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Il film sulla Passione di Cristo


Anatomia di un massacro

Un film costituisce sempre, e senza eccezioni, un'ipotesi, un punto di vista sul mondo e su quella parte di storia, reale o fittizia, che si intende raccontare. “The Passion of Christ”, ultima, discussa fatica del regista australiano Mel Gibson, parte con l'handicap gravissimo di voler esaurire tutte le interpretazioni possibili sulla vicenda che racconta, proponendosi dichiaratamente come un vero e proprio strumento di conversione, una sorta di surrogato ultraviolento d'un catechismo, forse, troppo blando. Quella che Gibson ci restituisce, esasperandola, è la dimensione carnale della Passione: armato della sua ortodossia e del suo zelo missionario egli ci propone un film intenso e senz'altro coraggioso (l'unico massacro che manca – e la pellicola ne guadagna grandemente – è quello del doppiaggio) ma pericolosamente in bilico tra retorica e sadismo, tra volontà testimoniante e lusinghe ai bassi istinti (il nostro ritegno di spettatori-guardoni è in caduta libera ultimamente, ne fa fede l'immondizia che dilaga in TV) che si traducono sul piano formale in un'attenzione impudica, feroce, ignobile talora, al particolare e alla minuzia. Se al regista australiano va riconosciuto il merito d'aver ricostruito come tale quello che a tutti gli effetti è stato un massacro, della sua operazione vanno anche evidenziati i limiti, etici ed estetici ad un tempo: a fugaci accensioni liriche, a momenti d'intensa suggestione visiva ed emotiva s'alternano infrequenti ma significativi abbandoni retorici e, peggio, indugi insopportabilmente impudichi sulla carne mortificata del Cristo. Indugi che vanno biasimati non tanto per l'impatto scioccante che producono, quanto per la mancanza di rispetto verso il Protagonista (non in quanto Cristo, ma in quanto persona sofferente). “The Passion of Christ” rappresenta, in ultima analisi, un'occasione non completamente mancata, un robusto scossone per ogni credente e per chi, come Gibson, considera le Scritture un fatto storico.

Valerio Berardi

L'amplificazione del male

Ho visto “La Passione di Cristo” e mi sono domandata il perché di tanta violenza, dal momento che nessuno è disposto a credere che sia umanamente possibile sopportare simili torture. Non credo che un messaggio recondito potrebbe essere quello di far capire che ci troviamo di fronte ad un essere straordinario, poiché tutti sappiamo che questo Dio ha voluto e dovuto soffrire e morire da uomo, affinché non fosse inficiata la ragione della sua venuta sulla Terra!
La prima risposta che viene in mente è che il film voglia suscitare la curiosità per la crudeltà rappresentata, per spingere la massa a sceglierne la visione; però, se è vero che un film si produce e si gira per guadagnarci, resta sempre un'opera d'arte e, dunque, lo scopo puramente venale è assurdo: il guadagno dovrebbe essere consequenziale, non fine primario del lavoro. L'unica risposta che mi è sembrata, dunque, valida è quella di aver voluto proporre una lettura della storia adeguata ai tempi che corrono. Oggi, infatti, la gente vive in una realtà cruenta e vede episodi reali di inaudita ed inimmaginabile disumanità. Il racconto della passione di Cristo è conosciuto ma dimenticato, diventato quasi banale, scontato, di lieve entità, nonostante la sua crudezza e singolarità: occorreva, allora, esagerare, amplificare il male ed il dolore due, tre, cinque, dieci volte, perché la gente lo ricordasse e si scuotesse e capisse che cosa succede, quotidianamente, dove può arrivare l'odio e la sete di sangue. Se, però, è davvero questo il messaggio, sorgono altri dubbi: il primo, quello più velenoso, è se – poi – diventa credibile o ridicolo il film stesso e, soprattutto, il comandamento del perdono; l'altro è il rispetto che si deve alla memoria di chi è venuto, ha vissuto, ha sofferto ed è morto per testimoniare la Verità. E, qui, dobbiamo tornare a rispondere che, oggi, per far capire la verità la si deve ingigantire fino al punto da farle perdere di credibilità? Non mi sembra giusto né pedagogico.
Bello, invece, a mio avviso, nella pellicola, è il parallelo che si stabilisce per tutta la trama fra l'Ultima Cena ed il martirio. Qui è la Parola che trionfa e si riempie di significato; mi è sembrato istruttivo, infatti, chiarire un linguaggio alquanto oscuro, addirittura sovversivo per quei tempi, ma credo non ancora limpido, e non abbastanza meditato, nemmeno per la maggioranza degli odierni sedicenti cristiani. Dovremmo, forse, ricordarci più spesso che la comunicazione è difficile ed è equivoca e che, quindi, l'attesa, l'osservazione, la pazienza e la moderazione del giudizio non sono mai troppe? Il Verbo di Cristo, certamente rivoluzionario, certamente universale ed eterno, è stato, è e sarà incomprensibile, se non pericoloso, per l'uomo comune, problematico, solo ed infelice. Si giunge, in tal modo, ad una riflessione paradossale, al capovolgimento apparente di ciò che Egli ha predicato: Cristo è venuto per gli spiriti grandi, liberi, profondi e superiori (benché necessariamente umili!) fino al punto di essere capaci di perdonare tanto male? Forse sì, se Amore è Dio, è la chiave, la Verità, la via, il Tutto. Ma, appunto per questo, circolarmente, si ritorna ad affermare che non è propriamente di questo mondo!

