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Marzo 2006 / Lettere e Arti
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  *

Il segreto di Teresa

In famiglia la probabilità di un'altra femmina non era stata nemmeno considerata: bordèl, ripetevano tutti; e già pensavano al nome. La nonna avrebbe voluto chiamarlo Alfio, come il figlio disperso in Russia. La madre, invece, Romolo. Per questione di erre. Teresa però non era d'accordo. Neanche su Domenico, suggerito dal nonno e dal padre.
Perché non cercare sul calendario di Frate Indovino? In quello stuolo di santi e sante, martiri e vergini, papi, vescovi, abati, lei avrebbe trovato senz'altro il nome migliore. Gaudenzio, nome mai prima udito, e con le cinque vocali, la conquistò immediatamente. Teresa lo pronunciava con godimento, a voce spiegata, in casa e all'aperto: “Gaudenzio! Gaudenziooo! Gà-ù-dèn-zio!” La sentivano fino a Calzapalla. Chissà se la sentiva anche lui, il bordèl, chiuso dentro la madre?
Chiunque, parlando di Cesira, ora diceva ‘incinta', forse per le vesti senza cintura, che contenevano la pancia grossa e sporgente. Il suo passo appariva ogni giorno più lento, la figura solenne; specie al tramonto, quando si attardava tra fienile e pollaio, raccogliendo le uova. Cesira le contava, le ricontava, poi a fine settimana le poneva in una cesta (insieme al poco altro raggranellato nei campi, nella macchia, nell'orto) e andava in Urbino, al mercato. Al ritorno, il canestro era vuoto, ma la sporta della spesa traboccava di belle robine per il bordèl: morbide magliette di lana Magnolia, camicini Cucciolo con delicati ricami, ghettine di spugna bianche e celesti.
Teresa, vedendo indumenti così graziosi, aveva provato ammirazione, benché mista a un patimento di cuore mai avvertito prima. Che cresceva se Alceo, suo padre, la punzecchiava: “Quando nascerà il maschio, carina, ti daremo via! Che ti teniamo a fare? A consumare?”.
Ogni scusa era buona per tartassarla:
“Va a finire che ti venderemo a Gualtiero e alla Netta di Ca'Gino. E' tanto che cercano…”
Anche Cesira e i vecchi sembravano d'accordo con lui:
“Lì, da mangiare non ti mancherà, vedrai”.
“Fanno cresce di Pasqua più alte di te”.
“Per cavarle dal forno, devono slargargli la bocca a colpi di martello…”
“Vedessi che zucche, poi!”
“Grandi come carrozze…”
E ridevano.
Tutti, tranne Teresa, minacciata nella sua appartenenza a Calzapalla. Cancellata - come nel libro Senza famiglia - dalla strada che la portava alla Pieve, a scuola, alla dottrina, alla Messa del fanciullo, all'osteria della Bruna, dove c'era il telefono; alla bottega di Terzo, dove il nonno la mandava a comprare il mezzo toscano.
I confini non più certi, spalancati sulla Cesana sconosciuta e lontana, dove il padre a volte andava a caccia, tra le cresce giganti e le zucche spropositate di Ca' Gino, la rendevano inquieta. Spesso emetteva strani sospiri, come singhiozzi mancati o soffocati, che le alteravano il respiro.
La mattina della Domenica in Albis, Teresa si svegliò di soprassalto. Per prima cosa, si accorse che la porta non era più a sinistra, ma a destra; quindi, si rese conto di non essere nel suo letto, accanto a quello dei genitori, ma nell'alto letto di ferro dei nonni, sola. Nella penombra avvertì come un tramestio nelle stanze vicine, mentre fuori, più concitato del solito, il gallo cantava. Senza indugiare balzò giù e si trovò in cucina, ferma vicino al tavolo.  Il fuoco (caso strano) era acceso e una signora in grembiule bianco, presso il camino, discorreva con la nonna. Fu proprio lei che, girandosi, a un tratto la vide:
“Già ti sei svegliata? Stanotte, però, dormivi come un ciocco! Ti ho portato via dal tuo letto e non ti sei manco accorta…”
La bambina non aveva ancora finito di domandare “Ma perché?” che la sconosciuta, dandole un buffetto sulla guancia, con occhi divertiti, commentò:
“Mi sembri tanto svelta! Ancora non hai capito?”

