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Il ‘Macello' di Dino Garrone


Quest'acquaforte di Mario Logli, ispirata al racconto "Macello", fa parte di un prezioso album pubblicato molti anni fa dal Comune di Pesaro con una tiratura limitata a soli 120 esemplari (stampa: Arti Grafiche Editoriali di Urbino). La raccolta comprende complessivamente cinque acqueforti di Logli e altri due racconti di Dino Garrone: "Una notte di Natale" e "Il maleficio delle ore".

Tra la città e il porto c'è il macello. E' una costruzione grande, compatta, pitturata in rosso cupo col sangue degli animali uccisi. Dietro le inferriate delle finestre si vedono file di corna come dietro i luminelli di un carro bestiame. Sul muro di cinta una plebaglia dai capelli lanosi e dalle braccia tatuate, ha tracciato col catrame teste da morto, pupazzi che vorrebbero essere donne nude, mostruosi simboli carnali, commentati da frasi piene di una sediziosità così scurrile che persino gli errori ortografici hanno là dentro qualcosa di degradante, e sono come le pustole delle parole.
Quando arrivano i drappelli di bestiame, l'improvviso odore del mare li inebria; scalpitano, abboccano l'aria, stirano le zampe, scoprono le gengive rosa, e muggono di felicità insieme alle sirene dei piroscafi. Passano il cancello cantando, con il candore dei martiri che entravano nel Colosseo incontro ai leoni.
Sotto il porticato si aprono le celle delle esecuzioni: camere strette, senza porte e pareti glutinose che cedono al tatto. Dal soffitto si abbassa la doppia carrucola col mazzo di funi penzolante; in terra, poco più in là del mezzo, c'è l'anellone, fissato accanto al foro circolare di un pozzetto; raffi e bastoni uncinati, somiglianti a scandagli marini, si accatastano agli angoli, scalmieri portano mazzapicchi di ogni dimensione, le righe incavate degli scolatoi corrono tutto in giro, l'aria, carica di un sudore fetido e molle, s'attacca al tessuto dei vestiti.
Perfettamente intonati a un tal luogo d'inquisizione, i beccai con grembiuloni da lustrascarpe, scapicollano da una cella all'altra, ridendo, insultandosi, facendosi improvvise carezze con le mani sporche di sangue. Loro capo è un giovanotto con la fronte avvampata da una muffa di capelli rossicci. Porta una tonaca azzurra, calzoni scuri alla cosacca, gambali d'un giallo accecante. Sulla sua faccia magra, triangolare, sparsa di lentiggini, la lunga consuetudine del mestiere ha steso una patina di insensibilità spiritata.
Dietro la schiena, infilato nel cinturone, ha lo spiedo sul quale arroterà, dopo aver sputato sulla lama, il pugnalotto che brandisce in mano. E' una figura di una plastica straordinaria. E' il simbolo immutabile della suburra, del bassofondo, che scaturisce dall'infuocato grembo sociale: a volta carnefice, a volta monatto, a volta rivoluzionario scalzo, che per le strade di Parigi tripudia, il berretto frigio, dietro il cuore di vitello ondeggiante sulla picca: “coeur d'aristocrate”. Il macello è il suo ultimo regno: il compromesso più accettabile. Quando la macchina l'avrà sostituito anche qui, come la ghigliottina ha sostituito il braccio del boia, egli sarà allora un uomo per le terre: il disoccupato della bettola, tetro e irascibile.
Adesso gli hanno scambiato in mano la vittima. Ma il gesto è salvo, mantenuto in tutta la sua ferocia. Gli basta. Durante le esecuzioni le sue mosse sono precise, quasi rituali. Nel colpo vibrato a fendere il midollo spinale del giovenco ancora in piedi, c'è un fare burocratico, di noncuranza suprema. Quando affonda la lama con slancio per tagliare le vene iugulari e la carotide, tiene una gamba tesa e l'altra piegata contro il petto della bestia, in un “a fondo” perfetto da schermidore, come si vede in certi bassorilievi orientali che rievocano l'uccisione del toro nei misteri di Mitra. Ogni suo atteggiamento pare vivere da sé, isolato nella luce di quella eleganza popolana, piena di minute prodezze che sono come il frasario segreto, il segno d'intesa di una setta, capace di riconoscere da secoli i suoi affiliati dal modo di annodarsi il fazzoletto da collo, di bere l'ultimo sorso di vino, di sputare per terra, di mettere insieme i colori del vestito. Appena l'ultimo rantolo della bestia è cessato, egli solleva per le corna il muso lasciandolo poi ricadere pesantemente nella pozzanghera nera. Tenta col pugnale due o tre punti del corpo, e abbandona con palese disprezzo il cadavere alla teppa degli aiutanti che gli si gettano addosso come cani sul cervo.

