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Il ratto di Paolo Albini

Marcello Cocco, mitico corrispondente del Messaggero, oltre che letterato, musicista e docente del Conservatorio di Pesaro. In occasione della sua scomparsa, nel marzo 1983, hanno scritto di lui: 'Arrivato a Pesaro da ragazzo aveva la Sicilia nel sangue, ma la viveva col distacco di un Gattopardo trapiantato, avvertendone richiami ancestrali'.

Correva l'anno 1950 quando a Pesaro nacque uno strano giornale quindicinale. Si chiamava “Agorà”, editore e direttore era il dott. Carlo Piccillo che, nella sua qualità di funzionario della Banca d'Italia, garantiva alla tipografia Federici la solvibilità. La redazione era composta di giovani inesperti e generosi che prestavano la loro attività gratuitamente, per pura passione. La stranezza stava nel fatto che questi giovani appartenevano a opposte formazioni politiche (metà missini e metà comunisti); ma la passione per il giornalismo e la comune volontà di “risvegliare” la loro sonnolenta città ne aveva fatto un gruppo di amici al di là delle ideologie. Si chiamavano Leonardo Della Chiara, Chino Lodovichi, Hiffland Cetrangolo, Diego Fiumani, Giuseppe Caparrini, Giorgio Lugli e Nicola Amoroso; e c'era anche l'autore di questo “amarcord”.
Per risvegliare la città, “Agorà” partì all'attacco delle istituzioni, il Comune, la Provincia, il “Risveglio Pesarese”, la Brigata “Amici dell'arte” e i giornalisti di allora: tutti accusati di negligenza, di conformismo, di consociativismo, di ignavia e di quant'altro ancora. Ricordo una violenta polemica con il caro e simpatico geometra Aldo Tura, corrispondente della “Gazzetta dello Sport”; in sua difesa corse il comm. Alessandro Grossi, corrispondente del “Resto del Carlino” e unico, allora, giornalista professionista di Pesaro: che divenne, a sua volta, il bersaglio dei giovani contestatori. Ma tutto finì con una bevuta al Bar Capobianchi e una proposta di collaborazione dei “vecchi” ai “giovani”.
Fui tra quelli che accettarono l'invito ed entrai a far parte dei collaboratori del “Carlino”. La redazione era nella casa del comm. Grossi, in via Mazza all'angolo di via Cairoli, in una stanzetta alla destra dell'ingresso con il pavimento di legno. C'erano una scrivania e un telefono a muro (riservato esclusivamente al “capo” e guai a chi si azzardava a toccarlo) per la “fissa” delle ore 19 e le notizie dell'ultima ora, un tavolino con una vecchia macchina da scrivere, sulla quale batteva di solito Sauro Brigidi, il più assiduo e il più prolifico; gli altri (Paolo Albini, Giuseppe Casciati e il sottoscritto) di solito scrivevano i pezzi ognuno a casa propria e nel tardo pomeriggio li portavano in redazione.
Una sera qualcuno portò la notizia che al largo del porto era stato avvistato un grosso pescecane; mi venne in mente di telefonare al “Corriere della Sera”, che la pubblicò. Dopo qualche giorno mi arrivò una lettera da Milano dove mi si chiedeva se volevo assumere l'incarico di corrispondente da Pesaro. Fui ben lieto di accettare anche perché la collaborazione al “Corriere” non era gratuita: cinquecento lire per ogni notizia pubblicata, più cinque lire a riga, che induceva i corrispondenti ad abbondare in dettagli e perifrasi. Mi fu quindi offerta (ed accettai) la corrispondenza de “La Stampa”; e il fatto di rappresentare i due più importanti quotidiani italiani accrebbe il mio prestigio, mi permise di iscrivermi all'Albo dei giornalisti pubblicisti e mi diede diritto a quei privilegi riservati ai rappresentanti della stampa: inviti a manifestazioni e cerimonie, accesso gratuito agli stadi e ai teatri.
Al Teatro Rossini il palco riservato ai giornalisti era il numero 25 del primo ordine, quello sovrastante il palcoscenico. Fu così che, durante uno spettacolo di varietà, mentre le ballerine sfilavano in passerella, fu possibile a Paolo Albini afferrarne una al volo, sollevarla e portarla nel palco fra lo stupore prima e le risate poi dei colleghi e degli spettatori.
Nel “palco della stampa” conobbi e feci amicizia con altri colleghi: Marcello Cocco, brillante scrittore ed eclettico artista, sempre terrorizzato dalle correnti d'aria, dalle quali si difendeva con vistose sciarpe di lana anche in piena estate; Giuseppe Mancini, con l'immancabile cravatta a farfalla, corrispondente monopolizzatore dei quotidiani di area cattolico-democristiana (L'Avvenire d'Italia, Il Popolo, Il Quotidiano), che per accaparrarsi la prima poltrona a destra (la più ambita) si recava a teatro mezz'ora prima dell'inizio degli spettacoli; Roberto Pantanelli, editore e direttore di innumerevoli periodici (l'Informatore, Lo Scambio e altri) e persino di un quotidiano, l'unico – suppongo – mai pubblicato a Pesaro. Verso la metà degli anni Cinquanta i giornalisti a Pesaro, fra professionisti e pubblicisti, erano ormai una trentina; decisero così di costituire l'Associazione Stampa Pesarese, che negli anni successivi diede vita a importanti manifestazioni culturali, sportive e mondane. Ma di questo parleremo un'altra volta.

Corrado Masetti


 
 
 
 
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