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Un'analisi del generale Mini: La trappola delle guerre


“La guerra dopo la guerra – Soldati, burocrati e mercenari nell'epoca della pace virtuale” è il titolo del libro presentato all'inizio di aprile, presso la Biblioteca San Giovanni di Pesaro, da Fabio Mini: Tenente Generale (nuova definizione del grado di Generale di Corpo d'Armata) dell'Esercito italiano. Il libro illustra scenari inediti di conflitti, con il coinvolgimento di forze che non rientrano nella logica militare tradizionale: dal terrorismo alla grande criminalità collegata alla droga. Una specie di globalizzazione perversa che cambia le regole del gioco.
Fabio Mini ha trascorso gli anni della giovinezza a Pesaro, dove conta tuttora molti amici. A coronamento di una brillante carriera militare, ha comandato per un anno l'operazione Nato di “peace-keeping” nel Kosovo ed è attualmente Capo di Stato Maggiore del Comando Nato delle Forse alleate Sud Europa. “Lo Specchio” è particolarmente lieto di ospitare questo suo contributo, che ci aiuta a comprendere meglio gli avvenimenti in corso.

Gli ultimi sviluppi drammatici della situazione in Iraq e in Kosovo e il potenziale di destabilizzazione presente in Afghanistan sollecitano una richiesta sempre più pressante su cosa fare. Cosa fare per uscirne, per giustificare l'impegno di anni d'intervento militare e politico, cosa fare per essere utili alle popolazioni e per dare un senso ai morti, militari e civili, capitati in quei teatri per dovere, per professione o per convinzione.
Finora abbiamo fatto di tutto per eludere la realtà. Abbiamo ignorato la guerra, eliminandola dal nostro vocabolario e pensando che non parlandone si sarebbe estinta. Abbiamo indorato ogni pillola politico-militare con le parole pace, solidarietà, democrazia, libertà, diritti umani e ci siamo illusi che questa verniciatura superficiale potesse prima o poi raggiungere anche la sostanza delle cose. Nulla di tutto ciò. La guerra è più selvaggia e asimmetrica che mai e la pace, qualunque cosa sia, lontana. Ora dobbiamo partire praticamente da zero definendo con chiarezza e anche cinismo, se necessario, dove ci troviamo, come italiani e come occidente.