Attorno al macello, i figli del popolo, la santa canaglia, respira l'odore del sangue. Respinti dal vigile, sciamano lungo le mura, fanno la colonna umana, si calano nell'interno, vedono dallo spacco di un uscio i maiali marci di sonno, affondati nella paglia come bicchieri fra i trucioli di una cassa; strisciano carponi davanti alle celle, e guardano con occhi sgomenti i buoi e i tori cadere sotto il pugnale del dio dai gambali gialli.
Il mistero della morte attira con selvaggia potenza le lor anime informi, poi, fuori, accesi di cattiverie improvvise, si accapigliano, e corrono a gettarsi nelle acque del porto con i visi graffiati. Altri, vestiti di blù, come se andassero alla prima comunione, passano i cancelli condotti da dure mani di madri. Hanno il passaggio libero e la guardia sorride. Sono i bambini che hanno cominciato a impallidire, a non voler mangiare più, a stare zitti per giornate intere con gli occhi fissi in un punto; i ragazzi stregati dalle fattucchiere, tramortiti da una scena paurosa, da una caduta, un sogno, un urlo del padre che quella sera aveva bevuto il diavolo nel vino.
Quando erano trascinati davanti a Gesù in Palestina, il Profeta li guardava sorridendo, negli occhi, e li toccava sulla fronte come fiori. Adesso invece li portano a vedere il massacro del bove. Se piangono, se tremano, se cercano di nascondere il volto contro le vesti della madre, essa volta loro il capo con forza, verso la montagna bianca che crolla tra zampilli di sangue. Nella loro testa tutto ciò si trasformerà in qualcosa di enorme, che non si può supporre. Sollevato in alto sul palmo del beccaio, il cuore della vittima è venduto a pezzetti. Le madri lo comprano, lo cacciano nel pugno del ragazzo, fuggono via in fretta, mentre scoppiano alterchi furibondi. “Ehi, quella donna! Questi sono sei soldi, ne mancano quattro!”. “Sono anche troppi. Me l'avete dato già freddo!”. “Ladra!”. “Delinquente!”. “In galera voi e il vostro figliolo”. “Te, che hai la faccia!”. Litigano senza voltarsi indietro, stringon nella mano il pugno chiuso del figliolo, filano come il vento, andranno per chilometri lungo la strada ardente di sole o allagata dal fango, con la preziosa reliquia. Seppelliscono il brano di cuore nel campo, gli fanno sputare sopra dal bambino, si allontaneranno dal posto tenendo il fanciullo per le spalle, perché non si volti. E' la gente che cura il bugno nell'occhio guardando dentro la fiasca dell'olio, scongiura la polmonite recitando una filastrocca senza senso, cosparge la fronte del tisico con la polvere raccolta dal mendicante nella chiesa di Loreto, arde in nome di Gesù lo stregone sulla piazza, nella cometa legge guerra, carestia, morte di parenti.

…Sullo sfondo della innocenza bestiale, tanto vicina alla santità, gli uomini appaiono anche più ributtanti e dannati.
Ah, guardiamoli come sanno morire questi buoi, questi vitelli, queste creature perseguitate che portano sulle spalle un buio destino d'espiazione! Muoiono come gli eroi togati, con la maestà dei senatori che attendono sui seggi d'avorio chi li scanni.
Legati all'anello, schiacciati a terra, essi guardano con occhi umidi, gravati da un'enorme melanconia, il mistero. Cesare che si copre il volto con la toga non è più eroico del toro quando abbassa le palpebre, dopo aver ricevuto il colpo sulla nuca. Nei grandi musi, si legge una disperazione muta, uno sforzo di intendere, un balbettio di protesta che sfiaccola in una rassegnazione superiore. La loro intelligenza è stata degradata. Un improvviso arresto di sviluppo ha impedito persino loro la gioia di intendersi.
Vivono in una solitudine spaventosa, non ridono, sono esposti a beffe atroci, come lo stornello di richiamo che invita senza saperlo il libero branco a cadere nella rete. Ma nei più forti, in quelli dove lo spirito vitale ha potuto camminare per un breve tratto prima di trovarsi davanti alla muraglia insormontabile, quel breve cammino non si dimentica: al cospetto della tortura che gli è preparata il bove raggrinza la fronte, e si punta sulle zampe davanti, in un attimo di meditazione che è la sua preghiera. E il vitello sente che qualcosa di definitivo sta per succedere, e allora rivede meccanicamente, come in un dramma senza intreccio, le praterie verdi, le cime selvose, i pampini, i grappoli d'uva, l'olmo, il pagliaio, la lanterna sulla mangiatoia, il volto del contadino, e piange. Muoiono come individui, come “qualcuno”. Attorno a loro, le strida, i belati, le inutili implorazioni del piccolo bestiame, ribellione cieca d'una carne che non vuole morire, fanno come l'urlo di una città messa a ferro e fuoco dagli invasori. Passano torme di donne, di bambini, di gente impazzita, ma più su, nella cittadella, i senatori dalle voci gravi guardano impavidi il massacro che avanza.
E tutto questo, il silenzio regale degli uni e il lamento proletario degli altri, giunge al segno di una invettiva contro l'uomo, alla quale rispondono da lontananze immense barriti di elefanti, ruggiti di leoni, sbuffi di balene colpite dall'arpione nel fianco, gemiti soavi di volatili impallinati dal cacciatore. Invettiva senza parole, e che tuttavia arriva ugualmente all'anima, e parla del tradimento di un patto antichissimo, che resse un giorno un paradiso remoto, dove non bisognava essere santi per poter accarezzare i lupi, e chiamare le tortore sulle palme delle mani.

