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Dopo El Alamein

La sconfitta della battaglia di El Alamein fu decisiva per le sorti del conflitto in Africa. Furono annientate in quella occasione le divisioni Folgore, Brescia, Pavia, Ariete, Trento e Bologna. Abbandonati anche dagli alleati tedeschi, i militari italiani resistettero ancora due settimane agli assalti di un migliaio di carri armati, alle bombe della RAF, incontrastata nel cielo, e contro più del doppio di soldati inglesi. Finite le munizioni, dopo la inevitabile capitolazione, gli italiani vivi erano 306. A quei valorosi i soldati inglesi del generale Montgomery resero l'onore delle armi. Espressioni di ammirazione giunsero da Winston Churchill, Hemingway e dallo stesso Rommel.

L'episodio dà occasione di ricordare altri eroi della stessa guerra: gli IMI. Chi sono? Il 3 settembre 1943 l'Italia firmò a Cassibile, in Sicilia, l'armistizio con gli alleati contro i quali era entrata in guerra a fianco della Germania il 10 giugno 1940. L'armistizio venne reso pubblico l'8 settembre e il vecchio alleato tedesco diede il via a una operazione lampo che mirava all'annientamento delle forze italiane ovunque dislocate. Le Forze Armate italiane che erano in Italia e sui vari fronti di guerra all'estero si trovarono, a seguito dell'improvviso capovolgimento della situazione, senza precise disposizioni di fronte a un ex alleato diventato improvvisamente nemico. Quasi dovunque, il dispositivo tedesco scattò con successo aiutato anche dal comportamento della Autorità di Governo e di taluni vertici militari che abbandonarono le Forze Armate italiane in balìa di se stesse. Le truppe tedesche fecero prigionieri 750 mila militari italiani dirottandoli nei lager polacchi e tedeschi. Col preciso intento di costringerli ad accettare ogni proposta di adesione, i militari italiani vennero posti nelle peggiori condizioni fisiche e morali. Per togliere loro la possibilità di essere tutelati dalla Convenzione internazionale di Ginevra, negarono loro la qualifica di "prigionieri di guerra" declassandoli alla stregua di "internati militari". In questo modo gli IMI (Internati Militari Italiani) vennero privati di ogni garanzia giuridica, di ogni possibile soccorso esterno e di ogni controllo sulle loro condizioni fisiche e morali e quindi sulla loro sopravvivenza. Vennero ammucchiati nei vari lager (Dulag, campo di transito e di smistamento; Stammlager per sottufficiali e truppa; Oflager, per ufficiali; Straflager, di punizione) in baracche in pessime condizioni strutturali e igieniche. L'ambiente era stato creato appositamente con lo scopo di annullare la loro personalità. Fame, freddo e nostalgia furono i compagni degli IMI assieme ai pidocchi, pulci, cimici, malattie e violenze dei loro guardiani. La tubercolosi, il tifo, la dissenteria, la violenza causarono la morte di oltre 60 mila internati. Una propaganda incessante messa in atto con tutti i mezzi dalle SS e da gerarchi e ufficiali della RSI nel tentativo di indurre gli IMI ad aderire alla RSI non riuscì a farli scendere a patti con la loro dignità né a far tradir loro il giuramento di fedeltà al Re: solo il 3% uscì dai ranghi. "La resistenza bianca" degli IMI, iniziata nei carri bestiame che li portava nei lager, fu metodica e tale da pesare, sia pure indirettamente, sull'apparato bellico tedesco: se quella massa di uomini avesse accettato l'arruolamento avrebbe potuto costituire un nerbo poderoso di forze in grado, se non altro, di allungare la durata dello sciagurato conflitto in Europa.

"Non abbiamo vissuto come bruti", scrive Giovannino Guareschi nel Diario clandestino, "costruimmo noi, con niente, la Città Democratica". Si formò infatti, nel lager che li ospitava, un'attività culturale e ricreativa organizzata dal nulla grazie alla genialità e generosità di uomini straordinari che collaborarono con Guareschi. Tra essi nomi altisonanti di intellettuali e artisti, compagni di prigionia, come Giuseppe Luzzati, Enzo Paci, Enrico Allorio, Silvio Golzio, Gianrico Tedeschi, Giuseppe Novello, Roberto Rebora, Arturo Coppola ecc. Quando nell'aprile del 1945, le truppe alleate giunsero a liberarli, trovarono uomini fisicamente malridotti ma interiormente liberi. Purtroppo ai 60 mila IMI morti nei lager se ne aggiunsero almeno altrettanti al rientro in patria per le gravissime malattie riportate. Gli IMI non chiesero nulla e, rimboccatisi le maniche, contribuirono validamente alla ricostruzione materiale e morale dell'Italia.

Sergio Tomassoli


 
 
 
 
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