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Pillole di storia, Joe Petrosino: un eroe italo-americano


Il 12 marzo del 1909, alle ore 20.45, colpi di pistola sparati in rapida successione terrorizzano la gente al capolinea del tram di Piazza Marina a Palermo. Nel fuggi fuggi generale, solamente un giovane marinaio anconetano, Alberto Cardella, imbarcato sulla Regia Nave “Calabria” ormeggiata nel porto siciliano, si lancia coraggiosamente verso i giardini Garibaldi, da dove sono stati esplosi i colpi, senza però raggiungere i due uomini che scompaiono nella notte. L'uomo a terra, raggiunto da tre pallottole (una al volto, una alla gola ed una, classicamente, alle spalle) è Giuseppe Petrosino, celebre allora ed ancor oggi in America (un po' meno in Italia). Il console americano a Palermo telegrafa al presidente Roosevelt: “Petrosino ucciso a revolverate nel centro città questa sera. Assassini sconosciuti. Muore un martire”.
Era nato il 30 agosto 1860 a Padula, in provincia di Salerno, primo di quattro maschi e due femmine del sarto Prospero. Nel 1873 la famiglia Petrosino al completo emigra negli Stati Uniti ove Prospero si stabilisce a New York, nel quartiere detto Little Italy. Giuseppe, per contribuire al bilancio familiare, vende giornali e lucida scarpe ma frequenta pure i corsi serali di lingua inglese che gli permettono, nel 1877, di prendere la cittadinanza americana (e divenire Joe). Assunto l'anno seguente come spazzino, è già caposquadra quando il 19 ottobre 1883 viene arruolato nel corpo della polizia municipale in uniforme, con la placca argentata sul petto numero 285, con compiti di pattuglia lungo la Tredicesima Avenue. A quel tempo i poliziotti erano quasi tutti ebrei o irlandesi e, non conoscendone la lingua, non riuscivano a capire i nostri immigrati né a farsi da loro capire: questa situazione generava un clima favorevole alle organizzazioni criminose che crescevano fra le fila degli immigrati, riuscendo in breve a controllare tutta Little Italy, zona che era allora una sorta di ghetto malsano, sovraffollato, ove una umanità eterogenea, per di più sradicata dalla propria terra familiare (dalla quale si era portata appresso la sfiducia atavica nell'autorità costituita) doveva lottare giorno dopo giorno per la sopravvivenza. Joe comincia ad imporsi non certamente per la sua statura fisica (era alto appena 1.60) ma per la passione, il fiuto, l'intelligenza, il grande senso di responsabilità. Diviene amico dell'assessore alla polizia e futuro presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, il quale lo stima talmente da farlo promuovere, appena trentenne, detective e quindi, libero dai compiti di routine, destinato alle indagini. Sposatosi nel frattempo, divenuto padre di una bimba, Joe si dedica allo scopo della sua intera vita: sconfiggere la mafia, allora chiamata “Mano Nera”. Egli nutre un viscerale rancore verso quei delinquenti che stavano distruggendo il patrimonio di stima che gli immigrati italiani onesti, come suo padre, avevano saputo conquistarsi. I criminali di Little Italy si ritrovano così di fronte un nemico che parla la loro stessa lingua, ne capisce messaggi e comportamenti, ha pratica dei loro metodi e può entrare nei loro ambienti. E' un crescendo di successi, che hanno ragione dei dileggi e dei sospetti dei colleghi nei confronti di questo piccolo, forzuto (spalle larghe e possenti bicipiti) sbirro italiano; nel 1903 Joe Petrosino risolve il celebre “delitto del barile”, grazie alla sua abilità nei travestimenti, alla rapidità dell'azione, alla inflessibilità nei confronti dei criminali. Diviene ben presto il simbolo della lotta a favore della legge. Lo stesso Roosevelt lo nomina sergente nel 1905 e quindi tenente, ed accoglie inoltre la sua proposta di istituire una “Italian Legion”, composta da soli agenti di origine italiana, ponendola alle sue esclusive dipendenze per la lotta alla Mano Nera. Con questi strumenti Petrosino assicura alla giustizia boss di alto calibro, che nessuno era mai riuscito ad “incastrare”. La frequentazione dei malavitosi gli suggerisce che, per stroncare la mafia in New York e negli Stati Uniti, occorra recidere i legami con la terra madre dei mafiosi, la Sicilia. Viene così in Italia per indagare e possibilmente – come scrive alla moglie – infliggere il colpo mortale. E' ricevuto dal presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti (dal quale riceve in regalo un orologio d'oro) e, dopo qualche giorno trascorso a Padula, parte alla volta della Sicilia. Qui svolge un lavoro impressionante, mettendo insieme sospetti e prove di grande valore che, se consolidati, avrebbero di sicuro inflitto, se non il mortale, almeno un gravissimo colpo alla mafia. La quale però arriva prima.
Joe Petrosino muore da soldato, nel compimento del proprio dovere, colpito alle spalle, al buio ed a tradimento, tipico sistema mafioso. Circa 250 mila persone partecipano al suo funerale a New York, una folla mai vista prima in America. Quando il boss Vito Cascio Ferro viene arrestato, gli trovano addosso la fotografia di Petrosino ma è salvato dall'accusa dell'omicidio da un alibi fornitogli da un deputato suo amico. Non sfuggirà però ad una successiva condanna all'ergastolo e, intervistato in carcere, dichiarerà di avere ucciso un solo uomo in tutta la sua vita e di averlo fatto in modo disinteressato, ma non ne pronuncerà mai il nome: l'“onorata società” aveva allora le sue regole.
Joe Petrosino diviene il precursore dei nostri più famosi e recenti investigatori anti-mafia: Dalla Chiesa, Cassarà, Falcone, Borsellino, uniti a lui dalla stessa tragica fine. Ci fu però, nella circostanza della sua morte, un cittadino che fece il suo dovere, un semplice marinaio che ha saputo e voluto lanciarsi all'inseguimento degli assassini. Ecco, insieme a Joe Petrosino, vorrei che vi fosse memoria anche di quel marinaio italiano.

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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