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Novembre 2004 / Opinioni e Commenti
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Aboliamo i “dottori”
e i “professori”?

Molti anni fa abitavo in un condominio di Milano, dove tutti mi chiamavano “dottore” incontrandomi sulle scale. Una mattina – mentre uscivo – il portiere mi disse, toccandosi la schiena: “Scusi dottore, volevo chiederle una cosa: da qualche giorno ho un dolore proprio qui…”. Ho dovuto confessare con un certo imbarazzo che non potevo aiutarlo perché ero solo un dottore in Legge.
Da allora mi chiedo se non sia ora di abolire questo uso un po' borbonico di chiamarci tutti con titoli altisonanti (dottore, professore, commendatore, eccellenza) o comunque con i titoli professionali (avvocato, ingegnere, ragioniere, geometra, maestro, ecc.): un uso forse gentile, ma forse anche un po' servile, e comunque ormai poco adatto ai rapporti interpersonali del terzo millennio. In qualche caso può essere persino fonte di ilarità.
Tra i miei ricordi, c'è anche una visita a un prefetto del centro Italia. Mentre aspettavo di essere ricevuto, chiacchieravo nell'anticamera col suo segretario: fra l'altro anche di questo, cioè dell'abolizione (avvenuta per legge) del titolo di “eccellenza”, una volta riservato alle alte cariche dello Stato. Il segretario ne era naturalmente al corrente e conveniva sull'opportunità di quella legge. Ma, al momento di annunciarmi, bussò alla porta dicendo: “Eccellenza, c'è il dottor Angelucci”.
A Roma basta avere la cravatta, per essere immediatamente laureati dal posteggiatore abusivo o dal cameriere del ristorante. Se poi la mancia è generosa, si passa direttamente a professore, o peggio. A Milano il titolo di dottore si usa spesso, ma solo nei confronti di chi ne ha diritto (o almeno si presume che lo abbia). Alla TV, seguendo certi dibattiti, sembra di essere in una clinica, con tutto quell'incrocio di dott. Vespa, dott. Biagi, dott. Costanzo, dott. Lerner, ecc.
Nei principali Paesi europei – almeno del nord – e negli Stati Uniti, quel titolo indica una qualifica più elevata (dottorati di ricerca, dopo almeno sei anni di università) e il titolo di professore spetta solo ai docenti universitari, non a qualunque insegnante di scuola media. E comunque sono titoli usati solo nei Campus e nell'ambiente accademico, non nei rapporti quotidiani. Nessuno si sogna di chiamarti così per strada o al bar: è sufficiente un “mister” o un “monsieur” per mostrare deferenza. Fanno in parte eccezione solo i medici, per i quali l'appellativo di “doctor” è più tradizionalmente usato: ma forse perché è identificativo di una funzione specifica.
E' così semplice e bello l'appellativo di “signore”, per rivolgersi a qualcuno: penso, ad esempio, alla tradizione della Marina, dove (a differenza delle altre Armi) tutti gli ufficiali sono chiamati semplicemente così, senza ulteriori riferimenti al grado. Che bisogno c'è di far sapere a tutti che si è seguito un certo corso di studi? Con la complicazione che le lauree brevi non danno diritto al titolo di “dottore”; e che un diplomato del liceo classico è solo un povero “signore”, mentre un diplomato degli istituti tecnici può esibire all'occhiello un titolo di “ragioniere, geometra, perito”. Non bastano l'impiego, la funzione o la professione per mettere tutti al loro posto e per dare a Cesare quello che è di Cesare? Negli ambienti di lavoro della grande industria ho conosciuto diversi ragionieri che mettevano in riga un bel numero di dottori.
Non so se i nostri lettori siano d'accordo; e comunque sarebbe una ben piccola cosa se una campagna su questo tema fosse sostenuta solo da un giornale locale. Però potremmo almeno cominciare da qui. Magari potrebbe succedere, un giorno, di ascoltare in un telegiornale una notizia di questo tipo: “In provincia di Pesaro è stato abolito di fatto il titolo di ‘dottore'; da ieri non lo usa più nessuno…”.

A.A.

 


 
 
 
 
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