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L'invasione dei graffiti

Qual è lo “stato dell'arte” del graffiti writing a Pesaro? Intendo parlare del “graffitismo”, che viene definito come una manifestazione sociale, culturale e artistica ed è diffuso in tutto il pianeta. Per capirci meglio, parlo di quei dipinti, realizzati con bombolette spray di vernice, sulle facciate delle case, sui loro muri di recinzione, nei sottopassaggi pubblici, sui cassonetti dell'immondizia, sulle pareti delle pensiline degli autobus, sulle cassette postali e in ogni altro luogo urbano in cui possa realizzarsi la creatività dell'artista, la sua visibilità e la sua riconoscibilità. Siamo talmente abituati a muoverci così frettolosamente nella città, che non li vediamo quasi più. Guardiamo ma non li percepiamo, come se questi fossero un tutt'uno con le abitazioni e l'arredo urbano.
A cavallo della mia bicicletta comincio ad analizzarli partendo dalle “Tag”. La “tag” è l'etichetta, lo pseudonimo di ogni graffitista: viene scelta dal writer stesso, partendo dai giochi di parole sulla propria identità. Ne visiono alcune decine, e devo concludere che solo poche sono accettabili, nella maggior parte sono decisamente orribili! Eccone alcune, se le ho decifrate bene: “Zoks”, “Fedro”, “Morsur”, “Maze”, “N8D”. Il segno è spesso incerto e sgocciolante, il più delle volte sfumato, con poche grazie e svolazzi. Sembra quasi che i graffitisti pesaresi siano quasi sempre dotati di bombolette spray in via di esaurimento! Forse, presi dalla smania di raggiungere una certa fama all'interno della comunità hip-hop, cercano di raggiungerla con una imponente presenza di firme. Tutto ciò a scapito della qualità del segno grafico. Mi viene da pensare che siano adolescenti alle prime armi, anatroccoli bavosi che, come i cagnolini, vogliano marcare il proprio territorio. C'è poi la categoria dei “banali” quelli che scrivono: “Viva il Milan”, “UVB forever”, “VIS e basta!” “Sara ti amo”; ed alcuni appena un po' più evoluti o enigmatici con: “Dio c'è”, “… la solitudine”, “Io amo i miei capelli”. Qui il segno grafico è decisamente imperfetto e brutto da vedersi. La terza categoria è quella di chi ha raggiunto una propria maturità stilistica e le cui opere fanno pensare ad una vera e propria forma di pittura. Ritengo che i suoi appartenenti, rispetto a quelli delle altre due, non possano essere etichettati come “vandali” perché è evidente la ricerca di un messaggio artistico comprensibile. Dalle loro decorazioni emergono le allusioni, spesso politiche e di protesta sociale. Fra questi ultimi vanno menzionati quelli nell'area del Campus scolastico e quelli sui muri di contenimento del Genica, anche se la commistione tra le varie tipologie regna sovrana.
A conclusione del mio giro in bicicletta, una domanda mi è sorta spontanea: quanto costerebbe alla collettività la cancellazione delle decorazioni maldestre? Un amico mi ha suggerito però di citare due opere di valore: l'affresco del Maestro Paolo Polidori realizzato a Santa Maria delle Fabbrecce (sulla sinistra andando verso Rimini, poco prima del semaforo all'incrocio con la strada per Urbino) e quello dell'ex Casa del Popolo, oggi Bar Muraglia, nell'omonimo quartiere. Gli ho risposto: non uniamo il sacro col profano! Queste ultime sono infatti dei veri e propri affreschi, cioè pitture a “fresco” che si eseguono con i colori (terre) sciolti nell'acqua e stesi sopra un intonaco fresco. Questa è una lavorazione complessa che non tollera esitazioni. Per amor di cronaca dirò che il primo, un'opera notevole per la superficie che ricopre e per la bellezza dei particolari, è suddiviso in 21 riquadri e rappresenta la storia delle antiche ville gentilizie sul Colle S. Bartolo. Il secondo raffigura tre braccianti cileni intenti al lavoro: uno zappa, uno semina, uno raccoglie. Li sovrasta il volto di un uomo che ricorda “il grande fratello” orwelliano, che tutto vede e controlla. Sullo sfondo si allungano, come delle ombre, una falce ed un martello che, col senno del poi, sembrano voler denunciare il fallimento di una ideologia.
Tornando ai graffiti, per ultimo, voglio segnalarvi quello che mi è sembrato più significativo ed intelligente; questo è stato disegnato sul muro che sostiene il ponte della ferrovia all'angolo di Via Aurelio Saffi con Via Vincenzo Rossi. Rappresenta uno specchio, lo specchio delle nostre brame, che racchiude questa scritta: “Pesaro, Pesaro, playground of our lives, mirror of our comedy” (Pesaro, Pesaro, cortile delle nostre vite, specchio della nostra commedia... ).

Stefano Giampaoli

I graffiti di Michelangelo
A proposito dei graffiti sui muri delle città, il punto non è se questi disegni con le bombolette spray siano belli o brutti; né se i giovani abbiano diritto o meno di esprimere la loro creatività, eccetera. Il vero punto è che in questo Paese tutti – e soprattutto i giovani – dovrebbero abituarsi finalmente a rispettare le regole. Se Michelangelo venisse di notte a dipingere “Il Giudizio Universale” sulla parete del nostro ufficio, lo denuncerei alle pubbliche autorità per affresco non autorizzato.

A.A.


 
 
 
 
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