Scuoiati sono belli, ridotti alla sagoma essenziale, ricreati e avvicinati a quella che fu la loro “idea”, donde discesero per imbastardirsi brucando il prodotto terrestre. Le pecore adesso paiono levrieri, i montoni hanno, appesi, la sagoma sfuggente delle antilopi. Persino i maiali, depilati nell'acqua bollente, con la pelle divenuta cerea e casta, hanno qualcosa di angelico. Sono piccoli agnelli pingui, ricalcati di un grottesco così innocente che aizza l'istinto volgare dell'uomo allo sfregio. E così, gli metteranno la mela in bocca come lo studente caccia il mozzicone di sigaro fra i denti del teschio.
Ma per l'augusta forza dimostrata nel morire, ai buoi tocca lo scempio. Tagliano loro i garretti, a colpi di accetta, li privano dell'ossea corona, un pugno di camali li issa al paranco con l'urlo dei marinai quando alzano la vela. Martirizzati, sanguinosi, osceni, con le cosce divaricate, il capo mozzo, il ventre aperto come un cratere, essi soli bastano a fare testimonianza del massacro che noi abbiamo compiuto contro la natura.

Finita la strage, lo scannatore si mette il pugnale grondante, di traverso in bocca, e ride come un pellirossa, tra foreste di corni, zampe appese, code rotte e pelli discinte.
Dietro le sue spalle la città, con le bocche spalancate delle macellerie, attende di essere sfamata a brani vivi di carne.

Dino Garrone

Il gioco lugubre del massacro

Edoardo Dino Garrone nasce a Novara il 2 marzo 1904. A Pesaro, dove la famiglia si trasferisce nel 1914, consegue nel 1922 la maturità classica. Iscrittosi in Lettere a Bologna, si laurea nel novembre del 1928 con una tesi  su “Giovanni Verga nella letteratura italiana e nell'arte propria”. Passa gli ultimi tempi tra Milano, Pesaro e Parigi; a Parigi, dove era giunto nel giugno, muore a ventisette anni il 10 dicembre 1931 per una improvvisa setticemia. Sono, queste, le tappe di una vita segnata, sin dagli anni dell'università, da un colloquio generoso e incessante, consegnato a fitti scambi epistolari con i molti amici (Umberto Tomazzoni, Gherardo Gherardi, Antonio Conti, Virgilio Lilli, Berto Ricci, Luigi Bartolini, Edoardo Persico, Ottone e Bruno Rosai); da una ricerca moralmente tormentata e inquieta e, a partire dal 1924, dal ricchissimo lavoro di prosatore e saggista disperso nelle terze pagine di giornali e riviste (dal Corriere Adriatico a L'impero, da La lucerna al Lavoro fascista, a L'Universale), che solo dopo la sua morte il memore affetto degli amici (Ricci, Fagioli, Valsecchi, Lombrassa) avrà cura di raccogliere solo in minima parte; si attende un impegno editoriale più ampio e sistematico, solo in parte avviato (grazie alla disponibilità degli eredi e al sostegno della “Banca Popolare dell'Adriatico”) dall'Istituto di Filologia moderna dell'Università di Urbino.

