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Francesco Grianti e Rita Cutolo: La scienza e la fede


Il caso è lo pseudonimo usato da Dio quando non vuol firmare col proprio nome.
(Anatole France, scrittore francese, 1844-1924)

Nell'ormai lontano marzo 1998 il nostro giornale pubblicò un lungo articolo a firma di Francesco Grianti ("Da Pesaro alla Nuova Zelanda in 40 minuti"), poi ripreso anche dai quotidiani Avvenire e Il Foglio. L'articolo ipotizzava il trasporto delle merci a costo zero: utilizzando solo la forza di gravità. Il problema era quello di bucherellare la Terra come una gruviera: per poi costruire una serie di grossi canali (tanto grandi da contenere un TIR), fra loro comunicanti come un sistema di posta pneumatica. Prima di pubblicarlo gli avevo chiesto se si trattava di un gioco intellettuale, di un paradosso da fisico; ma mi aveva risposto che il progetto era sicuramente realizzabile anche in termini economici. Infatti un documento, con tanto di calcoli e studio di fattibilità, è stato successivamente inviato anche al ministero dell'Ambiente, che forse lo conserva ancora rispettosamente in qualche cassetto.
Un suo amico (?) osservò quella volta: "O gli danno il Premio Nobel o lo ricoverano". Finora non si è verificata nessuna delle due ipotesi: ma il tempo è galantuomo.

Il principe Griante. Non è facile, nello spazio di un articolo, descrivere la complessità di un uomo a molte dimensioni: lo scienziato, il politico, il credente. Proviamo a cominciare da zero. La dinastia nasce dai nobili lombi del principe Griante di Ravenna che, durante una trasferta milanese, fa concepire a una marchesa un figlio naturale: Giuseppe, subito affidato a una famiglia di contadini della Brianza per evitare lo scandalo. Il principe lo va a cercare quando aveva già vent'anni, ma lui rifiuta riconoscimenti, titoli nobiliari e soldi e decide di tenersi solo il nome, sostituendo però la lettera finale. Poi va a lavorare alla Breda come operaio e si mette a produrre figli in proprio nei momenti liberi: quindici (tutti legittimi), fra cui Cesare. E qui arriviamo a noi, perchè Cesare a 23 anni trova un posto da ragioniere ai Mulini Albani di Pesaro, trova anche la moglie nella pensione dove abita, e a sua volta mette al mondo quattro figli: l'ultimo è appunto Franco Grianti. Nel giro di otto anni diventa addirittura direttore generale dei Mulini, ma purtroppo muore tragicamente in un incidente stradale nel 1952, sulla strada per Roma. Franco, rimasto orfano a meno di 14 anni, prosegue gli studi al liceo classico "Mamiani", poi si laurea brillantemente in Ingegneria nucleare al Politecnico di Milano e comincia una carriera di docente e di ricercatore all'Università di Genova: chiamato dal prof. Diambrini Palazzi che allora dirigeva anche il laboratorio di fisica nucleare di Frascati, prima di trasferirsi negli USA. Già sposato a 25 anni, fa una vita da pendolare fra Genova e Frascati collaborando con grandi fisici del tempo (Conversi, Zichichi, Bernardini e Silvestrini) negli esperimenti sull'acceleratore a fasci di elettroni "Adone" alla ricerca di una nuova particella denominata con la lettera greca  (pronuncia Psi). Ma non riescono a trovarla per poco: la trova poi un cinese che vince il premio Nobel.
Questa esperienza si conclude però negli anni '70, quando Genova vive il periodo della violenta contestazione studentesca e dei primi rapimenti delle Brigate rosse. Grianti, fatto oggetto personalmente di gesti di intimidazione (gli sfasciano anche la casa in sua assenza), decide di tornare a Pesaro; trovando una cattedra a Urbino come docente di Fisica presso la facoltà di Scienze. Oggi alterna l'insegnamento all'attività di professore associato dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e lavora come ricercatore al Laboratorio del Gran Sasso, dove passa in totale una trentina di giorni all'anno. A Urbino è anche direttore del CSAAE, il Centro Sistemi Audiovisivi, Acustici e Elettromagnetici che svolge attività di misurazione delle alte e basse frequenze accanto agli abitati per segnalarne la possibile pericolosità.
A quasi 69 anni, due volte padre e quattro volte nonno, sembra guardare con molta serenità alla sua vita: con l'occhio dello scienziato e soprattutto con la fede del credente.