* * *

Col cuore curioso e in tumulto, entrando nella camera dei genitori, Teresa notò il padre per primo. Stava di spalle, accanto a Cesira, appena sgravata. Guardavano entrambi un fagottino, che pareva belasse, appoggiato sul petto. Senza parlare, si accostò anche lei: riconobbe la camiciola Cucciolo, ricamata di azzurro, e vide il bambino. La bocca era piccola piccola, il naso schiacciato, gli occhi da coniglietto, a fessura; le orecchie sembravano disegnate. Fece la prova di prendergli una manina, poi incontrò il sorriso della mamma:
“Come ti pare?”
“Mi pare impossibile… Ho paura…”
“Paura di che?” chiese il babbo.
“Che mi mandi via, a Ca'Gino!”
“Per oggi puoi stare. Decideremo domani…”
Teresa ammutolì e, per non piangere davanti a loro, corse via, in angoscia. Andò a nascondersi dietro il pagliaio e vi rimase a lungo, con la testa in fiamme e la vista annebbiata. Finché non decise di risalire le scale. In cucina trovò il padre, con Turo di Ca' Pallotta e la Pungolona, i quali non la finivano più di fargli i complimenti per il maschietto appena nato:
“Che bel bordèl, che bel bordèl,” gli dicevano.
Teresa, rincantucciata vicino alla finestra, li ascoltava guardinga, soppesando ogni pausa e sfumatura, credendosi ignorata. Invece la Pungolona, quando meno se lo aspettava:
“Sei contenta del fratellino?”
Combattuta tra il sì e il no, lei stava ancora tacendo quando, a trarla d'impaccio, intervenne Alceo:
“Contenta o no, adesso che Cesira mi ha fatto il maschio, della femmina si può fare anche a meno” e, tanto per completare il bel ragionamento, concluse:
“A dire la verità, avrei pensato di darla via…”
Nemmeno questa volta Teresa capì lo scherzo: corse ad aggrapparsi alle spalle del padre e, cercando di ricacciare indietro le lacrime, lo assalì:
“Io, via, non ci andrò mai!… Cosa ti ho fatto di male?… Dimmelo!”
Poi, cambiando tono e salendogli sulle ginocchia, lo implorò:
“Babbo, babbo, tienimi con te!”
Non Gaudenzio, ma Domenico fu chiamato il bordèl, che di domenica era nato. A Teresa quel nome era piaciuto solo quando il prete, il giorno del battesimo, l'aveva pronunciato in latino: “Puer dominicus, pargolo del Signore…”. Il pensiero che molti, a Calzapalla e alla Pieve, prima o poi l'avrebbero storpiato in Mengo, o Minghin, la rendeva quasi infelice. Questo, però, non aveva alcuna importanza.
Il bambino cresceva come un fiore: all'inizio dell'estate pesava la bellezza di cinque chili. Cinque chili di carne tenera tenera, a ciambelline sulle cosce, a fossette su braccini e guanciotte; tutta salute succhiata dal latte materno, buono e in gran quantità.
Cesira era robusta: terminata la quarantina, aveva ricominciato a custodire l'orto e la vigna, con gli altri, in attesa di mietere una larga costa di grano. Dalla loro casa, isolata dietro la collina, un mare di spighe, quell'anno, risaliva fino alla macchia. Si prevedeva un raccolto abbondante.
Domenico non era un problema: lo badava Teresa. In quelle ore speciali, lei poteva parlargli, prenderlo in braccio, cullarlo; poteva persino fingere di allattarlo.
Spesso si divertiva anche a pettinarlo, usando un completino da toeletta di plastica rosa, avuto in dono con i punti del detersivo. Se poi il gioco le dava noia, tanto meglio. Poteva ricrearsi col suo libro preferito. Si stendeva sul letto e iniziava a leggere Incompreso. Volava da una pagina all'altra, senza mai perdere il filo, mentre il bordèl, quasi sapesse di non doverla disturbare, dormiva tranquillo.
Le cose, però, improvvisamente cambiarono: una notte - la mietitura era cominciata da qualche giorno - Domenico non fece che piangere. Si metteva buono un pochino solo quando si attaccava al capezzolo, ma si staccava quasi subito e ricominciava a dannarsi, irrigidendosi e spingendo la testina all'indietro.
“La madre ha lavorato troppo, ieri; le si è riscaldato il latte,” aveva detto la nonna, nel tentativo di trovare una spiegazione.
Il nonno, invece, dava la colpa al malocchio:
“Fategli i segni con l'olio”.
Contro la febbre che continuava a salire, però, niente aveva potuto il rito delle gocce, calate ad una ad una (mormorando oscure parole) in un piatto pieno d'acqua, tenuto sopra il corpo del bambino. Il padre imprecava:
“Tristi e guai a chi capita! Io non bado disgrazia”.
Poi, come se volesse mandare un avvertimento:
“Guai a chi gli fa del male. Guai a chi lo tocca”.
In silenzio e triste, Teresa osservava il vano indaffararsi dei suoi intorno al fratello: gli toglievano le fasce, gli davano cucchiaini di acqua e zucchero, gli mettevano il termometro. Dicevano che bisognava correre dalla Bruna, a telefonare al medico condotto.