Non sono gli uomini a essere degli dei, ma gli animali: solo gli animali hanno conservato le qualità soprannaturali che l'uomo ha perduto.
G. Bataille, Terra invivibile

Ricordare Dino Garrone, riproporre l'esperienza della sua prosa, e riproporla con un esempio estremo, tra i più intensi, maturi ed enigmatici, è un'operazione di cui s'ha da esser grati allo Specchio e al suo direttore: lo è in modo particolare chi scrive, che più di recente s'è adoperato a sollecitare una rilettura della inquieta e frastagliata figura, della presenza assidua e forte, del ruolo che aveva fatto dello scrittore pesarese “il giovane idolo dei suoi coetanei” (sono parole di Alberto Asor Rosa).
Pubblicata sul Corriere Adriatico del 7 dicembre 1930, la prosa di “Macello” costituisce, nella ricca produzione garroniana perlustrata con sempre maggiore precisione dalla recente critica, un esito di ragguardevole originalità e novità: a quella data, quasi alla vigilia di lasciare Pesaro, Milano e l'Italia per Parigi, Garrone ha alle sue spalle una intensissima attività in cui, variamente sperimentando e intrecciando ragioni creative e riflessione critica, ha ormai consumato il distacco dalle suggestioni del calligrafismo rondesco e della prosa d'arte non meno che dai ‘pericoli' della scrittura naturalistica. Confessava il 21 luglio 1931 a Vittorini: “Io non spezzo una lancia a favore del carattere, del tipo, dell'aneddoto quale amava l'Ottocento. Al contrario. Quando ti dirò che ò adorato e adoro Tozzi … e ò fatto la tesi di laurea su Verga, ti sarà facilissimo capire cosa volevo dire. Uscire dal positivismo e dal documento, …ma non per entrare in zone offuscate e delusive… In una parola arrivare al mito”, come dire alla “rappresentazione intesa al modo dei greci” più che al “commento psicologico”.
Del resto il 22 ottobre del 1930 (e sempre sul Corriere Adriatico), nella prosa di “Metropoli” lo scrittore aveva già dolorosamente inscenato l' “informe eresia” della città moderna, coagulo e rappresentazione di una disperazione intellettuale e morale, mai nondimeno passivamente accettata. “Per chi viene da lontano, Metropoli appare sull'orizzonte come un mucchio di rovine. Intorno le fanno guardia le paludi, le campagne morte… Poi c'è un cimitero che non finisce più, e subito dopo le file di case luride, con le garitte delle latrine sporgenti, i ballatoi scardinati… Sbalzato dalla mia terra in Metropoli, io sentivo a poco a poco, che tutti i valori puri dell'uomo si centuplicavano in me, a contatto dell'informe eresia. Rinascevano su, diritti, senza mezzi toni: fortissimi”.
Qui c'è già tutto quello che avrebbe potuto essere un potenziale nuovo Garrone. Che nel gioco lugubre dell'insensato massacro, nel rito cieco e furente della macellazione, ritrova – centuplicate – le ragioni della pietà per le vittime, della loro dignità, e la strada per una trasformazione per via artistica della presenza animale nel campo dell'umano, come indice, speranza e ipotesi di una nuova amicizia e alleanza.
Riconoscendo a Garrone “molta forza” e una foga interna veramente eccezionale”, aveva ragione l'amico Attilio Dabini (in una lettera da Roma del 21 giugno 1931) quando riconosceva che “In Macello c'è un punto che mi convince nella sua profondità”. E trascrivendo un passo conclusivo della prosa (“Scuoiati sono belli, ridotti alla sagoma essenziale, ricreati e avvicinati a quella che fu la loro idea…”), annotava: “Caro Garrone, questo accenno lo fa soltanto chi è capace di vedere anche l'idea del mondo, della vita … Lei ha delle enormi possibilità, e… arriverà molto in alto”.
Il destino aveva deciso altrimenti.

Giorgio Cerboni Baiardi

Il mattatoio di Pesaro

Rileggendo “Macello” mi vengono in mente alcune considerazioni: anzitutto il ricordo di una storica lettura del racconto, registrata qualche anno prima da Annibale Ninchi, in occasione di un convegno organizzato a Pesaro nell'estate del 1971 da vecchi amici di mio zio Dino (Virgilio Lilli, Fabio Tombari, Bepi Ceccolini, Alcibiade Della Chiara).
Il macello, o mattatoio comunale, era situato lungo la Via Mameli sopra un dosso dove attualmente si trova il palazzo delle Finanze e di fronte alla fabbrica di motociclette Benelli (ora Centro Benelli); non esisteva Via Mastro Giorgio e l'area era limitata dall'altro lato da Via del Mattatoio, ancora esistente in parte. Al di là di Via del Mattatoio esisteva un vasto giardino e orto di proprietà di mio padre Umberto Gennari che aveva sposato Carla Garrone, sorella di Dino.
In questo luogo, dove illecitamente si trovavano ossa di animali, mio zio Dino ascoltava i muggiti lunghi e cupi delle bestie condotte alla fine; ed è forse qui che è nata l'idea del meraviglioso racconto.

Renato Gennari


 
 
 
 
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