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L'altra faccia della Terra: Chagmapampa


Conobbi Felipe quando aveva ventinove anni, una moglie dalla schiena stanca per l'aggravio del lavoro e sette figli. Viveva con la sua famiglia in un villaggio sperduto e sconosciuto dalle cartine geografiche: Chagmapampa, Perù settentrionale, tremila metri sopra il livello del mare, diciotto abitazioni in tutto. Non mi trovavo lì per caso. Ero fuggito dall'Italia con l'intento di fare qualcosa di diverso. Non mi bastava vivere secondo gli schemi e i modelli fac-simile che mi erano stati tramandati da quando ero bambino: una serie di griglie prestampate da scegliere nel momento più ghiotto e opportuno. Volevo cambiare le regole del gioco, andare contro corrente; contro quella corrente che conduce inevitabilmente verso la logica del profitto e dell'egoismo. Mi ero stancato delle parole che sentivo sciorinare da tante bocche sul problema della fame nel mondo. Serbavo il desiderio di realizzare qualcosa di concreto e viverlo sulla mia pelle. Da poco avevo fieramente spento diciannove candeline e una volta superato l'esame di maturità, mi sentii pronto a trascorrere quattro mesi della mia vita in mezzo ai poveri.
Felipe e la gente che ho incontrato a Chagmapampa, mi hanno insegnato che la poesia dei poveri non esiste. La prima volta in cui vidi la sua casa, non scese una dolce musica di sottofondo: c'erano i muri di terra, una porta derelitta e il tetto di paglia. Quando entrai in cucina, Felipe non mi disse che gli sembrava "alternativo" vivere senza nemmeno un tavolo su cui mangiare. Era buio là dentro e mancavano le finestre per tenere lontano il freddo pungente della notte. Le pareti interne erano annerite dal fuoco che sua moglie accendeva per cucinare, appoggiandosi sul pavimento di terra. Ricordo nitidamente il disgusto che provai quando vidi la seconda ed ultima stanza della loro casa: la camera da letto aveva molte cose in comune con una stalla, a partire dal puzzo. C'era un unico giaciglio su cui dormivano tutti e nove: alcune assi di legno con sopra degli stracci che fungevano contemporaneamente da materasso e da coperte.
Okkei, niente poesia: quella di Felipe è una storia vera. Vera come le patate e il grano che lui lavorava in pochi metri di appezzamento e che la bassa fertilità del terreno gli restituiva avidamente. Servivano il suo sudore e le sue braccia nude affinché i suoi bambini potessero mangiare due volte al giorno, e ogni giorno la solita brodaglia che per me aveva come unico sapore quello di nostalgia della cucina italiana.
Immediatamente decisi di aiutarlo e, insieme ad alcuni miei amici italiani che mi avevano seguito in questa avventura, cominciai a costruirgli un tetto nuovo perché nei giorni di pioggia la sua casa si allagava completamente trasformandosi in una distesa di fango. Questa situazione si ripeteva per sei mesi ogni anno. Acquistammo delle tegole di terracotta dalla città, consapevoli del fatto che l'assenza di una strada ci avrebbe costretto a raggiungere il paese a piedi, con il carico in spalla e l'aiuto di qualche pigro asino. Servivano quasi duemila tegole che ci spaccavano la schiena lungo la salita percorribile in un'ora e mezzo di cammino. Ogni giorno lavoravo duramente insieme a Felipe. Più tempo passavamo insieme, più mi accorgevo di quanto fosse precaria la sua vita. Viveva in maniera molto naturale, secondo i ritmi che imponeva il sole, ma quasi totalmente privo dei servizi fondamentali a cui noi occidentali siamo abituati e consideriamo inscindibili dalla categoria dei nostri diritti. Felipe si alzava la mattina all'alba e andava a letto alle sette della sera. Lavorava più di dodici ore al giorno e in casa non aveva acqua, né luce, né gas, né riscaldamento.
Ora posso dire queste cose a voce alta perché nella sua vita ci sono entrato e insieme a Felipe ho passato molto tempo, tanto da diventare amici e ridere di gusto insieme, con energiche pacche sulle spalle, quando il lavoro del tetto fu terminato. Per sdebitarsi uccise persino una pecora regalandomene una zampa (posso assicurare che fu un gesto di inestimabile valore). Più faticoso di tutto il lavoro fu il momento in cui dovetti abbracciare Felipe per l'ultima volta, prima di tornare in Italia. Mi disse solamente: "Ciao e torna presto a trovarci".
Qualche mese dopo il mio ritorno, una missionaria italiana mi spedì per lettera una foto di Saùl, il figlio minore di Felipe. Alle sue spalle la moglie e un'altra bambina. La fotografia era accompagnata da queste parole:"Caro Matteo, ti ricordi di Felipe? Un giorno stava tagliando un albero per recuperare legna per il fuoco ed è rimasto schiacciato. Dopo quarantotto ore di agonia è morto. Adesso sua moglie e i suoi bambini sono rimasti da soli. Come faranno ad andare avanti?".  

Matteo Donati


Cosa si può fare di concreto per questi poveri stando in Italia? A tale domanda abbiamo risposto formando un gruppo di lavoro assieme ad altri ragazzi di Pesaro: il P.E.P. (Pesaro aiuta i Poveri di Encañada). Nel tempo libero siamo disponibili per fare sgomberi, traslochi, giardinaggi, pulizie, imbiancature, verniciature… Il ricavato lo mandiamo in missione. Vuoi contattarci o collaborare? Chiama lo 0721 55029.

 


 
 
 
 
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