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Personaggi allo Specchio:
Arnaldo Forlani

Novembre 2002

LA FEBBRE DELLA POLITICA

Il potere logora chi non ce l'ha.
(attribuita a Giulio Andreotti)

Il 17 febbraio 1992 l'ingegner Mario Chiesa, socialista, direttore del ‘Pio Albergo Trivulzio' di Milano (detto anche ‘La Baggina': ospedale, cronicario, casa di riposo per gli anziani) fu arrestato dai carabinieri mentre gettava nel water una mazzetta di sette milioni: la ‘tangente' pagata da un'impresa di pulizie per ottenere l'appalto. "Un mariuolo", lo scaricò subito Craxi (poi altri quindici miliardi furono scoperti in Svizzera su due conti correnti a denominazione diuretica: Levissima e Fiuggi). Questa data entrerà nei libri di storia perché segna l'inizio di quel complesso di indagini della Procura di Milano, la cosiddetta operazione ‘Mani Pulite', che porta alla luce il diffuso sistema di corruzione di un Paese: subito definito ‘Tangentopoli', con un nome gentile che ricordava gli album di Topolino. L'onda d'urto del terremoto giudiziario spazza via l'intera classe politica di governo nata nel dopoguerra, in un clima di caccia alle streghe segnato anche da qualche tragedia personale. Senza necessità di cambiare la Costituzione, comincia a delinearsi il profilo di una ‘Seconda Repubblica', con un nuovo sistema elettorale basato sul bipolarismo e con nuovi leader: come Silvio Berlusconi che raccoglie l'eredità dei voti moderati e vince trionfalmente le elezioni insieme agli ex missini, da lui ‘sdoganati' dopo la cura disintossicante di Fini, e ai leghisti che soffiano il vento del Nord sulle macerie di Roma.

Pochi mesi prima di quel febbraio del '92, si era inaugurata a Pesaro la sede restaurata della Fondazione Cassa di Risparmio a Palazzo Montani Antaldi: padrino il presidente del Senato Spadolini (fratello dell'architetto che aveva diretto il restauro), affiancato da un corteggiatissimo Arnaldo Forlani, segretario nazionale della Democrazia Cristiana. In quel momento Forlani era il candidato più probabile per la presidenza della Repubblica: quasi il coronamento di una vita politica basata su cinquant'anni di mediazioni tra le parti (gli mancheranno poi solo 29 voti per essere eletto, quando rinunciò a favore di Scalfaro). Come sempre parlava poco, calibrando ogni parola ma prendendo cautamente le distanze dal presidente in carica Cossiga, ormai in preda ai suoi confusi furori di ‘picconatore'. Tuttavia la valanga cominciava già a muoversi lentamente alle sue spalle. Solo due anni dopo Forlani (ex presidente del Consiglio, due volte vice-presidente del Consiglio, deputato per nove legislature consecutive, parlamentare europeo, due volte segretario e due volte vice-segretario del Partito, tre volte ministro degli Esteri, due volte ministro della Difesa, una volta ministro delle Partecipazioni Statali e dei Rapporti con le Nazioni Unite) era sommerso insieme alla DC dalle indagini del pool di Milano. Chiudeva la sua carriera politica ed era condannato in via definitiva nel processo Enimont per il reato di finanziamento illecito al partito: una pena scontata con l'affidamento ai servizi sociali.

