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Istituzioni allo Specchio: il carcere di Villa Fastiggi

La direttrice di Villa Fastiggi, Claudia Clementi. Nelle Marche sei penitenziari su sette sono diretti da donne.
Le immagini del carcere sono tratte da una mostra fotografica di Umberto Dolcini.

Dietro i cancelli

Quando si pensa al carcere affiorano tutti i ricordi del nostro immaginario collettivo. La galera dell'antichità, con i condannati (i “galeotti” controllati da un “aguzzino”) curvi sui remi delle imponenti imbarcazioni dell'epoca. Le fortificazioni medievali, il Ponte dei Sospiri a Venezia e la cella di Cagliostro a San Leo. La prigione e i “secondini” di Silvio Pellico allo Spielberg. I lavori forzati di Papillon nelle isole della Guiana francese. Il “bagno penale” dell'Ottocento: un termine che evocava scenari danteschi. I “bracci” dei penitenziari americani visti in cento film: con le paratìe di cristallo per i colloqui e le sanguinose rivolte dei detenuti. Le carceri americane, incidentalmente, sono molto ricettive se si pensa che negli Stati Uniti, secondo recenti statistiche, ci sono oltre due milioni di detenuti a vario titolo: contro 58 mila in Italia, cui peraltro bisogna aggiungerne altri 50 mila fra i sottoposti a misure alternative, i giovani ospitati negli ex “riformatori” e le persone agli arresti domiciliari.
Nel mio immaginario personale c'è soprattutto la dieta a pane e acqua (più volte evocata da mio padre a proposito del carcere, come deterrente per i figli discoli); e c'è la visita di papa Giovanni XXIII a “Regina Coeli”, poco dopo la sua elezione, con uno di quegli straordinari abbracci collettivi che hanno caratterizzato il suo pontificato. In quell'occasione il papa aveva esordito col ricordo di un suo cugino arrestato una volta dai carabinieri per caccia di frodo: tra l'entusiasmo dei detenuti che cominciavano a considerarlo quasi come un collega.
Oggi invece l'immagine del carcere è associata a qualcosa di simile a una clinica, una caserma o un collegio senza porte d'uscita: secondo il dettato costituzionale che parla della pena come percorso di rieducazione del condannato. Lo stesso motto del Corpo di Polizia penitenziaria è “Vigilando redimere”: garantire la sicurezza e la legalità, assicurando ai detenuti umanità, rispetto e speranza. Forse si tratta di una visione piuttosto ottimistica se si pensa al sovraffollamento dei 206 penitenziari italiani (anche dopo l'effimero, e per altri versi deleterio, effetto dell'indulto) con strutture capaci di contenere decentemente meno di 45 mila persone. Questo consiglierebbe la sollecita costruzione di altre carceri, a meno che non si voglia depenalizzare una serie di reati minori, applicando solo sanzioni amministrative: soldi invece delle manette.

Le donne al comando. Dopo la nostra serie di articoli sulla Squadra mobile, i Carabinieri, la Polizia stradale e la Guardia di Finanza, non resisto alla tentazione di una battutaccia: dal produttore al consumatore.
Arrivo a Villa Fastiggi in una tiepida e soleggiata mattina di febbraio che rende più gradevole l'impatto con un luogo comunque triste: mentre si aprono e chiudono robusti cancelli lungo il mio percorso. Nell'atrio affollato dai visitatori si incrociano le lingue e i dialetti di tutti i poveri del mondo; mentre i bambini ingannano l'attesa giocando con le macchinette distributrici di bevande. La Casa circondariale è operante dal 1989 (nella fase di costruzione ha subìto persino un attentato delle Brigate Rosse), col trasferimento da Rocca Costanza: l'antica fortezza del 1400 progettata da Luciano Laurana con tutt'altra destinazione. Una “casa circondariale” si differenzia da una “casa di reclusione” perché può teoricamente ospitare solo gli imputati ancora in attesa della sentenza definitiva e i condannati a pene non superiori a cinque anni. In realtà, anche a causa dell'affollamento delle altre strutture, oggi ci sono altri due reparti speciali: quello dell'alta sicurezza, riservato ai detenuti per mafia e altri reati gravissimi; e quello dei “sex offenders”, cioè i responsabili di violenza sessuale, pedofilia e simili (uno dei reati più odiosi che – chissà perché – viene definito all'inglese). Più di metà dei detenuti sono extra-comunitari: una percentuale inferiore a quella nazionale. In totale la sua popolazione carceraria è di circa 280 persone (il numero cambia ogni giorno), di cui una quindicina di donne: che rappresentano quindi il 5% dei reclusi, in linea con la media nazionale.
La nuova direttrice della casa di Villa Fastiggi (cui fa capo anche il piccolo carcere mandamentale di Macerata Feltria) è Claudia Clementi, una bella signora con piglio manageriale, originaria di Ascoli Piceno. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Roma e la specializzazione in Criminologia, ha avuto varie esperienze di lavoro nel settore privato prima di iniziare, dodici anni fa, la sua carriera nel ministero di Grazia e Giustizia: che l'ha già portata a dirigere le carceri di Asti, Alessandria e Torino. Può essere sorprendente notare che questa professione di elevata responsabilità e notevole dispendio di energie (che si rivolge ad utenti quasi totalmente maschili) si sta largamente femminilizzando. Nelle Marche sei carceri su sette hanno un direttore donna (una con doppio incarico). Non sono riuscito ad avere dal ministero il corrispondente dato a livello nazionale, ma comunque mi dicono che in Italia il 60% dei dirigenti (nei vari ruoli) sono donne.
Claudia Clementi è arrivata a Pesaro nell'ottobre scorso e, come benvenuto, ha dovuto occuparsi di due decessi per infarto e di una lettera di protesta inviata ai giornali locali da una delle sezioni di detenuti, a proposito di assistenza medica e di piccoli disservizi logistici. In qualche modo questo è un segno positivo perché, dopo un lungo periodo di interregno in cui si sono succeduti direttori provvisori o part-time, l'arrivo di un nuovo dirigente stabile ha creato maggiori speranze e aspettative di miglioramento. Affiancata dal comandante della Polizia penitenziaria – il commissario Riccardo Secci – dirige un complesso di 130 agenti e 20 impiegati civili che si alternano nelle ventiquattr'ore per ogni giorno dell'anno. La direttrice risiede nella stessa struttura, come fanno anche i prefetti, per assicurare una immediata reperibilità: casa e bottega.

