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Personaggi allo Specchio:
Luciano Pavarotti

N.47, Ottobre 2001
LUCIANO, NICOLETTA & FRIENDS

L'uomo che non ha musica
dentro di sé,
ed è insensibile agli accordi
delle dolci melodie,
è pronto per tradimenti,
stratagemmi e rapine.
(William Shakespeare, 1564-1616,
“Il Mercante di Venezia”)

In mezzo alla laringe, proprio sotto l'ugola, ci sono due piccoli filamenti di tessuto fibroso, di lunghezza variabile da 10 a 15 millimetri: le corde vocali. Vibrando al passaggio dell'aria espulsa dai polmoni, producono suoni di diverse tonalità, che vengono poi modificati dalla lingua, dal palato e dalle labbra fino all'emissione finale. Grazie a questo meccanismo, noi comuni mortali possiamo parlare e comunicare in modo articolato. Per i cantanti questo è un delicatissimo strumento musicale che nessuno Stradivari o Guarneri del Gesù avrebbe mai potuto costruire: è come un piccolo violino di carne capace di riprodurre tutta la scala musicale con una grande estensione di volume. Questi due fragili filamenti possono valere miliardi, ovazioni internazionali, ville con piscina, onori, champagne; possono pizzicare l'anima di sterminate platee mondiali, possono prolungare per secoli la vita e la fama dei loro proprietari. Ovviamente se sono collegati a un buon cervello, a una naturale predisposizione musicale e ad anni di studio, di esercizio e di preparazione.
E' facile capire perché i cantanti vivono appesi, con molta circospezione, a queste due cordicelle: può bastare un raffreddore per compromettere il lavoro di mesi; in caso di disturbi più gravi ci si può giocare un'intera carriera. Di qui, forse, anche una certa fragilità psicologica di questi artisti che si sottopongono ogni sera al cordiale ma severo, e a volte impietoso, esame del pubblico. Quando era a New York d'inverno, Mario del Monaco raggiungeva di corsa la sua automobile, davanti all'ingresso del Metropolitan, coprendosi la bocca con una sciarpa di lana fino all'arrivo in albergo, distante poche centinaia di metri. Alcune precauzioni e manie dei grandi divi, che a volte ci sembrano bizze da “prime donne”, si spiegano in realtà con questa ansia profonda da prestazione. Luciano Pavarotti si prende cura dell'ugola alternando giganteschi bicchieri di acqua ghiacciata e limone a consistenti piatti di tagliatelle al ragù fatte in casa: che, quando è a Pesaro, gli prepara Anna, la sua cuoca, governante e consigliera, nonché la principale nemica del suo dietologo di fiducia.