La mezz'ala tornante. In una mite giornata di sole dell'autunno pesarese, arrivo alla villa di famiglia di Novilara (all'indirizzo profetico di Via dell'Angelo Custode), scortato da Alberto Gugliemi: amico e assistente del leader da tempo immemorabile. Grazie a lui si aprono silenziosamente tutti i cancelli, fino alla sala del biliardo: dove mi aspetta questo signore alto e magro di quasi 77 anni, con i capelli spruzzati di bianco e un vestito sportivo blu che copre l'eleganza naturale della figura. Dimostra assai meno della sua età e appare in piena forma mentre conversa con una bella voce forte e chiara e una lieve cadenza pesarese che ha resistito a decenni di ‘ponentino' romano. Commenta con lucidità e precisione fatti e circostanze di un'intera vita politica, attingendo ai suoi ricordi, con qualche risatina di nostalgia. Parlando dei recenti attacchi agli ex democristiani da parte di esponenti della Lega e di Alleanza Nazionale, usa i termini "stoltezza" e "perfidia". A Pesaro, chiudendo la campagna elettorale del '92, definì i leghisti "questi scriteriati": un linguaggio moderato da Prima Repubblica, direi quasi gentile rispetto agli schiamazzi televisivi di oggi. Non posso fare a meno di pensare alla dovizia di epiteti che gli sono stati affibbiati in tutti questi anni dalla stampa satirica e politica: l'"acciuga pallida dell'Adriatico", il "coniglio mannaro", l'eminenza grigia del "CAF", cioè il triangolo di potere costituito insieme a Craxi e ad Andreotti (due compagni che te li raccomando…). Una volta, a un gruppo di giornalisti che cercavano di ottenere indiscrezioni su una vicenda molto riservata, e lo accusavano di parlare, parlare, parlare senza mai arrivare al dunque, rispose testualmente: "Potrei farlo per ore, senza dire nulla". C'è stato un momento, negli anni '70, che tutta la stampa italiana commentava il ‘Preambolo Forlani', dopo una sua relazione introduttiva al consiglio nazionale della DC che ipotizzava nuovi equilibri politici. Una definizione ripetuta così ossessivamente che lo stesso interessato aveva chiamato ‘Preambolo' il suo gommone ormeggiato nell'alveo del Foglia.

E' nato a Pesaro nella mitica Via Manzoni, l'8 dicembre 1925, da un padre agricoltore e da una mamma maestra, ma ha passato gran parte della fanciullezza a Frontino e in altri paesi dell'entroterra; prima seguendo le sedi di insegnamento della madre, poi sfuggendo alla guerra come renitente alla leva della Repubblica di Salò e quindi teoricamente condannato a morte dal bando di Graziani. Dopo la Liberazione si occupa soprattutto di calcio, giocando come mezz'ala nella Vis in serie C: segna qualche rete, ma è soprattutto un centrocampista di raccordo (forse un destino annunciato di stare sempre al centro degli schieramenti). Lo affianca il fratello maggiore Romolo (Momi), come ala sinistra. Sono gli anni in cui la squadra era alimentata dai circoli parrocchiali e dai quartieri: gli anni di Silvio Di Giorgio, Agide Fava (centromediano metodista), Orlando e Giorgio Ghirlanda, Fifo Serafini, Guido Pieri, Enzo Giordano, Gigi Sella (dell'omonimo negozio di dischi), Furiassi, Bedosti, Vanzolini, Ferri, Pagnini… Avevano persino un allenatore ungherese: Hecker, poi sostituito da Corsi.

Sono anche gli anni in cui i vecchi esponenti del Partito Popolare, tra cui l'avvocato Coli, ricostituiscono la Democrazia Cristiana in città: Coli è anche il primo sindaco, precedendo il comunista Fastigi. Questo ventenne di belle speranze (allora si diventava adulti in fretta) si occupa soprattutto di sport e di politica e, nei ritagli di tempo, degli studi di Legge all'Università di Urbino. Nella tumultuosa ripresa della vita democratica, si getta subito nella mischia elettorale: i comizi in giro per la provincia, l'organizzazione delle sedi DC in tutti i paesi. Ogni militante si prepara da solo, leggendo qualche testo dei ‘padri nobili' del Partito (come i discorsi programmatici e gli articoli di Guido Gonella: la famosa rubrica Acta Diurna, pubblicata sull'Osservatore Romano persino durante il Fascismo). La gente ha voglia di riunirsi, di discutere, di confrontarsi, di credere a qualcosa. I quotidiani di partito hanno un'ampia diffusione e vengono appesi nelle bacheche. Nei paesi si va ad assistere ai comizi come si va alla messa, restando in piazza per ore ad ascoltare gli oratori, a tifare durante i contradittorî: è la Tribuna Politica dell'epoca pre-televisiva. Purtroppo non manca qualche episodio di violenza e addirittura qualche delitto: non dimentichiamo che molte armi dei partigiani non erano state riconsegnate, o venivano custodite nelle sedi di partito; persino, come fu accertato, negli scantinati del Comune, ma questa è un'altra storia.

