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Marzo 2003 / Guerra e Pace
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Il difficile equilibrio tra guerra e pace

Permettetemi di definire cosa significano “pace” e “guerra”: diciamo che c'è una situazione di pace quando abbiamo un'assenza di conflitti armati. Ma lo diciamo anche quando ci troviamo in una situazione di concordia con gli altri. Siamo, invece, in una situazione di guerra quando uno o più Stati cercano di sopraffarne altri con l'uso delle armi o con pressioni politiche, economiche o similari. Ma anche quando esiste una situazione di discordia tra due o più persone. Pertanto, se l'uso delle armi ci pone senza alcun dubbio in stato di guerra, il loro restare negli arsenali non ci assicura di essere in una situazione di pace.

Non entro nel merito della situazione tra Iraq e Usa, ma vorrei cercare di capire se il problema non possa essere affrontato in maniera diversa da come si sta facendo da più parti. Da molte parti si alza il grido “Pace!”. Ma è possibile imporre a qualcuno di essere in pace con qualcun altro? Si può obbligare qualcuno a non odiare? E lo si può obbligare ad amare? Non è possibile: posso impedire a qualcuno di non guardare, ma non di non vedere. Posso ordinare di non ascoltare, ma non di non sentire: amore e odio seguono la stessa legge. Pertanto, se due fazioni sono in conflitto tra loro, potrò impedire che arrivino a combattersi, ma lo stato di guerra permarrà. Il problema è che da uno stato di guerra diciamo “non combattente” è facile passare ad uno “combattente”. Ma è possibile risolvere tutti i casi di attrito? E' un'utopia solo pensarlo.

Purtroppo ci sono persone che rifiutano di vedere la realtà delle cose e pensano che si debba fare qualcosa “a monte” per risolvere il problema. Tutto molto bello, ma cosa? Ecco, questo spesso non lo dicono, mentre a volte propongono soluzioni che sono dettate dal buon senso, senza tener conto che, se entrambe le parti fossero dotate di buon senso, non si arriverebbe alla situazione conflittuale. Ribadisco che per essere in pace, lo debbano volere entrambe le parti; ma per essere in guerra ne basta una sola. A volte la rimozione della causa del contendere può essere sufficiente a scongiurare un conflitto, ma a volte ciò è impossibile. Un esempio: una persona vuole uccidermi. Se mi metto lì buono e lo lascio fare, è fuori dubbio che ho evitato di entrare in conflitto con lui, però…. In questo caso ritengo sia evidente che la legittima difesa è giustificata. Ma da quando ho il diritto di difendermi? Devo aspettare che l'altro mi spari o mi colpisca per primo oppure posso eventualmente agire io per primo? E se agisco per primo, chi è il “guerrafondaio”, io che ho prevenuto l'attacco altrui, o l'altro, che è stato anticipato?

Però alcune persone dicono di essere assolutamente contrarie a tutte le guerre: sarà vero? Lo sarebbero anche se un redivivo Hitler, ovviamente senza combattere, visto che si è contrari a tutte le guerre, occupasse il nostro Paese e ci imponesse di diventare tutti nazisti? Ci sono anche guerre giuste, si obietta. E no! O si è contrari “a prescindere”, o qualcuno mi deve spiegare chi decide, e su quali basi, che una guerra è giusta e deve essere combattuta. E togliamoci dalla testa che si possano fare guerre senza che muoiano delle persone, tanto più innocenti: una guerra è una guerra e non si possono evitare morti. Arriviamo, poi, all'ipocrisia di tirare fuori che “in guerra muoiono anche donne e bambini”. Ora mi si accuserà di essere parte in causa, ma perché i maschi adulti possono essere ammazzati e le donne e i bambini no? A tutti fa pena vedere bambini che muoiono, e la cosa è sacrosanta, ma muoiono anche gli adulti e la cosa non è giusta lo stesso. La guerra, se non si vogliono morti, non va fatta, punto e basta. Ma qui torniamo all'inizio del discorso!

In “Così parlò Bellavista”, l'argutissimo De Crescenzo risolve il problema in maniera semplice: “Se l'Unione Sovietica ci dichiara guerra, noi non l'accettiamo. Mica possono fare la guerra da soli!”. Ma purtroppo ciò non è vero: la guerra si può fare da soli, ed è per questo che uno Stato ha il dovere di intervenire contro chi minaccia i suoi cittadini. Permettetemi, ora, un riferimento alla situazione attuale: spero che Saddam Hussein accetti di andare in esilio e lasciare ai suoi sudditi (e non cittadini…) la possibilità di darsi un governo democratico. Però, se ciò avvenisse, non sarebbe certo per le marce di pace organizzate in giro per il mondo, ma perché alcuni Stati hanno minacciato di intervenire militarmente! Ma temo che ciò non avverrà e che la democrazia in Iraq arriverà solo a seguito di distruzioni, morti e feriti. E chiudo con due domande provocatorie: la democrazia può essere imposta? E se impongo la democrazia, sono ancora democratico?

 

Mario Orlando


 
 
 
 
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