Pavarotti 2000. Salendo in motorino i tornanti che portano alla grande casa colonica nascosta nel verde, sotto il faro del San Bartolo, mi chiedo che cosa sia ancora possibile chiedere a quest'uomo di cui i giornali del mondo parlano in continuazione; sul quale sono state pubblicate varie biografie in Italia e in America, diventate subito best seller; di cui si possono leggere la storia, l'attività e i programmi in un apposito sito Internet (www.lucianopavarotti.com)http://www.lucianopavarotti.com/; che non ha più una vita privata perché tutto quello che fa o che dice diventa patrimonio pubblico. Persino i suoi amori sono accuratamente monitorati e commentati non solo dalla stampa “rosa” ma dai principali organi di informazione del pianeta. Il giornalista di un settimanale italiano, arrivato qui per un'intervista qualche tempo fa, gli ha chiesto (presumibilmente a nome dei suoi lettori) che cosa aspetta ad avere un figlio da Nicoletta. Mi stupisco che non lo abbia buttato giù dalle scale, ma si sia solo limitato ad osservare che si tratta di una questione molto intima.
Questo era solo un grande casolare, un po' abbandonato, prima che il cantante se ne innamorasse, tanti anni fa, guardandolo dal mare dove faceva, pensate un po', anche lo sci nautico. Stava cercando un posto vicino alla spiaggia, dove andare d'estate con la moglie Adua e le loro tre figlie, in alternativa all'Hotel Capitol, da Nello, dove avevano già passato qualche stagione. E' riuscito a comprarselo e a ristrutturarselo su misura. Ci sono gli impianti musicali (perché anche qui la vacanza non è solo vacanza), l'amaca d'acciaio per la siesta pomeridiana, la piccola piscina, il campo da tennis (pare che nel gioco a rete sia imbattibile nella volée, non lasci passare niente). In un angolo, fra le foglie, c'è persino una sua testa in bronzo, su un piccolo capitello corinzio, opera di uno scultore americano: con la barba arricciata, mi ricorda la testa di un fauno o di un senatore dell'antica Roma.
Pavarotti mi riceve sul grande terrazzo che scopre il tramonto estivo della Baia Flaminia: drappeggiato in una delle famose camicie hawaiane multicolori, pantaloncini corti, gli occhi ironici e cordiali tra il cappello bianco di paglia e la barba nera. Si muove, quando si muove, con insospettata agilità sulle gambe magre che sostengono, senza sforzo visibile, un lavoro non indifferente. Questa villa pesarese è il suo punto di riferimento dopo trecento giorni di tournée: non a caso l'ha chiamata “Villa Giulia”, in ricordo di una nonna molto amata; non a caso ha festeggiato qui l'estate scorsa, con un mega-party e una fiaccolata, il compleanno di sua figlia Cristina; non a caso qui arrivano in continuazione gli amici da ogni parte d'Italia e del mondo (“Oggi a tavola eravamo soltanto in ventidue”); non a caso ospita qui, anche in questi giorni, il papà Fernando e la mamma Adele. Quando, nell'estate del 1996, ha inaugurato con un suo concerto il nuovo Palasport di Pesaro, in prima fila c'erano i suoi genitori; e salutandoli in diretta TV ha cominciato a commuoversi, ma poi si è ripreso subito, scherzandoci sopra. Suo padre, che ora ha quasi novant'anni, faceva il fornaio a Modena e cantava per gli amici della “Corale Rossini”, con una potente voce tenorile. Una volta ha detto al figlio: “Se avessi avuto una voce come la mia, chissà dove saresti arrivato…”.
Non c'è dubbio che consideri la villa di Pesaro come una delle sue case, ma bisogna ricordare che per questi personaggi dire “vado a casa” non è un'indicazione così semplice come sarebbe per uno di noi. Quando è in America la sua casa è fatta dalle moquette e dalle vetrate di un grande albergo nelle città in cui si esibisce; tra un concerto e l'altro la sua casa è il suo appartamento di New York, con vista sul Central Park che è una specie di Baia Flaminia senza mare (una sera del 1980, allineate su quello stesso parco, c'erano 200 mila persone ad applaudire una sua interpretazione del “Rigoletto” in forma di concerto). Quando è in Europa, a parte i soliti alberghi, la sua casa è un appartamento a Montecarlo, questa specie di paese delle favole, e anche un po' dell'operetta, che fra l'altro è la sua residenza ufficiale all'anagrafe: da non confondere con la cittadinanza, che rimane quella italiana. Qualche volta la sua casa è ancora a Modena, ospite di un amico fraterno; o è a Bologna, nell'abitazione di Nicoletta, o in una villa dell'Appennino emiliano dove va a sciare, o meglio va a vedere Nicoletta che scia.

I nove “do di petto”. Ha cominciato a cantare a quattro anni, salendo sul tavolo della cucina e intonando “La donna è mobile”, sotto gli occhi inteneriti del tenore-fornaio. Dopo gli studi con Arrigo Pola e Ettore Campogalliani (e dopo aver fatto per qualche tempo anche il maestro elementare) debutta a quasi ventisei anni, il 29 aprile 1961, al Teatro Comunale di Reggio Emilia; collegandosi sul suo sito Internet, si può ascoltare ancor oggi la voce del “tenorino” registrata in quell'occasione, mentre interpreta il personaggio di Rodolfo nella “Bohème”: un ruolo che gli rimarrà cucito addosso per tutta la vita, nonostante abbia successivamente portato in scena 26 opere diverse. Nella stessa data, qualche mese fa, ha festeggiato i quarant'anni di carriera, al Teatro Comunale di Modena, davanti a un parterre di celebrità mondiali. In mezzo, c'è una serie impressionante di successi e di eventi, il cui sommario riepilogo riempirebbe due pagine intere di questo giornale. Limitiamoci a qualche accenno. Il primo grande successo internazionale gli viene propiziato (come avviene nei romanzi e nelle commedie) da una provvidenziale indisposizione di Giuseppe Di Stefano durante una edizione della “Bohème” al Covent Garden di Londra nel ‘63; è chiamato da Modena a sostituirlo e diventa in una sera una superstar. Nel '65 debutta alla Scala di Milano con la “Bohème”, diretta da Von Karajan; poi parte per una tournée in Australia, con un repertorio di quattro diverse opere, accanto alla leggendaria soprano Joan Sutherland che giocava in casa. Nel '66, di nuovo a Londra, interpreta “La figlia del reggimento”, infilando i famosi nove “do di petto” previsti da Donizetti: pubblico in delirio ed esultanza aristocratica persino dei membri della Casa Reale, presente al gran completo. Nel 1968 debutta al Metropolitan di New York, ancora con la “Bohème”: “Your tiny hand is frozen”, canticchiano per le strade i fans americani, perché così suona, da quelle parti, la “Gelida manina”. Nel 1979 intona l'Ave Maria di Schubert nella cattedrale di Chicago, in occasione della visita di Giovanni Paolo II. Nel 1982 interpreta il ruolo del tenore Giorgio Fini in un film poco fortunato (“Yes, Giorgio”) girato a Hollywood. Nel 1990, in occasione dei Campionati del mondo di calcio, inizia a Roma la serie di concerti dei “Tre Tenori”, insieme a Josè Carreras e Placido Domingo, che si ripeteranno ogni quattro anni in mondovisione. Nel 1991 la Casa Reale inglese, cui si è aggiunta nel frattempo Lady Diana, ha di nuovo il piacere di ascoltarlo sotto la pioggia battente (insieme ad altre 250 mila persone) nel concerto di Hyde Park, a Londra. Nel 1992 promuove a Modena la prima edizione del “Pavarotti & Friends”, dove si ritrovano accanto a lui le star mondiali del “pop” e del “rock”, per raccogliere fondi a favore di organizzazioni umanitarie internazionali. Ed ecco l'anno fatale: nell'agosto 1993, durante il concorso ippico modenese “Pavarotti International”, il Maestro cerca una nuova collaboratrice per il suo staff. La forza del destino gli manda incontro una ragazza di quasi ventiquattro anni, laureanda in cerca di un lavoro: Nicoletta Mantovani.

