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Marzo 2003 / Lettere e Arti
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Il prete di Soria

Se anche lo trovassero ad officiare sul monte più alto della luna, per coloro che hanno abitato nel rione della città al di là del fiume Foglia per molti anni nell'immediato dopoguerra, don Antonio Bertuccioli, sarebbe: il prete di Soria.

Il giovane sacerdote vi era giunto dopo la guerra e forse vi si era trovato spaesato, e timoroso di dovere affrontare una zona non facile come quella. Prima della guerra Soria non era mai stata parrocchia. Vi era una chiesa, ma dipendeva da quella di Santa Maria delle Fabbrecce. Le case vi si raggrumavano a gruppetti sui confini degli orti ben coltivati e si dividevano, fra la strada che conduce al monte e quella che scende alla piazza d'armi, in Soria Alta e Bassa. Durante la guerra era stato il primo rione ad esserne investito cruentemente: col bombardamento aereo del 28 dicembre del ‘43 e con quello navale notturno fra il 3 e il 4 gennaio del ‘44. Poi avvenne lo sfollamento di tutti gli abitanti, e l'abbattimento di abitazioni che avrebbero impedito la visuale dalle fortificazioni della Linea Gotica che stava sorgendo sulla riva sinistra del Foglia.

Alla fine lentamente si ricostruivano le case e le piccole industrie che c'erano nell'anteguerra: la distilleria, la fabbrica di conserva… Alle file delle insalate s'andavano sostituendo le file di mattoni delle nuove abitazioni. La calda politica del tempo n'aveva fatto una specie di succursale di San Pietro. Un quartiere che veniva descritto come particolarmente rosso. L'unica processione che vi si svolgesse era quella dei barrocciai che scendevano in fila a caricare sabbia in piazza d'armi: i cui cavalli avevano imparato a conoscere la porta dell'osteria e vi si fermavano anche senza l'ordine del padrone. Le bestemmie profferite, gridate dall'uno all'altro a mo' di saluto, non erano cattive, ma pareva servissero al dialogo come interpunzione. Immaginarsi come doveva trovarsi un giovane prete in una situazione del genere! Eppure con una gran dose di volontà e di dinamismo ne venne fuori. Alla grande. Tutti cominciarono a volergli bene. Il doposcuola, il campo di calcio, le merende, il catechismo attiravano soprattutto donne e ragazzi. Non si dovevano benedire le case di appartenenti a certi partiti politici? Pare che il giovane sacerdote prendesse posizione affermando: ma se le donne e i ragazzi vengono a trovare il Buon Dio a casa Sua, non sarebbe maleducato non ricambiare la visita?

Quanti anni sono passati da allora? Secondo me, che abitavo in Soria, una cinquantina almeno. Oggi vado ancora alla funzione religiosa che il mio prete di Soria officia a San Giacomo. Don Antonio scende per la sua omelia fra i banchi dei fedeli, e parla con loro come con vecchi amici. Si commuove anche quando, come un paio di settimane fa, venne a quella Messa una coppia che desiderava la ripetizione della benedizione: quella che don Antonio aveva impartito loro quando si sono sposati in Soria 25 anni fa. O quando vengono altri fedeli dal suo vecchio quartiere per incontrarlo e salutarlo. Racconta ai fedeli, come in una veglia accanto al fuoco, delle sue piccole pene, come quando gli hanno divelto la cassetta delle elemosine, quando hanno rubato degli ornamenti dell'altare, o hanno sporcato con il solito spray la facciata della chiesa. Lo avrete compreso: adesso don Antonio officia in una chiesa dove si riesce ancora a chiudersi in raccoglimento e a pregare, perché pare vi sia bandita la solita sfilata di moda che nelle chiese rutilanti rientra più nei canoni dell'esibizione che in quelli della religione. Sembra abbia portato in città la fede buona e sana dei miei anni giovanili di Soria. C'è l'anziana signora che seguendo ad alta voce la funzione pare funga da suggeritore al prete, e l'altra che con voce decisa e devozione intona l'Osanna e il Padre Nostro. Tutte caratteristiche delle quali godo con nostalgia.

Ringrazio don Antonio e colgo l'occasione per chiedergli scusa. A sua insaputa, in un tempo lontanissimo m'approfittavo di lui. Dopo qualche notte protrattasi per me troppo a lungo, attendevo che la mamma uscisse per andare a Messa per entrare in casa di soppiatto. Sib, il cane che la mamma lasciava a guardia del cancello mi conosceva troppo bene per impedirmi l'ingresso. Ed io m'addormentavo tranquillo: in chiesa, con don Antonio, stava pregando la mia mamma che certo indirizzava al Buon Dio qualche preghiera a mio favore.

Valentino Rocchi


 
 
 
 
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