In questo clima, Forlani inizia la sua carriera politica, occupandosi dell'allora sindacato unico della CGIL come uno dei tre segretari locali. Per partecipare al primo convegno nazionale della CGIL a Roma (segretari: Achille Grandi per i democristiani, Di Vittorio per i comunisti e Lizzadri per i socialisti), viaggia sul sedile posteriore della moto di Silvio Di Giorgio, appollaiato sopra una tanica di benzina. E' già segretario provinciale della DC nel fatidico 1948. Poi la chiamata a Roma.

L'arcipelago democristiano. Parlare con Forlani della Democrazia Cristiana è come intervistare Garibaldi per farsi raccontare il Risorgimento in diretta. Rievoca figure di personaggi della sua parte politica che sembrano uscire come fantasmi dalle pagine di un libro di storia: da De Gasperi a Pella, da Scelba a Dossetti, da La Pira a Gronchi. Negli altri campi, Togliatti, Amendola, Nenni, Saragat, Ugo La Malfa, Malagodi. Alcuni assumono contorni di giganti, purificati dal tempo e dal confronto con l'attuale classe politica. Del resto quelli erano tempi di grandi ideali e di drammatiche contrapposizioni: o di qua o di là, o col sistema democratico (e capitalistico) occidentale, o col ‘socialismo reale' dell'Unione Sovietica. Forlani era stato arruolato da Giorgio Tupini per lavorare come giornalista nella Spes: la struttura centrale di stampa e propaganda, ideata da Dossetti, che preparava tutti i documenti, i giornali, gli opuscoli, i manifesti del Partito (tra i ricordi della mia infanzia, c'è una versione a fumetti del libro La Fattoria degli animali di Orwell: una feroce satira del comunismo sovietico). Mettono a punto anche un ‘Taccuino del propagandista': una raccolta di discorsi politici pre-confezionati, che ogni militante poteva utilizzare nei suoi comizi elettorali. Allora non si andava tanto per il sottile: per l'opposizione i democristiani erano, nella migliore delle ipotesi, i ‘forchettoni'. Nel corso di un comizio al cinema Astra di Pesaro, Forlani in persona alzò drammaticamente le braccia al cielo gridando: "Le nostre mani sono pulite!!", in un tripudio di applausi e di garofani bianchi. Da una parte venivano avvistate statuette di Madonne piangenti, dall'altra si accendevano i lumini sotto i ritratti di Stalin. Nel 1953, quando Stalin morì, un prestigioso presidente comunista della Provincia, Wolframo Pierangeli, lo commemorò con le lacrime agli occhi, dicendo: "E' stato anche più grande di Lenin!". Forlani, che siede sui banchi dell'opposizione, percepisce un certo imbarazzo generale per una frase che suona un po' blasfema: come se, nel campo opposto, qualcuno avesse detto che San Pietro era stato più grande di Gesù Cristo.

L'anno successivo muore anche De Gasperi; e poco dopo la DC comincia la lunga marcia di avvicinamento ai socialisti che avrebbe portato ai governi di centro-sinistra, dopo un congresso di Napoli che è passato alla storia per un conciso discorso programmatico di Moro (sei ore filate di riflessioni: forse il centro-sinistra nacque per disperazione). Forlani era allora vicino alle posizioni di Dossetti e di Fanfani, nella corrente di ‘Iniziativa Democratica': fondata da Dossetti, poco prima di dedicarsi alla vita religiosa. Questo gruppo diventerà maggioranza nella DC nel corso di un successivo congresso, ancora a Napoli. Ricordo nitidamente il sempre giovane parlamentare pesarese, in elegante completo grigio-perla e panciotto, intervistato dal Telegiornale come portavoce del gruppo fanfaniano; con un Andreotti ironicamente furente e la destra di Gonella e Piccioni furente senza nemmeno l'ironia.

Poco prima c'era stato l'ultimo sussulto di destra col governo Tambroni, il notabile marchigiano del partito, molto amico di Fanfani e del presidente Gronchi. Ma il mancato appoggio dei socialisti lo lasciò isolato col suo governo monocolore democristiano, sostenuto dall'astensione determinante del Movimento Sociale. Lo stesso Forlani andò a trattare senza successo col presidente incaricato (e conterraneo) per cercare di farlo desistere da quella rischiosa avventura a Palazzo Chigi. Cadde rovinosamente dopo una violenta reazione di piazza, con i morti di Genova e di Reggio Emilia, e divenne il simbolo della destra. Morì due anni dopo, abbandonato da tutti, con questo marchio indelebile: paradossi della storia e della Democrazia Cristiana.