Regina Taccone

I Vangeli di Pasolini e di Gibson

Non è un caso che due film così diversi fra loro da un punto di vista formale entrino contemporaneamente nel circuito distributivo e dividano i giudizi di milioni di spettatori. Ci riferiamo a “Il Vangelo secondo Matteo” di Pier Paolo Pasolini, restaurato dopo 40 anni dalla sua realizzazione; e “The Passion” di Mel Gibson. Il Vangelo di Pasolini ritorna nelle sale cinematografiche con tutta la sua bellezza artistica mentre “The Passion”, mostra tutta la sua carica di violenza realistica presente in gran parte del film.
Due film su Cristo, che però hanno alcuni aspetti che li accomunano: tra cui la scenografia ambientata a Matera. Il regista fanese Leandro Castellani scriveva nell'ottobre 1964 sulla Rivista del Cinematografo a proposito del film di Pasolini: “Il regista ha saltato a piè pari le indicazioni edificanti e il meraviglioso cinematografico del cosiddetto film biblico, ha rifiutato, le ricostruzioni pseudostoriche, recuperando invece le prime realizzazioni cinematografiche della vita di Cristo, come la “Passion” di Pathè. Dietro il Vangelo di Pasolini, ci sono i Magi, le sacre rappresentazioni popolari che ancora esistono in certi paesi: come a Cantiano la “Turba”. Il Vangelo di Pasolini segue in molte cose la tradizione narrativa del quadro vivente”.
Questi elementi non sono presenti nella mega produzione del film di Gibson che utilizza la violenza anche in vicende inventate dal regista, a differenza del Vangelo di Pasolini che riprendeva il testo di Matteo senza utilizzare alcuna sceneggiatura.

Paolo Montanari

Religiosità o affarismo?

Mi si permetta un commento di tono particolare sulla proiezione più di moda del momento: mi sembra di capire che c'è stata una vera e propria affluenza inconsueta e straordinaria di persone alla visione del film di Gibson, superiore di molto alla presenza registrata alle funzioni religiose del Venerdì Santo. Allora questo fatto significa che, d'ora in poi, i fedeli si recheranno al cinema per assistere a tale spettacolo, anziché andare in chiesa per elevare il proprio spirito e meditare sul mistero della Passione di Cristo. Se tale film contribuisce sensibilmente alla formazione del sentimento religioso, perché non averci pensato prima? Cosa vanno a fare nelle sale cinematografiche tante persone d'ogni estrazione culturale, solo per vedere torturare un uomo? Sarei curioso di sapere se, alla fine delle emozioni sperimentate, i fedeli rivolgono un pensiero al loro Creatore per ciò che ha significato l'incarnazione di Dio. Ebbene se le menti restano mute, significa che il fine dell'opera non era quello di suscitare e sperimentare i sentimenti religiosi che, spesso, la secolarizzazione emargina e critica. Se così fosse, si tratterebbe ancora una volta di un affare colossale sotto le sembianze di un'opera d'arte. Gli interessi finanziari prevarrebbero su quelli spirituali ed i cuori resterebbero pigri e aridi. Vorrei sperare che chi si è commosso davanti a quel film, e poi ne ha esaltato la funzione, abbia subìto la stessa intensità di emozione di fronte ad un atto violento perpetrato ai danni di uomini, donne, padri, madri e soprattutto bambini, i quali, secondo quanto riportato dai mezzi d'informazione, in ogni parte del mondo subiscono torture e sopraffazioni. Ebbene ritengo che essi, a qualunque gruppo culturale appartengono, rappresentino l'immagine vivente delle sofferenze del Cristo per le quali commuoversi, senza avere il supporto artificiale della pellicola cinematografica.

Cesare Fornaci



 
 
 
 
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