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La pesca a Pesaro
negli anni ‘30


Il dossier raccolto da Mario Giampieretti (scomparso nell'ottobre 2000), depositato nell'Archivio Storico Diocesano e relativo all'attività della pesca nel litorale di Pesaro intorno agli anni '30, mi ha dato l'occasione di approfondire alcune tematiche sul mare e i pescatori più di 60 anni fa.
Dal torrente Tavollo al fiume Cesano, per una zona costiera di oltre 45 chilometri, ricordiamo spiagge di finissimo arenile e paesi a picco sul mare (Casteldimezzo, Fiorenzuola di Focara, Santa Marina), praticamente borgate di pescatori a nord del Monte San Bartolo. In particolare Santa Marina è nota in quegli anni per la pesca di frodo (bombe ad alto esplosivo lanciate dai marinai che si avvicinavano alla zona più popolata di pesci, facilmente individuabile per la macchia argentea sul mare); in tal modo però oltre al pesce adulto venivano distrutte anche le uova, con grave danno per la riproduzione ittica. Nel mese di maggio i “gabicciari” pescavano i “baganelli” che offrivano un ottimo brodo di pesce a buon mercato mentre alla foce del fangoso fiume Foglia su qualche barca piccole reti a bilancia raccoglievano poco pesce di scarsa qualità.
Alla foce del Foglia, e allo sbocco del porto-canale, sorgevano lunghi pennoni di legno che reggevano retoni di forma rettangolare per la pesca del pesce di passaggio (particolarmente abbondante nella stagione autunnale). Nelle case dei pescatori nei giorni di “bora” intorno al camino c'era più fumo che calore, mentre il brodetto borbottava nel tegame di coccio. Oltre al brodetto la moglie-cuoca preparava un soffritto di cipolla, lardo, conserva e un po' di sale per condire i “tagliolini”: di fritto se ne faceva poco perché l'olio costava e quando c'era cattivo tempo, e non si poteva uscire con la barca, i pescatori si arrangiavano con la pesca dei “cannelli” lungo la battigia. Era la cosiddetta “pesca minore” che comprendeva anche le “poverazze” e i “calcinelli”: si trattava di una pesca di sussistenza, di cibo per la sopravvivenza che si raccoglieva a riva insieme alla “lighiera” (legname di varia pezzatura gettato sulla spiaggia dai marosi); tale legname una volta asciugato al sole serviva a scaldare la “rola” (piano del focolare del camino) nelle giornate invernali.
Nel tratto di spiaggia del Colle Ardizio esistevano tre compagnie di “paroni” che stendevano le reti della “tratta”: le reti erano poi tirate a riva da vecchi e giovani, donne e fanciulli per un'abbondante pesca di agostinelli (piccole triglie), cefali, sgombri e seppie. La pesca della “tratta” era praticata anche dalla “Sassonia” (spiaggia fanese di ghiaia portata dal fiume Metauro) alla borgata di Marotta, dove non è stato possibile costruire un porto di rifugio per la presenza di bassi fondali. Questa particolare pesca veniva praticata da squadre di pescatori e di ortolani, dediti questi ultimi per la maggior parte dell'anno alla coltivazione di cavoli e pomodori. Il pesce veniva venduto in loco e soltanto una piccola parte arrivava ai mercati di Fano e Senigallia.
Il mare Adriatico presenta un fondale sabbioso fino a 10 passi (un passo = 1,70 metri) e tutto il pesce che lo popola si sposta con i primi freddi autunnali su fondali fangosi (a circa 20 miglia con una profondità di 25 passi). La pesca di sogliole, razze, palombi, rombi veniva praticata fino a ottobre nella fascia costiera delle tre miglia: da ottobre in poi su fondali fangosi. Le seppie venivano pescate con le nasse: gabbie rettangolari disposte parallelamente alla spiaggia e legate al fondale mediante ancoraggio, mentre il punto in superficie era segnalato da bandierine su sughero, sempre ancorate alla nasse. Ricordiamo la pesca con le “reti d'imbrocco”, abbandonata dai pescatori perché richiedeva una paziente opera di sbroccamento; mentre la pesca con la “tartana” (rete da strascico) era praticata a circa 17 miglia dalla costa (su fondale fangoso). Con i “cogolli” (reti lunghe dai 100 ai 150 metri obbligate al fondale da piombi e sollevate dai galleggianti a formare uno sbarramento verticale alla spiaggia) si pescavano le anguille mentre veniva usata la “sfogliara” per la pesca  di “cannocchie “ e “aguglie”.