La scuola e il teatro. Accanto agli agenti opera un piccolo gruppo di educatori, diretto da Enrichetta Vilella, per curare i percorsi di recupero morale e culturale dei condannati. Nel carcere si svolgono corsi di scuola elementare e media, con insegnanti esterni, e altri programmi didattici. Fra le varie iniziative, è particolarmente interessante quella del laboratorio teatrale, coordinato dell'Associazione “Teatro Aenigma” di Vito Minoia, docente di Storia dell'animazione teatrale all'Università di Urbino: in genere vengono messi in scena spettacoli ispirati alla “Commedia dell'arte”, cioè basati su un canovaccio che viene integrato dai contributi degli stessi attori. Ho incontrato il gruppo di una ventina di attori impegnati nel prossimo lavoro (che andrà in scena a fine marzo), ispirato alla “Napoli milionaria” di Eduardo De Filippo. Fra i protagonisti c'è Patrizio di Napoli, con precedenti esperienze nel mondo dello spettacolo e una vaga somiglianza con Amedeo Nazzari. Ci sono anche due anconetani, un marocchino e un albanese; e sei donne, fra cui una rumena, una cilena e una maltese.
Per chi lo desidera, la più importante attività di recupero è costituita dal lavoro – retribuito – per tutte le incombenze della casa (cucina, pulizia, manutenzioni, lavanderia, biblioteca). I detenuti possono svolgere anche altre attività artigianali presso i vari laboratori attrezzati. A Pesaro c'è un negozio in Via Castelfidardo, in genere aperto il sabato, dove è possibile acquistare manufatti di legno o ceramica da loro realizzati. Per tutti c'è la speranza di beneficiare di provvedimenti di attenuazione della pena (permessi premio, lavoro all'esterno) o di misure alternative al carcere: come l'affidamento in prova o le residenze protette. Vicino al casello dell'autostrada, opera da molti anni “Casa Paci”, di cui abbiamo già parlato nel numero di gennaio 2006 dello Specchio. La villa, messa a disposizione da Paolo e Mariolina Ugolini, è gestita dalla cooperativa sociale IRS l'Aurora col contributo del Comune e di altri enti privati. Oltre a svolgere diverse attività di reinserimento sociale, è utilizzata dal giudice di sorveglianza come sede carceraria alternativa per periodi limitati.

L'ora d'aria. Nel corso della mia visita vedo nell'ampio corridoio della zona lavoro alcuni affreschi a parete realizzati da Mohamed Azhari, un ex detenuto marocchino: una natività e un paesaggio (forse reale, forse sognato) fatto di luce, di acqua, di palme e di aria cristallina.
Cerco di immaginare la giornata del carcerato: soprattutto nei giorni di festa, quando la nostalgia si fa più acuta: il Natale con la messa del vescovo, il Capodanno (con il calcolo degli anni residui da scontare), la Pasqua. Villa Fastiggi è stata sempre considerata quasi un carcere modello: con le sue celle a due o tre posti (ma anche con celle di otto posti nei periodi di affollamento), dotate degli arredi di base e di un televisore che può restare sempre acceso. Non c'è la sveglia e non ci sono orari, a parte quelli previsti per chi lavora: ognuno impiega il suo tempo come crede. I pasti, forniti dai “porta-vitto”, sono consumati in cella; possono essere integrati con viveri (ma non alcolici) acquistati dallo spaccio interno, per chi se lo può permettere, o con altri generi forniti dai familiari. Due volte al giorno le passeggiate all'aperto per le ore d'aria. Per i detenuti non soggetti a particolari restrizioni sono previste sei ore di colloquio al mese con i familiari o gli amici, in una sala dotata di tavolini con quattro sgabelli. Si può fumare nelle celle, considerate un luogo privato (questo mi tranquillizza molto, nel caso di una futura detenzione) ma non negli spazi comuni.
Nelle lunghe giornate trascorse in cella c'è tempo per pensare e per scrivere. Quando tutto tace nel grande casermone, scompaiono idealmente per qualche ora le sbarre e i cancelli e si recupera uno spazio individuale di normalità e di dignità. Ecco il componimento dell'allora detenuto Nervin Cengic, premiato in un concorso interregionale di poesia e pubblicato nel 2003 nel libretto “La Goccia”, con prefazione del sostituto procuratore della Repubblica, Silvia Cecchi:

Cerco con il mio sguardo
nel profondo dei tuoi occhi
anche solo per un istante
un pensiero che mi riguardi
”.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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Lo Specchio della Città - periodico per la Provincia di Pesaro e Urbino - Redazione: tel. 0721/67511 - fax.0721/30668 - E-mail:info@lospecchiodellacitta.it

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