Il Parco Miralfiore. La sua esperienza politica è stata abbastanza episodica e piuttosto marginale. A differenza di tanti suoi coetanei che provenivano dall'Azione cattolica pesarese, non confluisce naturalmente nella DC anche perchè in quegli anni stava a Milano e si occupava solo dei suoi studi. L'impegno nella cosa pubblica comincia nel 1990, quando costituisce il Comitato per il Parco Miralfiore e inizia una lunga battaglia contro l'amministrazione comunale per la difesa di quell'area verde minacciata dalla cementificazione. Il referendum cittadino manca di poco il quorum (fra i votanti ottiene una maggioranza del 75%) ma si arriva comunque a un compromesso che dimezza l'area delle nuove costruzioni. Sull'onda di questo movimento, è candidato sindaco alle elezioni del 1995 contro Giovanelli con la lista civica "Pesaro Nuova": è battuto al secondo turno, ma rimane finora l'unico candidato ad aver mandato al ballottaggio un rappresentante della maggioranza. Negli anni successivi fa parte a lungo del Consiglio comunale con variegati spostamenti di campo fra Gruppo misto, Alleanza Nazionale, UDC e infine la "DC per le Autonomie" di Gianfranco Rotondi: una delle quattro o cinque Democrazie Cristiane della diaspora. Riassume la sua posizione citando Churchill: "O cambi partito per non cambiare le idee, o cambi le idee per non cambiare partito". Lui preferisce cambiare partito, di tanto in tanto.

Il telefono di Padre Pio. Durante una lunga conversazione nella sua casa pesarese fra il centro e il mare, mentre la luce soffusa del tramonto filtra tra le tapparelle con effetti suggestivi (e - non ci crederete -  cominciano anche a suonare le campane in sottofondo), mi racconta con tranquillità una serie di episodi sconcertanti che non è possibile riportare in dettaglio in un solo articolo ma che potete leggere direttamente nel suo libro appena pubblicato: "Rita Cutolo, una scheggia dal cielo". Da bambino mentre gioca con un coetaneo (oggi noto studioso di storia locale), vede apparire in un cielo senza nuvole un braccio che indica in direzione di Monte Giove o di Roma. In seguito è profondamente segnato dalla frequentazione di don Elia Bellebono, un frate di Monte Giove, di modesta cultura, che aveva preso i voti a 65 anni ed è scomparso nel 1996 a 84 anni. Di lui racconta le cruente battaglie col Diavolo (che il frate chiamava Federico, a causa della barbetta rossa), i prodigi, le profezie, le visioni del Sacro Cuore di Gesù. In sua memoria sta cercando di far costruire un santuario ad Urbino, dedicato al Sacro Cuore.
Ma le esperienze più sconvolgenti le ha fatte attraverso i contatti di sua moglie Flavia con lo spirito di Padre Pio, di cui era allora in corso la causa di beatificazione. La storia ha inizio nel 1996 quando Grianti si trova ad Ischia per curarsi la cervicale e Flavia riceve in sogno un indirizzo e un numero di telefono che corrispondono perfettamente a una casa albergo di San Giovanni Rotondo. La successiva visita in Puglia è propiziata da altri eventi inspiegabili che hanno come protagonisti alcuni misteriosi partecipanti a una messa del gruppo "Rinnovamento dello spirito" di padre Tardiff. In seguito, ancora sua moglie riceve in sogno il testo di una preghiera (e l'esortazione a scrivere la storia della sua esperienza con Padre Pio) da parte di un frate che si qualifica come San Francesco di Camporosso: un santo del tutto sconosciuto ad entrambi. Ma poi si scopre che è il protettore di un paese in provincia di Imperia e che il testo originale di quella preghiera (trascritta fedelmente al risveglio) è custodita in una chiesa di Genova.
In tutti questi casi quello che Grianti può fare è controllare ogni volta col "12" della Telecom l'esattezza delle segnalazioni... Se non venissero da un professore di fisica, abituato a ragionare con i numeri e a misurare i fenomeni con gli strumenti scientifici, i racconti di questi episodi verrebbero accolti da bonari sorrisi di incredulità. Gli chiedo cosa ne penserebbero alcuni suoi illustri colleghi notoriamente agnostici. "A loro non è capitato niente di tutto questo", mi risponde semplicemente.

