cugino era fabbricante di organi, tanto che un organo Mascioni è presente persino a Pesaro nella chiesa di San Giovanni. Gli altri due avi materni derivano dalla nonna pesarese: sposa di Salvatore Ercolessi, un imprenditore portolotto di legname; poi, dopo la vedovanza, moglie del musicista Augusto Serra Zanetti. Il richiamo all'ascendenza paterna (anche suo padre era nato a Milano, trasferendosi poi a Pesaro per lavorare ai Molini Albani) gli è servita recentemente in Senato come benemerenza “padana” per guadagnare l'attenzione di Bossi durante la discussione della legge sulla devolution: trasferimento alle Regioni del potere legislativo in materia di scuola, sanità e polizia locale. Ma naturalmente sono rimasti su posizioni opposte.

Dopo il diploma di ragioniere, Mascioni junior lavora per qualche anno in banca a Milano e per altre aziende nel pesarese; poi si dedica completamente alla vita di partito nel PCI locale, percorrendo una lineare carriera di militante. E' responsabile della stampa e propaganda (e corrispondente dell'Unità) fino all'elezione a consigliere comunale, la nomina (profetica) a presidente della USL di Pesaro nel 1986, l'elezione a consigliere regionale nel 1990: in questa veste, partecipa anche all'elezione del presidente della Repubblica Scalfaro, come uno dei tre delegati regionali. Di quella vicenda, fatta di una serie infinita di scrutini infruttuosi (e poi sbloccata tragicamente dall'assassinio di Falcone), ricorda con piacere lo stile di Arnaldo Forlani che rinuncia sorridendo alla candidatura, dopo aver mancato l'elezione per soli 29 voti. Nella successiva legislatura, quando nel frattempo il PCI è diventato PDS cambiando notevolmente i connotati, è confermato in Regione e assume l'incarico forse più gratificante della sua carriera, come assessore alla Sanità. È stato il “padre” del piano sanitario regionale del 1998 che, comunque lo si giudichi, ha dato stabilità alla gestione del settore. “Le Marche sono al primo posto in Italia per qualità della vita e longevità”, dice: magari pensando che, almeno per la longevità, sia merito suo. Questo imprinting ospedaliero lo ha seguito anche a Palazzo Madama, dove è ora vice-presidente della Commissione Igiene e Sanità e ha ottenuto l'approvazione di due leggi: sui servizi trasfusionali e sugli informatori scientifici del farmaco.

Sposato con un'avvocatessa che gli ha dato due bambini, dimostra assai meno dei suoi 63 anni e ha l'aria di un uomo tranquillo e realizzato. I cronisti politici locali lo definiscono un “cavallo di razza”: lusinghiero paragone equino che negli anni '70 veniva riservato a Moro e Fanfani nella Democrazia Cristiana.

Si dice che lei, in questa gara di trotto verso la poltrona di sindaco di Pesaro, stia “rompendo” proprio in dirittura d'arrivo.
Mi permetta di rivendicare un merito: io non mi sono mai autocandidato, cosa non del tutto frequente nel mondo della politica. Ci si autocandida in molti modi, per esempio cercando una continua esposizione sulla stampa; lei stesso può testimoniare che questa intervista non è stata sollecitata da me. Comunque in sede di partito ho detto chiaro e tondo che la soluzione prefigurata appare debole, e poco compresa, per come è stata costruita. Questo è un dissenso politico, non certo di tipo personale. E' compito dei partiti tenere in seria considerazione le aspettative e l'orientamento dell'opinione pubblica, saperne scandagliare gli umori; sarebbe molto pericoloso per lo schieramento di centro-sinistra ridurre tutto a un dibattito di vertice, a un'operazione per far quadrare il mosaico dei vari incarichi. Va invece confermata una tradizione di sindaci affidabili, riconosciuti dalla città.

Non ho capito se lei lascia o raddoppia.
Il futuro è nel grembo degli dèi…

Molto chiaro. E la probabile lista civica Catalano-Gardi-Lucarelli come sarà vista nell'Olimpo?

Un'eventuale lista civica può trovare uno spazio se aggrega nuove forze dei settori produttivi e culturali che portino elementi di novità rispetto ai riti tradizionali della politica, indicando la soluzione di problemi concreti. Se invece si limita ad essere la lista del “rancore”, di rivalsa rispetto alle note vicende dell'ospedale, non ha – secondo me – alcuna possibilità di successo.

