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Ottobre 2001 - Speciale
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Sogno americano

Ottobre 2001
L'America, pensata da un altro Continente, è la somma del mondo: gli oceani, i laghi, i fiumi, le rocce, le foreste, il deserto, le montagne, i ghiacciai, le praterie, il bestiame, la terra rossa da coltivare. E' la natura e la tecnologia, la ricchezza e la disperazione, il benessere e la violenza, la felicità e la solitudine. E' il bene e il male, Lincoln e la capanna dello zio Tom. E' l'arte, il cinema, la pubblicità, l'architettura, la musica folk, il jazz, la Coca Cola. E' la scienza, il College, il basket, il football, la boxe. E' la corsa verso il West. E' la fatica dei coloni protestanti che costruiscono un intero Paese con le loro mani, senza domandarsi se qualcuno gli garantirà la pensione o la mutua.
Per me l'America è stata l'emozione della Statua della Libertà, scoperta improvvisamente dietro l'angolo, un giorno di gennaio, nel porto di New York coperto di neve. Viaggiavo in limousine, accompagnando gente importante: ma ho visto apparire contro il cielo grigio il fantasma della Libertà, con gli occhi pieni di lacrime e di speranza dei cafoni che arrivavano dal mio Paese, affacciati sul parapetto di una nave che si avvicinava lentamente alla terra promessa una mattina d'inverno, dopo settimane di disagi in mare aperto, dopo la valigia, dopo il freddo, dopo gli addìi, dopo la mamma in nero che scompariva sul molo di Napoli. Per tutti loro, per tutti noi, quella statua bianca era come la silhouette della Madonna di Lourdes: era il benvenuto, il velcòm, il pane, il lavoro, il busìnnes, una casa con le scale esterne antincendio, le puttane, gli hot-dogs, una chance: che significa fortuna, caso, ma significa anche un'opportunità per tutti. Il mio cuore cantava "Partono i bastimenti per terre assai luntane..." e piangevo come un neonato, insieme ai cafoni della mia terra, arrivando in limousine sotto la neve, sessant'anni dopo.
Per me l'America è stato il risveglio ansioso in piena notte, nella stanza di un Hotel Hilton grande come una città di provincia, in preda all'insonnia da jet-lag: dopo aver cambiato spazio e tempo in poche ore di volo. Tutti i fotogrammi pubblicitari di New York erano diventati improvvisamente a tre dimensioni: la skyline di Manhattan vista dal ponte di Brooklyn, il riflesso dei grattacieli di vetro sulla Park Avenue, la luce colorata delle strade di Broadway, l'Empire State Building con la guglia aguzza, i ragazzi che pattinano sul ghiaccio fra gli stucchi dorati del Rockefeller Center, le vedove ricche del Greenwich Village con i capelli turchini, i negri dinoccolati nel ghetto di Harlem. E' stato un poliziotto col manganello, ilare e gigantesco, che mi ha chiamato "Paisà" con un sorriso ammiccante; l'ostilità negli occhi grigi di un tassista affamato di mance, dietro il vetro anti-proiettile; i barboni, ancora giovani ma col sangue già freddo, in cerca di calore sui tombini fumanti di vapore davanti ai negozi di lusso della Quinta Strada o fra i graffiti sporchi della metropolitana.
Per me l'America è stato anche un bosco immenso del Connecticut in ottobre, striato di foglie color rosso-sangue, sotto il sole tiepido dell'Indian Summer. E' stato il ronzio di centinaia di calcolatori elettronici fra i vetri e le moquette della Silicon Valley. I sogni di carta di Hollywood e di Disneyland, molto più importanti della realtà per il cuore di milioni di uomini di ogni continente. I giardini dell'Università di Princeton, affollati di giovani studenti e di premi Nobel con i pantaloni troppo corti sulle caviglie. I piccoli cinesi gentili dei ristoranti di San Francisco, che al tramonto cercano la loro patria sull'orizzonte del Pacifico. La rampa di lancio contro il cielo di Cape Canaveral e il conto alla rovescia dello speaker prima della partenza di un razzo: con quattro uomini a bordo che andavano verso il nulla, confidando in Dio e nell'esattezza dei calcoli. Il contrasto violento di una sera fra l'aria condizionata di un albergo della Florida e il caldo umido soffocante sul bordo della piscina: scrutando con inquietudine nel buio per vedere emergere i coccodrilli, sicuramente nascosti sotto il pelo dell'acqua.
Per me l'America è stata una dolcissima tavoletta di cioccolato, offerta come un dono da un soldato vincitore, seduto una sera con mio nonno sul terrazzo di casa; un negro che sfila in testa alla sua banda musicale lanciando in alto un bastone e riprendendolo al volo; il primo paio di calze di nailon sulle morbide cosce di mia madre, che ritrovava a fatica la giovinezza perduta nella guerra.
God bless America!

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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