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Ottobre 2003 / Lettere e Arti
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Torna l'arte conquistata

‘San Giovanni Battista alla fonte’ di Giovan Francesco Barbieri detto Guercino
Presentato un volume sui dipinti trafugati da Napoleone dalle chiese della provincia
Rientrano tutti insieme, anche se tra le pagine di un libro e nelle immagini di un filmato, i dipinti che Napoleone fece asportare dalle chiese della provincia tra la fine del ‘700 e gli inizi dell'800. Più di novanta opere, per lo più conservate al Museo del Louvre, alla Pinacoteca di Brera e nelle chiese della Lombardia. Il volume “L'arte conquistata” di Claudio Giardini e Bonita Cleri, edito da Poligrafico Artioli di Modena e pubblicato dall'assessorato ai beni e alle attività culturali-editoria della Provincia con il contributo di “Navigazione Montanari”, è stato presentato il 26 settembre al Palazzo Ducale di Pesaro. Il momento clou della giornata era rappresentato dall'esposizione di uno dei dipinti temporaneamente rientrati in patria: la pala d'altare di Simone Cantarini “Madonna in gloria con i santi Barbara e Terenzio”, proveniente dalla chiesa di Aicurzio nel milanese e all'origine collocata nella chiesa di San Cassiano di Pesaro. Per l'occasione è stato presentato un film sullo stesso tema, con la regia di Gianfranco Boiani. L'opera resterà in mostra ai Musei civici di Pesaro fino all'11 gennaio.
Fra il 1797 e il 1811 i francesi involarono dalle chiese della Legazione di Urbino e Pesaro un centinaio di opere pittoriche, spiega l'assessore ai beni e alle attività culturali-editoria Paolo Sorcinelli. - “Si trattava per lo più di imponenti pale d'altare. Pesaro, Urbino e Cagli, rispettivamente con 29, 21 e 15 tele, furono le comunità maggiormente prese di mira, ma anche Fossombrone (8 opere), Sant'Angelo in Vado (7), Pergola e Fano (con 5 opere ciascuna) e Mondavio e Sant'Agata Feltria (con una a testa), diedero il loro “contributo artistico” alle armi napoleoniche. Così oggi il Louvre di Parigi e altri musei di Digione, Nancy, Montpellier e Bruxelles, come pure i Musei Vaticani, la Pinacoteca di Brera di Milano e 21 chiese lombarde, annoverano fra il loro patrimonio artistico dipinti realizzati in origine per gli edifici religiosi del nostro territorio. I francesi scelsero con gusto e competenza, spaziando su un arco di tempo compreso tra il XV (è il caso dei Polittici di Pergola e Cagli) e il XVIII secolo e fra artisti di fama consolidata, come Barocci, Reni, Guercino, Cantarini, Lazzarini”.
Alla presentazione del volume sono intervenuti il presidente della Provincia Palmiro Ucchielli, l'assessore alla Cultura Paolo Sorcinelli, la soprintendente del patrimonio storico, artistico e demoetnoantropologico delle Marche Lorenza Mochi Onori, Giovanna Perini, direttrice dell'Istituto di storia dell'arte dell'Università di Urbino e i curatori Bonita Cleri e Claudio Giardini. L'opera è dedicata a Pietro Zampetti, lo storico dell'arte che agli inizi degli anni ‘90 ha riproposto con forza in ambito locale il problema delle spoliazioni napoleoniche.
“Il nostro volume non è altro che il risultato di una operazione di studio e ricognizione scientifica delle opere trafugate, puntualizzano gli autori “Una sorta di mappatura, niente più. Naturalmente la conoscenza più puntale della collocazione delle opere farà approfondire il rapporto già avviato con la Pinacoteca di Brera per eventuali prestiti temporanei”.
Le conquiste artistiche si svolsero in due fasi: nel 1797 i quadri presero il volo dalle chiese di Pesaro e Fano per il Louvre e, in seguito, per alcuni musei della Francia, mentre nel periodo 1809-1811 da Pesaro, Fano, Urbino, Fossombrone, Pergola, Cagli, Sant'Angelo in Vado, Sant'Agata Feltria e Mondavio i dipinti imboccarono la strada della Pinacoteca di Brera e delle chiese lombarde. Le pagine del volume ripercorrono le vicissitudini delle opere e svelano il loro significato storico e artistico attraverso un ricco repertorio di schede critiche e di raccolte iconografiche. Giovanni Bellini, Federico Barocci, Simone Cantarini, Guido Reni: sono soltanto alcune delle “firme” relative ai quadri “rapiti” dai francesi, preziosi capolavori della produzione artistica italiana.
Nel saggio introduttivo di Claudio Giardini, “La cupidigia di Verre: asportazioni, requisizioni (e qualche restituzione) del patrimonio storico-artistico ecclesiastico nella provincia di Pesaro e Urbino nel periodo napoleonico”, lo storico dell'arte, responsabile dei beni culturali della Provincia, sottolinea che “i prelevamenti delle opere d'arte muovevano da due concettualità intrinseche al movimento rivoluzionario: la prima, di carattere ideologico, trovava fondamento nella convinzione che l'opera d'arte appartenesse all'uomo libero in quanto tale e quindi non potesse essere appannaggio di despoti e vessatori (clero e nobiltà). Questa affermazione di principio rappresenterà il vero cardine per la giustificazione delle razzie di opere d'arte, allorquando l'esercito rivoluzionario francese, rotto l'isolamento territoriale, comincerà negli anni 1794-95 a trasbordare verso i Paesi Bassi e poco dopo anche in Germania, per poi giungere in Italia nel 1796-97. La seconda, più pratica e veritiera, in quanto rispondente a necessità reali della giovane e ancora traballante Repubblica, manifestava la grande ed estrema necessità che essa aveva di rimpinguare le casse rivoluzionarie, ridotte a meno di niente e sull'orlo della bancarotta, anche attraverso una seppur velleitaria incetta di opere d'arte letteralmente strappate dagli altari e dalle pareti delle chiese e dei conventi”.


 
 
 
 
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