Prede e bracconieri

C'è una parola nel nostro dizionario che illustra la sensazione fornita dalla situazione attuale: trappola. L'enciclopedia Treccani la definisce nelle sue varie sfumature, tutte perfettamente attagliate all'impegno occidentale in quasi tutti i teatri operativi cosiddetti “caldi”, come Iraq, Kosovo, Afghanistan, ma anche in quelli del passato come Vietnam, Somalia, ecc. Le definizioni sono: 1) dispositivo per la cattura  di animali, 2) insidia, agguato, 3) fandonia, racconto non vero che si dà ad intendere a qualcuno per trarlo in inganno o per celare comunque la verità (vedi il termine pesarese “trappulòn”), 4) arnese o macchina che non funziona o funziona male. Se credevamo di essere cacciatori e se per un certo tempo abbiamo agito come tali, in Iraq, Kosovo e Afghanistan ci sentiamo ora come delle prede catturate in una trappola: impotenti e senza iniziativa.  I nostri contingenti, ma le stesse nazioni rappresentate in tutti i teatri, sembrano  prede catturate, ostaggi consapevoli e inconsapevoli, continuamente vittime e obiettivi di insidie e agguati. Siamo ricattati dalla minaccia di rischi maggiori, dai sequestri, siamo invischiati in diatribe locali, in odi razziali, in giochi di potere e in giochi d'interessi che non ci riguardano e che comunque possono portarci molti più guai che benefici. Ci siamo ficcati da soli in queste trappole. Nessuno ci ha forzato e lo abbiamo fatto deliberatamente perché la partecipazione alle operazioni internazionali è forse l'indirizzo di politica estera e la manifestazione di sovranità più significativi di quest'ultimo decennio. È vero, anche se talvolta e su certi aspetti  siamo stati ingannati da una buona dose di fandonie che ha sollecitato la nostra coscienza e il nostro senso di solidarietà. Ed ora ci sentiamo parte di una macchina che non funziona o funziona male: esattamente come dice la Treccani. In Iraq ci siamo inoltre trovati coinvolti nella spirale della guerra preventiva che, per propria natura, tende a perpetuare i conflitti e soprattutto non offre vie d'uscita indolori: un altro tipo di trappola per chi pensava invece di essere lì per aiutare un popolo a ricostruire. Dalla guerra preventiva si esce soltanto non facendola: rinunciando al criterio che si può anticipare la guerra al punto da farla anche in assenza di avversario comparabile, ritornando alla concezione della guerra come “extrema ratio”, come strumento potente di dissuasione e di difesa. Uno strumento da usare in modo rapido e circoscritto nel tempo, nello spazio, negli scopi e negli effetti diretti o collaterali. Ma come si esce dalle trappole? Ci sono due soluzioni che gli stessi animali conoscono alla perfezione: forzare la trappola dall'interno, recidere gli arti incastrati nella morsa delle ganasce dentate, ferirsi e mutilarsi. Si esce, ma si paga caro e una volta usciti non si è più come prima: si è perduto comunque qualcosa della propria forza e delle proprie potenzialità. Oppure si chiede aiuto a qualcuno che dall'esterno conosce i meccanismi della trappola, magari il bracconiere stesso. In questo caso bisogna convincere a farsi aiutare, bisogna pregare o implorare pietà, guaire, lamentarsi,  indurre alla clemenza,  e comunque si perde tutto, persino la dignità. Queste sono le alternative a disposizione degli animali. Ma noi non siamo animali e allora c'è una terza soluzione. La trappola si può trasformare in strumento di pressione nei confronti dello stesso bracconiere. Egli si deve convincere che tenere la preda intrappolata non porta niente di buono, assorbe risorse, perpetua una situazione di lotta e conflitto che aggiunge vendetta alla violenza. Il bracconiere deve decidere di rinunciare alla trappola. Se ne deve liberare perché rischia di finire egli stesso nel meccanismo inefficiente, nell'inganno, nell'insidia. Da parte sua la preda deve dimostrare di non essere antagonista e offensiva ma alleata e mansueta come soltanto i forti sanno essere. Fuor di metafora: si può tentare di uscire dalle situazioni di stallo politico-militare con azioni di forza mantenendo la politica seguita finora e pagando un prezzo elevatissimo in vite umane, risorse economiche e tempo oppure adottando una drastica inversione di linea politica, come sta facendo la Spagna. Una linea ugualmente sanguinosa in termini di prestigio e considerazione internazionale. Si può venire a patti con i ricattatori e disimpegnarsi, anche senza fisicamente lasciare i Paesi ma soltanto indulgendo nelle elusioni e nelle illusioni, cedendo alle lusinghe e ai ricatti, come già fanno molte nazioni in Kosovo, in Afghanistan e in Iraq. Il costo è ugualmente elevato in dignità, credibilità e autorevolezza perdute a brandelli.  Oppure si può, tutti insieme e in maniera coordinata e coerente, cambiare strumenti d'azione politica e adottare una strategia non per uscire o scappare, ma per continuare ad esprimere solidarietà internazionale con risultati positivi.