Il sorriso del Sagittario. Il nuovo segretario del Maestro si chiama Edwin. E' un bel giovane peruviano, laureato in Scienze della Comunicazione, incontrato qualche anno fa in un albergo di Lima e subito arruolato nel clan itinerante. Non posso fare a meno di pensare che il Maestro, nel cambio, ci abbia rimesso. Mi chiedo anche che tipo di vita personale possa condurre un uomo che continua a girare il mondo (Pesaro compresa) per 365 giorni all'anno, al seguito del suo datore di lavoro. Lo capisco un minuto dopo, quando mi rivela che la sua fidanzata è Veronica, una splendida ragazza di Merano che ha il ruolo di assistente e di fisioterapista del tenore. Così il quartetto può dividere lo stesso tetto, sotto ogni cielo del pianeta, come una bella famiglia multietnica.
Nicoletta sorride per queste battute, durante il nostro breve incontro; e il terrazzo si illumina, nonostante il diluvio estivo che si sta scatenando sul San Bartolo, aggiungendo luce all'obiettivo della mia macchina fotografica (mentre dall'interno della villa ci arriva distintamente la colonna sonora del tenore che sta incidendo un disco di canzoni). Ride con la semplicità e la naturalezza di una ragazza della porta accanto; apparentemente senza preoccuparsi del fatto che non è più da tempo la neolaureata in Scienze naturali di Bologna, libera di andare per feste e discoteche, ma è la donna di un mito dello spettacolo. Pensate a che cosa succederebbe a uno di noi, se a un certo momento sposasse Madonna. I suoi pensieri e le sue parole non appartengono più solo a lei, ma al circo mediatico internazionale. Ricordo una sua intervista al TG1, poco dopo l'inizio della sua storia d'amore, in cui riuscì a strappare un sorriso quasi umano persino a Lilli Gruber, parlando della sua gelosia per Pavarotti: non a causa di altre femmine, ma per il rapporto quasi erotico che il Maestro intrattiene con i piatti della cucina emiliana. Più recentemente l'ho rivista in un programma di Canale 5, in cui parlava di una sua produzione: un “musical” che si chiama “Rent” (e che, tanto per cambiare, è una specie di versione moderna della “Bohème”). Inevitabilmente l'intervistatore l'ha portata sui temi cari al pubblico dei guardoni televisivi: e cioè sul suo incontro con Adua, la moglie del tenore, che un giorno aveva chiesto di conoscerla personalmente. Ne ha parlato con grande tranquillità, senza il minimo accenno di imbarazzo. Con lo stesso apparente distacco mi parla del contenzioso del Maestro col Fisco (per spiegarlo in due parole: il Fisco gli ha chiesto la differenza fra le tasse già pagate in tutti i Paesi esteri in cui si è esibito e le tasse che avrebbe dovuto pagare in Italia per gli stessi compensi); concluso sul piano amministrativo con un concordato di 24 miliardi e non ancora concluso sul piano penale.
E' nata a novembre sotto il segno del Sagittario, che pare si amalgami bene con la Bilancia di Pavarotti: nato il 12 ottobre, giorno della scoperta dell'America. “Sono molto fatalista, non mi faccio domande sul futuro. Siamo insieme da otto anni: speriamo che sia bello anche domani”. Si occupa di musica “pop” e “rock” e non ama la lirica più di tanto, anche se naturalmente la segue per dovere d'ufficio. Del suo compagno mi ha detto: “Si fa perdonare tutto, grazie a una simpatia innata che probabilmente riesce a trasmettere al pubblico. Ma anche nella vita privata non si risparmia, è molto vivo dentro; prova, e fa provare, delle emozioni fortissime”. E questa mi è sembrata una bella dichiarazione d'amore.

