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Quasi 12 mila immigrati nella provincia di Pesaro

Diritti e doveri nella società multietnica

La Provincia di Pesaro e Urbino sta diventando sempre di più una società multietnica: il che implica la convivenza di costumi, tradizioni e religioni. Sono 11.442 i cittadini stranieri residenti nella Provincia di Pesaro e Urbino di cui 6.265 uomini (55%) e 5.177 (45%) donne. Il 2001 ha fatto registrare un forte aumento della presenza straniera nel territorio: si assiste infatti ad un incremento del 17,8% degli immigrati regolarmente residenti, laddove la popolazione italiana è rimasta pressoché costante (+0,2%). Un trend di crescita che in soli quattro anni ha fatto più che raddoppiare il numero degli immigrati residenti portandone l'incidenza sulla popolazione residente dall'1,7% del 1997 al 3,3% del 2001. L'incremento interessa uomini e donne in modo omogeneo, a differenza degli anni scorsi quando la crescita interessava in maniera più accentuata le donne, segno di una presenza sempre più stabile di interi nuclei familiari.

Gli immigrati provengono prevalentemente dai Paesi dell'Est Europeo (44% del totale) e dall'Africa (36% del totale); più limitata la presenza di immigrati provenienti dall'America (7%) e dall'Asia (6%); ad essi si aggiungono coloro che provengono dai Paesi dell'Unione Europea (8% del totale). La presenza di diverse etnie non deve in alcun modo significare diversità di diritti e tutela: così come i trattamenti retributivi e normativi devono essere gli stessi per lavoratori che svolgono le stesse mansioni, lo stesso principio deve valere per le leggi e per la copertura sociale, per quelli insomma che vengono definiti i cosiddetti "diritti di cittadinanza".

Tuttavia, nella nostra società, anche a livello locale, scontiamo delle forti contraddizioni. Da un lato, vi è una richiesta strutturale di manodopera: gli immigrati hanno un ruolo insostituibile nel tessuto produttivo locale. E' sotto gli occhi di tutti il fatto che gli immigrati con il loro lavoro mandano avanti interi settori dell'economia che altrimenti sarebbero in crisi per esempio l'agricoltura, la cantieristica navale, i lavori domestici e di cura. Dall'altro lato, c'è poca attenzione alla formazione (dal punto di vista sindacale pensiamo alla sicurezza nei luoghi di lavoro: gli infortuni riguardano di più gli immigrati che non sanno la lingua e non comprendono bene), per non parlare della diffidenza degli italiani, resi insicuri da una politica di accoglienza troppo timida e poco coerente, che identifica il clandestino con il criminale. Per questo, come Cgil, ribadiamo un giudizio politico negativo sulla Legge Bossi-Fini e la reputiamo razzista e xenofoba. Con questo atto legislativo il Governo completa l'inversione di priorità tra economia e società: è la società che si deve mettere a disposizione delle imprese senza riserve e limitazioni. L'immigrato non vale come persona, con i suoi sentimenti e le sue giuste aspirazioni, ma si può acquistare "in leasing" come una macchina e disfarsene quando il compito è esaurito. La legge non attua nessuna politica di inclusione sociale per gli stranieri, azzerando di fatto quanto era stato fatto con la legge Turco-Napolitano.

Contro questa visione del mondo, noi ci opponiamo con tutte le forze, in nome della solidarietà. E' per questo motivo che esprimiamo un parere negativo anche sulla sanatoria che è in corso. Tuttavia non possiamo ignorare le attese che gli stranieri in situazione irregolare ripongono in tali strumenti, sebbene si tratti di disposizioni molto diverse da quelle attuate in precedenza. Basti pensare alla centralità del ruolo svolto dal datore di lavoro in questa ultima sanatoria. E' da segnalare infatti che molti datori di lavoro si rifiutano di regolarizzare i lavoratori stranieri che hanno utilizzato finora "in nero": da un lato perché non sono sufficientemente informati sulla normativa, dall'altro perché la nuova legge impone al datore di lavoro di garantire un alloggio allo straniero, nonché le eventuali spese di rimpatrio in merito alle quali non si sa ancora nulla di preciso.

A chi chiede insistentemente manodopera straniera, o si lamenta della mancanza di manodopera, noi rispondiamo che è arrivato il momento che le aziende si assumano tutte le responsabilità ed inizino a programmare una realtà economica e sociale nuova. Pertanto l'assenza di direttive realmente esaustive nei fatti provoca risvolti alquanto delicati; l'intero dispositivo, se non debitamente sviscerato infatti rischia in effetti di funzionare più come trappola che come mezzo di emersione dall'illegalità.

Loredana Longhin
Daniela Barbaresi
CGIL Pesaro


 
 
 
 
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