La guerra dei Poli. E' inevitabile il confronto tra gli anni caratterizzati dal sistema elettorale proporzionale (e quindi dalle variabili coalizioni tra i partiti di governo) e l'attuale assetto basato sul sistema (quasi) maggioritario. Cerco di riassumere il suo punto di vista. Forlani non vede tanto di buon occhio il nuovo assetto istituzionale e comunque dubita che costituisca un vero rinnovamento rispetto a quello precedente. A suo parere il bipolarismo, come appare anche dalle cronache recenti, toglie identità alle varie componenti politiche all'interno dei due schieramenti che finiscono per contrastarsi solo ai fini della conquista del potere. All'interno dei due ‘poli', che sono un coacervo di gruppi eterogenei, si riproduce in modo ancor più lacerante la litigiosità dei vecchi partiti, senza condividerne il sistema dei valori e la continuità di ispirazione ideale. Una volta c'erano crisi di governo troppo frequenti, ma c'era anche una grande coerenza di linee e di indirizzi di fondo nella politica interna ed estera: che "nel secolo più mostruoso, ha portato ai cinquant'anni migliori della nostra storia ".

Non crede che "questa lunga e ambigua transizione" possa arrivare a una maggiore efficienza e stabilità di governo; preferirebbe un sistema proporzionale con correttivi (ad esempio con ‘sbarramento' e premio di maggioranza sul tipo della cosiddetta ‘Legge truffa' proposta da De Gasperi nel 1953). Vede invece il rischio che il sistema vigente possa sostituire alla dialettica politica e al confronto programmatico, una competizione più rozza, quasi di tipo "razzista", alla quale "la Lega ha fornito un contributo non indifferente in termini di volgarità". Questa mancanza di ideali forti, che hanno invece caratterizzato la lotta politica della generazione precedente, potrebbe provocare un crescente disinteresse verso la partecipazione alla vita democratica: come si sta già verificando in altri Paesi occidentali, con grossi pericoli per tutti.

Non ha desideri nascosti di ricostruire il centro DC perché ritiene quell'esperienza irripetibile, essendo venute meno le condizioni storiche di dell'epoca: dopo il crollo dell'Unione Sovietica e la trasformazione dell'ex Partito Comunista in un partito socialdemocratico; e il ripudio dell'eredità fascista da parte dei dirigenti di Alleanza Nazionale. Tuttavia considera importante l'esistenza delle forze moderate di centro all'interno dei due schieramenti, come fattore di equilibrio e di stabilità: con l'auspicabile unificazione in due soli gruppi, sia a sinistra che a destra, di tutte le componenti ex democristiane.

A proposito delle recenti polemiche sui casi di censura televisiva ad opera della maggioranza, si limita a commentare: "Noi eravamo più tolleranti…". Il lieve sorriso è quello di Andreotti.

Soldi e guai. Quando affronta il capitolo della sua vicenda giudiziaria, accende il suo mezzo toscano per concentrarsi meglio e comincia a parlare lentamente, scandendo ogni frase, con brevi pause di riflessione. Nei primi decenni della Repubblica – ricorda – il Partito Comunista disponeva di fondi superiori a quelli di tutti gli altri partiti messi insieme: è un calcolo che si poteva facilmente ricavare dalle spese sostenute per mantenere il suo imponente apparato burocratico. Si finanziava con le risorse provenienti dagli iscritti, ma anche nelle forme ormai note a tutti: dai contributi provenienti dall'Unione Sovietica, alle complesse intermediazioni commerciali con i Paesi dell'Est europeo. A loro volta i partiti di area opposta ricevevano anche contributi di privati e di aziende per le loro necessità di funzionamento e per le campagne elettorali: contributi spesso non iscritti a bilancio dalle aziende erogatrici, o non registrati secondo le procedure previste presso gli uffici del Parlamento, e quindi oggettivamente in violazione della legge sul finanziamento dei partiti. Tuttavia queste violazioni erano tacitamente tollerate dalla magistratura, sia perché era consapevole delle condizioni in cui si svolgeva la lotta per la democrazia nel nostro Paese; sia perché i titolari di queste elargizioni (di cui beneficiavano in diversa misura tutti i partiti) preferivano comprensibilmente non darne pubblicità, anche se non erano collegate a contropartite inconfessabili.