Negli anni '30 si attuò  un  piano  di  motorizzazione della marina velica. Nella  nostra zona  la  marineria  più  importante era quella di Fano che nel 1938    aveva 68 motopescherecci mentre a Pesaro ne esistevano solo 6. La pesca mediante “cogolli” contava 26 barche a Pesaro con 40 pescatori, 25 barche a Fano con 45 pescatori e 10 barche a Marotta con 50 pescatori. La pesca di molluschi e crostacei contava 20 barche a Pesaro e 40 unità lavorative, 16 barche a Fano (80 unità), 10 barche a Marotta e 55 unità. Con l'avvento dei motopescherecci la vita del pescatore è maggiormente tutelata: viene istituito il “ruolo di equipaggio” e l'atto di “nazionalità”. Per imbarcarsi il marinaio doveva esibire il certificato medico d'idoneità fisica e il libretto di navigazione "Gente di Mare” dal quale risultava avere superato la prova di nuoto e voga. I motopescherecci erano stati adottati in primis dalle marinerie di San Benedetto del Tronto (1933-34) e Fano (1934). La necessità di lotta contro i marosi e la velocità sono state le ragioni determinanti per la loro sempre più vasta diffusione. In un primo momento i motori erano di fabbricazione straniera e la marca preferita era la Deutsches Werke per la durata, la facile manutenzione e il poco consumo di carburante. Solo a partire dal 1937 anche in Italia si cominciò a costruire motori per barche (S.A. Ansaldo). Questi motori andavano a nafta, avevano una capacità di 30 quintali e consentivano un'autonomia di dieci giorni. La Capitaneria portuale controllava l'attrezzatura prescritta (fanali, ancore, cavi di ormeggio, impianto elettrico, bussola, barometro e carta nautica). Le tutele sociali istituite per i prestatori d'opera a terra vennero estese anche agli equipaggi dei motopescherecci (assicurazione contro gli infortuni, assicurazione invalidità e vecchiaia). I capitani addetti al comando dei motopescherecci possedevano la patente di “parone” e se avevano la capacità di dirigere la pesca venivano rivestiti di una duplice autorità: quella di capitano e capo-pesca. Il capitano aveva funzioni civili, amministrative, nautiche e tecniche. Era responsabile della disciplina dell'equipaggio, della conservazione del natante e doveva osservare le disposizioni concernenti il buon andamento della navigazione. Funzione particolare era quella del “motorista”, preposto alla manutenzione del motore, che per questo lavoro aveva superato un esame presso la Capitaneria di Porto dopo avere frequentato la Scuola Professionale Marittima. Ai marinai erano delegate, secondo le attitudini, le funzioni di manutenzione reti, pulizia dello scafo, turni di guardia e ghiacciatura del pesce. Dal ricavato della pesca veniva sottratto il “monte” (spese per nafta, olio, vitto, ghiaccio, riparazione reti, contributi sindacali, assicurazione contro gli infortuni) e il  rimanente veniva distribuito secondo le parti pattuite. Il pescatore la domenica quando era a terra, nelle prime ore del mattino, attendeva alla cura della barca e delle reti; poi prima di mezzogiorno si recava a ritirare il guadagno della settimana e nel pomeriggio usciva con la famiglia per andare sulle colline limitrofe dove veniva consumata la “merenda”.

Massimo Magi


 
 
 
 
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