Un esame tutte le sere. Negli anni '80, quando lavoravo per una grande Società elettronica, decisi di prendere contatto col già famosissimo cantante perché tenesse un concerto in occasione di un congresso internazionale che stavo organizzando. Lo cercai al numero di Modena, dove credo mi rispose sua moglie, che era allora anche il manager dell'azienda di famiglia. Mi illustrò il calendario degli eventi già programmati e mi invitò cortesemente a ripassare… due anni dopo. Non credo che, da allora, l'affollamento della sua agenda sia molto cambiato. Sempre sul sito Internet già ricordato, è possibile prendere visione dei principali impegni futuri, che pudicamente si fermano a fine 2001: 29 settembre negli Stati Uniti a Boise nell'Idaho (si precisa che un certo tipo di biglietti dà diritto a una poltrona in prima fila e alla cena dopo-spettacolo col Maestro); 5 ottobre a Sacramento, California; 16 ottobre al Palais Omnisport di Bercy, Parigi; 10 novembre a Birmingham, Alabama; 25 novembre a Boston, Massachussets; 30 novembre a Saint-Paul, Minnesota, 2 dicembre a Washington, dove fra l'altro riceverà dal Presidente Bush uno dei cinque “Kennedy Center Honors”, riservati ad altrettante “leggende” del mondo dello spettacolo, fra cui Jack Nicholson e Julie Andrews. Poco prima delle vacanze era già stato in tournée in Cina, Giappone e Corea. In pratica, è un pendolare del jumbo-jet.
Leggo su un settimanale, in una rubrica di curiosità, che Pavarotti è l'artista che ha ricevuto più chiamate sul palco: il 24 febbraio 1998, nell'”Elisir d'amore” di Donizetti, fu applaudito per un'ora e sette minuti e il sipario si riaprì per 165 volte. E' ormai famoso nel mondo come Caruso o come i grandi divi del “pop”; anche attraverso le canzoni napoletane ha avvicinato alla musica, e alla lirica, folle sterminate (“E' vero guagliò -- gli ha detto un giorno il sovrintendente del San Carlo di Napoli - tu le canzoni napoletane non le sai pronunciare, ma lo spirito è proprio quello che tu usi, sai…”). Il Segretario dell'ONU, Kofi Annan, lo ha proclamato “instancabile ambasciatore di pace”. Ci sarebbe il rischio di cadere dall'Olimpo per una crisi di vertigini, ma Pavarotti si limita ad osservare seraficamente, con l'aria di un debuttante: “Per fortuna questo è un mestiere difficile, quindi non siamo in tanti a farlo. Si deve passare un esame ogni sera: se canti bene ti applaudono, se no ti fischiano (non ci crederete, ma è successo anche a lui, N.d.R.) Ma ogni volta mi dico: l'altra volta ce l'hai fatta, puoi farcela anche stasera. In questo mestiere non puoi bluffare, non puoi fare carriera con le raccomandazioni; ma è un mestiere così bello che non ti accorgi di soffrire”.
Quest'uomo guadagna cifre da capogiro, ma fa anche tante cose gratis, con grande stupore degli americani, cui la parola gratis piace poco (“In this country there is no such a thing as a free meal”, “In questo Paese non ci sono pasti gratis”, ha teorizzato un loro economista, Premio Nobel). Ma Pavarotti, che è nato a Modena da un padre fornaio e una madre operaia in una manifattura di tabacchi, ha devoluto più volte gli incassi miliardari delle sue serate a organizzazioni filantropiche o scientifiche: fra le quali il Centro che fa capo al professor Lucarelli, un medico per cui continua a dichiarare grande ammirazione e solidarietà, al di là delle dolorose vicende che lo riguardano. Fra le cose più belle che ha fatto gratis, con grande dispendio di tempo e di energie, c'è sicuramente il “Concorso di Filadelfia”: una selezione mondiale di giovani cantanti in tutto il mondo, per far emergere i protagonisti della lirica del 21° secolo: fra questi Kallen Esperian, una soprano di origine russa la cui voce gli ricorda quella di Renata Tebaldi.
Alla fine di maggio era a Modena, per l'appuntamento annuale del “Pavarotti & Friends”: questa volta i beneficiari erano i bambini dell'Afghanistan rifugiati in Pakistan. Era lì a fargli corona, insieme a Michael Douglas e Catherine Zeta Jones, un cast stellare di cantanti internazionali. Ha ricevuto ancora una volta tanti ringraziamenti, riconoscimenti ed omaggi, ma lui ha detto soltanto: “Quando uno è felice, canta; quindi la musica rende felici”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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