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Ottobre 2001 / Opinioni e Commenti
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I prigionieri dimenticati
Il raduno annuale dei “Non” di Pesaro
E' stata la prima volta che partecipavo al raduno annuale dei “Non”. Pur conoscendo da tempo uno di loro, Walter Cecchini, che spesso mi ha raccontato la sua storia e la sua “non-storia”, come spiegherò in seguito, è stata francamente un'emozione enorme quella di ascoltare per tre giorni racconti così intensi e così “vissuti”. “Non” è l'abbreviazione usata per definire i prigionieri di guerra nei campi americani non cooperatori, cioè coloro che, restando fedeli alla causa per cui avevano combattuto, non iniziarono a collaborare con gli americani dopo l'8 settembre del '43 ma, a costo della loro libertà personale, rimasero fedeli agli ideali per cui avevano combattuto.
Le donne e gli uomini che ho incontrato mi hanno raccontato tantissime storie, nel corso di un incontro tenuto presso l'Hotel Cruiser di Pesaro dal 14 al 16 settembre. In particolare ne vorrei riferire una. Me l'ha raccontata un simpatico signore, ancora molto in gamba, con un buffissimo accento italo-americano. Nei suoi occhi si leggeva la luce di chi aveva visto da vicino la morte: essi splendevano, erano colmi di curiosità e comunicavano un'indicibile energia. Mi raccontò di come, fatto prigioniero dagli inglesi, si trovò davanti ad un dilemma che per chiunque potrebbe sembrare insolubile. Era molto giovane; non ricordo l'età, poniamo diciotto, diciannove anni. Fu portato davanti alla scrivania di un ufficiale inglese. Questi gli disse che, se avesse accettato di collaborare con loro, lo avrebbero lasciato libero. Egli gli chiese cosa l'inglese, al suo posto, avrebbe risposto. Ovviamente l'inglese rispose che non avrebbe accettato; e così fece il nostro eroe, che fu poi portato ad Hereford dove rimase per qualche anno, ma dove visse da uomo e non da traditore. E' una storia che, al pensiero, ancora mi fa rabbrividire: sarei stato io capace di tanto coraggio per difendere ciò in cui credevo? Diverse volte mi è stato parlato del neologismo inglese nato in quel periodo: “to badogliate”, con significato di “tradire con disonore”.
Certo la scelta doveva essere difficile: immagino la mattina di quell'8 settembre quando un ufficiale si avvicinò ai prigionieri, spiegò cosa era accaduto e chiese chi voleva seguire la nuova posizione del Governo italiano. Parte di loro seguirono, chi per un motivo, chi per un altro, il Maresciallo Badoglio, altri diventarono “Non”. I reduci di Hereford mi hanno fatto dono di diversi libri che raccontano la loro avventura. Cito ora un passo tratto da “Fame in America”, di Armando Boscolo, in cui l'autore rievoca la cattura e la detenzione nel campo di Hereford (da cui tornò in Patria solo il 27 febbraio 1946):

“Il primo giorno, dopo la mensa, ascoltammo dalla radio del campo le onde corte. Roma (in Italia era già la sera del 26 luglio) riassumeva gli avvenimenti. Mussolini aveva rassegnato le dimissioni, il maresciallo Badoglio era stato incaricato dal Re di costituire il nuovo governo e aveva rivolto al Paese il suo proclama che per noi si riassumeva nel capoverso: “La guerra continua. L'Italia, duramente colpita nelle sue provincie invase, nelle sue città distrutte, mantiene fede alla parola data, gelosa custode delle sue millenarie tradizioni”. Anche i nostri commenti erano improntati alle dichiarazioni badogliane e nessuno si nascondeva l'orgoglio di appartenere a un popolo che, anche nell'avversa fortuna si batteva con onore, confermando la guerra che avevamo combattuto noi e per cui eravamo in cattività”.

Segue poi la descrizione del disorientamento, dovuto anche all'incertezza delle notizie, seguito all'8 settembre.

“Anche ammesso che il Re fosse davvero schierato a fianco degli Anglo-Americani, come avrei potuto io combattere insieme con loro, e magari contro i Tedeschi che mi avevano liberato dall'accerchiamento dell'Akarit?”

La frase che più ricorreva in quei giorni era la citazione di Dante “Libertà vo' cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.” Indipendentemente da come la si pensi sulla politica in generale, e sull'8 settembre del 1943 in particolare, non si può non ammirare questi italiani che hanno rifiutato di collaborare e che per questo hanno anelato per tanto tempo alla libertà.
Ricciotti Bornia invece nel suo “America dolce e amara” racconta come alla domanda: “Cosa ne pensa dei prigionieri Non – cooperatori italiani in America?”, lo scrittore americano di storia militare Louis E. Keefer abbia risposto: “You are very soldier!”, “Voi siete dei veri soldati!”.
Potrei raccontare tanti altri episodi, ma questo intervento è dovuto all'ammirazione per persone che in difesa delle proprie idee hanno sfoderato tanto coraggio e che, comunque la si pensi sulla nostra storia, meritano una riconoscenza della Nazione per l'amore ad essa dimostrato. Essi vorrebbero semplicemente riceverla nella forma di un'ampia diffusione della loro esperienza, terminando quell'ingiusta condizione di “non-storia”.

Carlo Alberto Consani


 
 
 
 
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