La farfalla del Mato Grosso. Lo scrittore Luciano De Crescenzo, dopo aver letto nel 1990 un suo articolo sull'entropia, rimane così colpito da farlo diventare il personaggio di un suo libro con lo pseudonimo di prof. Riganti. Lo porta anche per la prima volta al "Costanzo Show", dove poi diventa un ospite abituale per una decina d'anni.
Il concetto di "entropia" me lo spiega - più o meno - così. Tutta la materia è soggetta alla legge di accrescimento del disordine dell'Universo, con la graduale degradazione dell'energia fino alla morte termica. Invece nella materia in cui entra vita (sia animale che vegetale) c'è qualcosa di diverso, c' è una legge che ordina le molecole, che ci permette di veder crescere un fiore o un bambino. Una vita che crea ordine non può dunque essere originata in questo Universo perchè sarebbe distrutta come tutto il resto; nè potrà mai essere creata in un laboratorio. Peraltro i fenomeni caotici si manifestano soprattutto nei sistemi complessi come il sistema meteorologico o il corpo umano. Nel 1965 Edward Lorenz verificò matematicamente il cosiddetto "effetto farfalla": la variazione di pressione dovuta al battito d'ali di una farfalla nel Mato Grosso potrebbe far cambiare il tempo a Miami dopo trenta giorni. Anche l'organismo umano è un sistema complesso in continua evoluzione, con fenomeni di instabilità fisico-chimica al suo interno.
E' difficile accostarsi a questa dimensione se si utilizza solo l'emisfero sinistro del cervello, quello razionale e logico. Ma è l'emisfero destro quello che presiede alla creatività, che ci fa apprezzare la musica o l'amore, che permette le grandi intuizioni: come la teoria della relatività di Einstein o la meccanica quantistica di Max Plank. Mi racconta la storiella di quell'ubriaco che cercava la chiave sotto un lampione: non perchè l'aveva persa lì ma perchè lì c'era più luce. Anche la scienza tende a cercare solo dove trova la luce, dove può utilizzare i suoi strumenti: ma la verità potrebbe essere altrove. Come può misurare uno scienziato il bene che vuole a suo figlio?

Le tre meteore. L'incontro con Rita Cutolo è il terzo fatto (o la "terza meteora venuta dal cielo", come lui le chiama) che ha segnato l'esistenza di Grianti. All'inizio si era interessato di Rita Cutolo solo dal punto di vista scientifico, per esaminare il suo potere di tener sollevati gli oggetti col solo contatto della mano, in barba alla legge di gravità. A spiegare il fenomeno non basta il calore delle sue mani (che può raggiungere anche i 43 gradi) perchè altrimenti, osserva Grianti, questo riuscirebbe a farlo anche un termoforo. Inoltre gli oggetti cadono naturalmente, appena viene richiesto. I controlli scientifici eseguiti da vari enti, come l'Istituto di fisica di Bologna e il Cicap, non hanno trovato alcuna spiegazione.
In seguito è stato testimone diretto del suo rapporto con i malati (fra i suoi pazienti c'è anche Pavarotti), degli inspiegabili casi di regressione delle malattie e comunque dello straordinario conforto che riesce a trasmettere. Tutti recuperano uno stato di benessere e di serenità, una speranza che può servire anche alla guarigione fisica; anche se - è bene precisare - la stessa Cutolo (che si considera solo un'intermediaria della volontà di Dio e degli angeli) invita a continuare le terapie abituali. Il libro riporta una lunga serie di casi (praticamente delle cartelle cliniche) che documentano gli interventi eseguiti nelle due residenze di Tavullia e Saludecio dove Rita alterna la sua attività settimanale, ricevendo centinaia di persone di ogni parte d'Italia.
Con la luce della fede, Grianti la considera un esempio vivente di come si possa modificare la legge di accrescimento dell'entropia, riproducendo il soffio vitale originario che ridà ordine: il "soffio del Dio nascosto", che poi è il sottotitolo del libro.
Che dire? "Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanto si sogni la tua filosofia", sospira l'Amleto di William Shakespeare che aveva capito tutto.

Alberto Angelucci

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