* * *

Il dottore arrivò da Urbino, con la Millecento. Parlò con Alceo e Cesira, volle vedere il bambino, lo visitò:
“Io non gli trovo niente. Una grossa sfebbrata, niente di più,” disse, allargando le braccia.
Quindi gli fece un'iniezione che, stando a lui, l'avrebbe guarito:
“State tranquilli; non corre alcun pericolo”, ripetè più volte, anche mentre scendeva le scale.
La puntura calmò Domenico e lo fece dormire quasi subito. Quelli di casa, riprese le falci, tornarono a mietere la loro costa di grano.
Il bambino, poco dopo, era di nuovo in pianto. Teresa, senza chiamare la madre, lo prese fra le braccia e, con molta pazienza, riuscì a riaddormentarlo. Fu allora che, per rilassarsi, si sedette sul bordo del letto e iniziò a pettinarlo. Mentre gli spazzolava con delicatezza la nuca, tenendolo adagiato di fianco, le venne spontaneo guardargli dentro l'orecchio, ma - apriti cielo!
Ciò che vide la impressionò: dalla piccola cavità, in buona parte ostruita da una pappina giallognola, spuntavano due sottili filamenti rigidi, di colore chiaro, leggermente divaricati; quasi invisibili. Sembravano le antenne di certi insetti che le era capitato di osservare tra l'erba. D'istinto, aguzzando lo sguardo, provò ad accostare il pollice e l'indice, come fossero pinzette, ai misteriosi raggi. Dopo alcuni tentativi, li afferrò e, piano piano, provò a tirare.
La ‘cosa' prima oppose una lieve resistenza, poi iniziò a muoversi, procedendo verso l'esterno, poco per volta. Ma di che si trattava? I due lunghi baffi non erano altro che le reste di un chicco di avena. Teresa, guardandolo sbalordita, si domandava in che modo, o per mano di chi, fosse penetrato nell'orecchio del fratello.
Dunque, la febbre alta e il male che gli avevano fatto irrigidire la testolina venivano da lì… Perché non se ne era accorto, il dottore?
E suo padre: che avrebbe fatto, se avesse scoperto il colpevole? La mattina, mentre imprecava fermo sulla porta di casa, aveva indicato la doppietta, più volte; poi era scappato via, veloce come il cane da caccia. E se avesse dato a lei la colpa?
Ma lei non era stata. Forse, era stata la mamma.
Cesira, quando tornava dal campo per allattare Domenico, in strepito e affamato, correva subito a dargli la tetta. Così come si trovava, senza lavarsi le mani, né ravviarsi i capelli. Non si scuoteva neppure la veste.
Giorni prima, Teresa aveva visto addosso alla madre, con il bambino attaccato al seno, fili d'erba, pagliuzze, granelli di terra, pallini spinosi. Sospeso alle maniche, vicino alle spalle, aveva notato anche un seme biforcuto, di avena, ma non gli aveva dato importanza. Ora, invece, ricordava bene certe raccomandazioni udite da piccola: “L'avena si attacca dappertutto, poi cammina. E' un'erba selvatica. Porta danno. Non ci giocare”.
Teresa, fra lume e scuro, continuava a studiare quel seme vigliacco, lungo quanto il palmo della sua mano, ed era in pensiero. Per Cesira, selvatica e innocente come un animale. Come si sarebbe difesa da Alceo? Lui era uno che non badava disgrazia.
Ma perché tormentarsi? Ormai non doveva temere più nulla. Il bordèl, liberato dal male, dormiva placido e calmo come il cielo di Calzapalla. Era bene, allora, che si calmasse anche lei. Respirò profondamente, si diresse verso la finestra. La spalancò con cautela e, giurando di mantenere il segreto, scagliò via, il più lontano possibile, quell'infido seme di avena.
Poi corse a buttarsi sul letto, vicino a Domenico. Che stava fermo, senza fiatare, ad occhi aperti, con le labbra dischiuse. Come se ridesse agli angioletti.

Germana Duca Ruggeri



 
 
 
 
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