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Il cavallo imbizzarrito e la palla al cesto

La premiazione col “Cigno d’oro” del prof. Beluffi, primario di chirurgia dell’Ospedale San Salvatore (1968). Da sinistra: Roberto Pantanelli (allora presidente dell’Associazione stampa pesarese), Aldo Tura, Leonida Beluffi, Marcello Cocco, Corrado Masetti, Giuseppe Mancini.

Anni Quaranta, comincia la guerra. E' lontana ma piano piano arriverà a distruggere le nostre case. A Pesaro si leggono alcuni giornali quotidiani: Il Messaggero, Il Tempo, il Corriere della Sera, la Voce Adriatica, soprattutto il Resto del Carlino. C'è anche l'Osservatore Romano, foglio della Santa Sede. Giornali locali pochi e guardinghi, fogli parrocchiali; soprattutto però l'Ora, il settimanale della Federazione fascista.
Nella nostra casa, presso Porta Rimini, il portalettere Angelo Spagna, un ebreo mingherlino nato a Borgo Pace, portava tutti i giorni, per incarico di nostro padre, una copia del Resto del Carlino, il quotidiano stampato a Bologna che aveva un poco di notiziario locale. Quattro o otto fogli, scritti fitti fitti a 9 colonne, ogni pezzo con la data, con le notizie e i commenti brevi: un cavallo imbizzarrito in via Petrucci, la sfilata dei Balilla moschettieri nel viale dello Stabilimento, le danze al circolo Iris di via della Neviera, Ben Hur al cinema Duse. Qualche riflesso, anche qui, dei fasti dell'Impero non mancava come di prammatica.
La redazione, gestita dal comm. Alessandro Grossi, funzionario del Comune, era nella sua casa di via Mazza, ai piedi della “montatina” (la salita di fianco al Conservatorio, prima dell'asilo Del Monte e della palestra della Maddalena). Davanti alla casa di Grossi, dietro un gran portone verde c'era il deposito della nettezza urbana con tutti i carrettini che ogni mattina si avviavano per la città.
Il mio interesse per il giornalismo forse nasce in quegli anni. L'amico Sauro Brigidi, coetaneo diciassettenne, già vi scriveva: che invidia! Aveva anche il compito di preparare e di portare alla stazione ferroviaria il “fuori sacco”, il bustone con gli articoli, per essere consegnato direttamente nelle mani del capotreno che si sporgeva dal predellino. A Bologna, mistero dei misteri, sceglievano i pezzi, tagliavano, incollavano, in sostanza pubblicavano quel che volevano e nel modo che volevano. La redazione nostra era casalinga. Il comm. Grossi, spesso in pantofole, quasi sempre seduto in cucina, batteva sulla “Olivetti” i suoi pezzi. Guai per lui o per i collaboratori parlare male o con poco riguardo del Prefetto o del Podestà o di qualche Federale. I pezzulli di noi ragazzi erano invece quelli di vera cronaca, tipo il cavallo imbizzarrito in via Petrucci.
Eppure con questo giornalismo casareccio si sapeva tutto, sotto sotto anche le cose del Regime, o i pettegolezzi sulle signore e sui signori. I forestieri, cioè i bagnanti estivi, andavano alle edicole e chiedevano subito una copia del Resto del Carlino. Che non aveva una pagina riservata a Pesaro e alla sua provincia ma concentrava le notizie che interessavano in una posizione quasi fissa: il cavallo imbizzarrito, il Prefetto in visita alle filande del Porto, la festa dello Statuto, il raduno degli Arditi. Poi, arrivati gli anni Cinquanta, le cose cambiarono: nacque una piccola redazione, sempre intorno al commendator Grossi, con Brigidi ormai al posto fisso (saltuariamente con altri giovani, Masetti, Paolo Albini, Pantanelli, Montani). Cominciava l'era e l'uso del telefono, con le “fisse” delle ore 18 e delle ore 21.
La palla al cesto, l'“invenzione” fascista portata a Pesaro nel 1933 dai professori della Farnesina (Salustri, Fernando Dionigi e altri) con l'arrivo degli americani prese il nome di basket: cominciava l'epopea di Agide Fava e del potere democristiano e poi quello di un consumismo globale con la grande Scavolini. Marco Patrignani, sulla coperta di due bragozzi, portava le prime squadre di tredicenni nei tornei della Dalmazia. Il Federale Giombini, che pure veniva dai monti, da Urbino, ai margini dei tornei della palla al cesto organizzava le triangolari di nuoto fra Pesaro, Zara e Pola (allora italiane). La “fissa” telefonica del Resto del Carlino con Bologna veniva spostata dalle ore 21 alle ore 22.30: i ragazzi e le ragazze, sotto i fanali, si tuffavano nello specchio d'acqua limpidissimo in quel tratto del porto dove ora c'è il cantiere navale. Dentro la schiena avevamo già una pleurite secca che a quei tempi, spesso, non dava scampo: ma non si poteva perdere lo spettacolo. Il Carlino dava reportage entusiasmanti, e anche noi, che per l'occasione avevamo i primi pantaloni lunghi, bianchi, cuciti con le lenzuola di casa, non volevamo mancare.
O gioventù, bel tempo delle rose.

Roberto Pantanelli


 
 
 
 
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