Comunque, per quanto riguarda il suo caso personale, la sua linea di difesa è sempre stata coerente e molto semplice (forse troppo semplice per gli inquirenti): non aver mai ricevuto materialmente il denaro offerto al Partito e utilizzato solo per fini istituzionali. Ammette che Gardini (allora impegnato ad accreditarsi presso la classe politica nel quadro del suo disegno strategico nel settore della chimica) gli aveva offerto un contributo poco dopo la sua nomina a segretario; ma era stato da lui indirizzato alle strutture interne preposte a queste incombenze. Dunque, poiché nel nostro sistema giuridico la responsabilità penale è personale, non avrebbe dovuto essere incriminato. Non a caso – aggiunge – un'analoga elargizione di denaro del gruppo Ferruzzi, che risulta consegnato fisicamente negli uffici del PCI a Botteghe Oscure, non è stata sanzionata penalmente perché non si è mai accertata l'identità del ricevente.

Da tutta questa vicenda Forlani ricava due conclusioni. La prima è che l'azione di ‘Mani Pulite', cavalcando un'ondata di indignazione popolare al limite del linciaggio, è stata volutamente condotta verso una sola parte della classe dirigente, con precisi obiettivi politici. La seconda è che non ha contribuito a moralizzare la vita pubblica, ma anzi ha peggiorato la situazione: perché non ha saputo distinguere tra gli illeciti derivanti dal semplice finanziamento occulto ai partiti e i veri casi di concussione, corruzione o addirittura di arricchimenti personali. Facendo di ogni erba un fascio ha offerto un comodo alibi ai veri corrotti e corruttori: con i risultati che abbiamo potuto constatare negli ultimi anni.

Qui termina il sigaro, la sua autodifesa e il mio spazio. In una sua recente intervista ha dichiarato ironicamente: "Anch'io, come il filosofo di Atene, avevo salito per la prima volta le scale dei tribunali, a più di settant'anni, sapendo di non aver commesso alcun reato". Capisco la sua amarezza, ma il paragone con la vicenda di Socrate mi sembra un po' ardito.

Le ginestre di Volpini. Nell'ultima parte del colloquio prendiamo un po' d'aria passeggiando sul prato. Tra i pini, le querce e i castagni si distende un lungo cespuglio di ginestre: piantate un giorno, ad una ad una, dallo scrittore e amico fanese Valerio Volpini, un leale compagno di partito in tempi difficili e soprattutto un cattolico senza aggettivi. Questa è sempre stata la sua casa pesarese: almeno da quando ha sposato Alma Joni nella chiesa di Cristo Re; officiante il leggendario vescovo Borromeo, che scherzando (ma non troppo) paragonava Fanfani a Lutero e Moro a Melantone. Quando cominciò a delinearsi il centro-sinistra, pubblicò sul giornale della Curia un articolo intitolato: "Domine salva nos, perimus". Gli rispose (forse) indirettamente Papa Giovanni XXIII, con un messaggio in cui ricordava il seguito dell'episodio evangelico e la risposta di Gesù: "Uomini di poca fede…".

Ha avuto tre figli (Alessandro, il primo, è attualmente senatore del CCD nelle Marche) e cinque nipoti. Due anni fa un sondaggio tra i lettori del Resto del Carlino di Pesaro sui personaggi più popolari del territorio, lo ha indicato ai primi posti della classifica, insieme a Carlo Bo e Scevola Mariotti: un risultato sorprendente per una città dalle solide tradizioni di sinistra.

Vorrei farlo parlare ancora di altre pagine della nostra storia recente di cui è stato protagonista o testimone privilegiato, ma percepisco in questo politico di razza una specie di stanchezza felice, un appagamento da giovane patriarca: ormai lontano dalle estenuanti mediazioni tra gli uomini. Dall'alto dei suoi sessant'anni di esperienza politica giudica la realtà, e anche le sue vicende personali, in una prospettiva un po' distaccata, venata di ironia. Comunque il discorso si farebbe troppo lungo per il respiro di un solo articolo; magari lo riprenderemo in un'altra sede.

"Non mi sono mai entusiasmato molto per i successi e non mi sono mai depresso troppo per gli insuccessi", mi dice nelle battute finali dell'intervista. Una frase che sembra tratta da un manuale di filosofia cinese.

Alberto Angelucci

 


 
 
 
 
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