Quali considera i problemi più urgenti della città?
Fra le tante cose da fare, metterei al primo posto il tema della sicurezza: non solo la sicurezza contro la delinquenza (che solo in minima parte è compito dell'amministrazione locale) ma una sicurezza in senso lato, una sicurezza sociale. Si dovrebbe progettare una città a misura d'uomo che organizzi anche il traffico, l'ambiente, gli spazi urbani, i servizi sanitari, per far vivere meglio le fasce più deboli della popolazione, come gli anziani e i bambini, e ne riduca i rischi: una società diversa, per intenderci, da quella che fa morire di caldo gli anziani durante l'estate. A Pesaro c'è una tradizione di eccellenza nei servizi sociali che tuttavia richiede qualche correzione: bisogna creare una specie di rete di protezione che accompagni veramente i cittadini “dalla culla alla tomba” (era lo slogan del piano Beveridge, adottato dai laburisti inglesi nel dopoguerra”. N.d.R.).
Un secondo punto è quello di guardare con molta attenzione ai settori produttivi, governare uno sviluppo industriale sostenibile, individuare le persone più giuste nei settori chiave (come quelli turistico e fieristico) e assicurare il sostegno all'industria, al commercio, all'artigianato.

Torniamo alla Sanità, suo cavallo di battaglia storico. Un commento sull'esperienza di assessore regionale?
Credo che quell'assessorato sia il lavoro più improbo che possa capitare a un politico, come mi hanno confermato i colleghi di altre regioni: anche per le grandissime (e giuste) aspettative da parte dei cittadini in questo campo. Col piano regionale abbiamo cercato di dare una risposta più moderna alla domanda di salute, assegnando le risorse secondo criteri di ottimizzazione: per esempio comprimendo un'eccessiva offerta ospedaliera (troppi posti letto, troppi reparti, soprattutto ad Ancona) per trasferire le risorse nei punti più deboli, potenziando la prevenzione e l'attività distrettuale. La stessa chiusura dei piccoli ospedali va in questa direzione. In alcuni casi si è tenuto conto anche di altre motivazioni: per esempio è stato chiuso il reparto di ostetricia e ginecologia a Camerino, perché c'era già un ottimo presidio a San Severino; ma non quello di Novafeltria, perché altrimenti i bambini dell'alta Val Marecchia potevano nascere solo in Romagna (a Rimini) o all'estero (a San Marino). Vorrei infine ricordare che, durante il mio assessorato, l'ospedale di Pesaro ha ottenuto il più grosso finanziamento della sua storia (e della storia della città).

Le vicende Irccs e Scuola di Talassemia le ha vissute da “ex”. Favorevole o contrario?
Mi sono opposto, anche in Senato, a questa operazione perché non ritenevo utile l'uscita dell'ospedale S. Salvatore dalla programmazione regionale, con unico referente un commissario nominato dal ministero. Ho constatato, anche attraverso l'esperienza dell'Inrca di Ancona, quanto sia difficile la vita di queste strutture, con i 1.000 miliardi di debiti accumulati dalle 16 Irccs esistenti in Italia: spesso non sono nemmeno in grado di pagare gli stipendi, altro che salto di qualità e sviluppo dell'eccellenza!
Per quanto riguarda la Scuola di Talassemia, c'è stata a mio parere un'eccessiva esitazione iniziale da parte della Regione ad assegnare l'incarico di direttore scientifico al prof. Lucarelli; poi tutto si è complicato e ingarbugliato, collegando la Scuola con la battaglia tutta politica sull'Irccs. Come ha detto giustamente il sindaco di Pesaro, la Scuola costituisce un elemento di sprovincializzazione della città e della nostra Sanità, anche per la sua proiezione verso i Paesi del Medio Oriente. La convenzione fra l'IME e il Centro trapianti di Muraglia dovrebbe permetterci di continuare a svolgere questa missione.

Per concludere, una domanda di tipo ideologico: come ha vissuto personalmente la transizione dal Partito Comunista degli anni '60 ai DS e all'Ulivo?
Sono entrato nella Federazione giovanile del PCI a 19 anni, attratto dai grandi ideali dell'epoca in tema di giustizia, di uguaglianza, di progresso sociale: che non mi sembravano adeguatamente rappresentati da altri partiti, anche della sinistra. La grande svolta, il primo vero “strappo”, ha coinciso con l'occupazione sovietica della Cecoslovacchia nel 1968: in quel momento è iniziata la crisi irreversibile del comunismo occidentale. La storia ci ha dato torto, ma in Italia abbiamo saputo accettarlo e quindi rinnovarci, a differenza di quanto è avvenuto per altri partiti comunisti europei, come quelli francese, spagnolo, greco, che non hanno mai tagliato il cordone ombelicale con Mosca. Questo spiega perché, nonostante la caduta dell'URSS, noi ex comunisti italiani siamo ancora presenti nelle istituzioni a tutti i livelli: perché abbiamo saputo trasferire quegli ideali di partecipazione, di democrazia, di socialità, in atti concreti di governo centrale e locale. La svolta di Occhetto è stata la logica prosecuzione dello “strappo” di Berlinguer: un riconoscimento che il comunismo storico non aveva più una prospettiva per il governo del Paese. Oggi i DS non sono più un partito comunista, ma un partito che può condividere valori e programmi comuni con altre forze riformiste all'interno dell'Ulivo.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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