Una strategia di rassicurazione

Fra tutti gli strumenti a disposizione dell'occidente, che non ha rivali in termini di espressione e proiezione della potenza,  il più idoneo a favorire una soluzione non traumatica in Iraq, ma anche in Kosovo e in certa misura in Afghanistan,  è la rassicurazione (reassurance) e non la costrizione o coercizione (compellence). Tali Paesi devono convincersi che la tutela internazionale non vuole essere una limitazione alle loro aspirazioni ma un modo per facilitarne la realizzazione. Devono riacquistare fiducia nelle coalizioni e nelle culture che le esprimono ricevendo prove concrete che esse non vogliono colonizzarli o soggiogarli, ma che intendono renderli realmente indipendenti. Prima di tutto economicamente, socialmente e politicamente. Per convincere occorre cambiare registro, politicamente e militarmente, perché l'attuale percezione è che stia avvenendo esattamente il contrario. Le coalizioni devono dimostrare concretamente di rispettare la cultura e le aspirazioni di popoli già martoriati: popoli che finora sono stati sempre prede in trappola, prede della loro stessa paura, di regimi corrotti, di mire coloniali, di sfruttamento, di tentativi di annichilimento culturale. Le coalizioni devono dimostrare di essere veramente liberatrici e di agire nei territori amministrati secondo i propri principi di rispetto reciproco e libertà. Deve essere favorita la democrazia ed evitato ogni eccesso fondamentalista o nazionalista: una democrazia che però non stravolga il tessuto sociale e che sia compatibile con il quadro più ampio regionale. La stessa rassicurazione deve essere rivolta ai Paesi limitrofi che determinano direttamente o indirettamente la sicurezza delle operazioni. Si devono convincere di non essere degli obiettivi futuri di altre azioni di forza, ma dei potenziali partners. La rassicurazione non è acquiescenza (appeasement). Non è rinuncia, non è vuota promessa, non è indifferenza o “laissez faire”. E' un'azione forte, che ha comunque bisogno di essere sostenuta dalle forze di sicurezza per essere credibile. Se qualcuno pensa di lasciare l'Iraq dopo il 30 giugno, o appena formato un cosiddetto governo provvisorio iracheno, pensa soltanto ad una scusa, perché proprio in quella delicata transizione la sicurezza sarà più che mai necessaria. Il Kosovo e l'Afghanistan lo stanno dimostrando ogni giorno. Con la reassurance non si torna tutti a casa, ma si resta, impegnati più che mai a garantire la costruzione.  E le forze militari devono consentirla garantendo la sicurezza e la libertà di movimento della popolazione e delle istituzioni civili impegnate, prima ancora di occuparsi di carrozzelle per gli invalidi o di caramelle ai bambini. Il fine umanitario dei militari si estrinseca nella garanzia della sicurezza, nella lotta contro l'estremismo e la delinquenza, nella salvaguardia delle istituzioni e dei diritti umani delle popolazioni. Con la rassicurazione la presenza internazionale lascia spazio alle autonomie e alle esigenze politiche locali consentendone la crescita e ammettendo anche margini di errore. In cambio si deve ricevere la collaborazione nell'isolare e neutralizzare i delinquenti, gli estremisti, i terroristi e chi vuole destabilizzare. In tutti i Paesi citati, oltre alla rassicurazione di tipo politico-militare ci vuole un'azione profonda di pulizia della criminalità e della corruzione.  In particolare in Afghanistan i locali e tutta la società mondiale devono essere liberati di quegli stessi “liberatori” organizzati in bande che oggi controllano le varie parti del territorio e che, sfruttando la prostrazione della gente e l'impotenza o l'indifferenza della comunità internazionale, avvelenano l'occidente di droga. La rassicurazione deve manifestarsi attraverso concreti piani d'intervento, che le stesse popolazioni siano in grado di gestire, e attraverso la costruzione di una vera autonomia politica e di una vera sicurezza garantita dalla cooperazione regionale. La tutela politica e diplomatica delle Nazioni Unite è senz'altro necessaria, ma non può essere intesa come gestione diretta né delle guerre né delle ricostruzioni. L'autorità del più grande consesso politico internazionale non può essere coinvolta in quelle beghe di bottega, scandali, inefficienze burocratiche che il coacervo di Paesi che vogliono soltanto essere “contributori” ha finora provocato. Un paio o un pugno di Paesi o di organizzazioni internazionali devono assumersi l'onere della gestione diretta e risponderne alle Nazioni Unite. Senza questo nuovo indirizzo ci sentiremo ancora a lungo come  in trappola. Tutti quanti, prede e bracconieri.

Fabio Mini



 
 
 
 
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