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Io, musulmano sciita, prego Dio in chiesa

A proposito della lodevole iniziativa dello Specchio della città di iniziare un viaggio tra le religioni, cominciando dall'Islam, vorrei dare anche il mio contributo. Ho avuto la fortuna di entrare in Italia dalla porta principale, nell'ottobre del 1967, con un visto per gli studi ed iscrizione all'università già effettuata tramite il consolato italiano a Teheran. Ho avuto anche l'opportunità d'imparare la lingua italiana all'Università per stranieri di Perugia, finire gli studi a Urbino, incontrare un felice matrimonio con una italiana ed iniziare immediatamente l'attività lavorativa nel settore import-export e nel commercio di tappeti orientali a Pesaro. Di conseguenza, da decenni, mi sento realizzato ed integrato in Italia e vivo in questo Paese senza nessuna nostalgia.
Quando arrivai ad Urbino ero il primo studente iraniano che si iscriveva a quella università ed eravamo solo cinque studenti di fede musulmana: due siriani, due libici ed io. Oggi, le cose sono cambiate: la presenza nelle Marche delle persone provenienti dai Paesi musulmani arriva a molte migliaia. Per molti di loro è più esatto dire “musulmani di nascita”, forse di cultura o nel loro intimo, ma non di fatto, in quanto non sono praticanti. Personalmente mi ritengo un musulmano sciita, credente ma non integralista. Ho sempre trovato (e trovo a tutt'oggi) conforto nelle chiese cristiane; dove vado spesso anche perché nel circondario di Morciano di Romagna, dove attualmente vivo, non ci sono moschee. Per questo, con fervore sono per il dialogo interreligioso (argomento tanto caro al pontefice Giovanni Paolo II) e in particolare tra le religioni monoteistiche che si riconoscono nel profeta Abramo e nella sacra Bibbia: gli ebrei, i cristiani e i musulmani. A maggior ragione sono anche per l'unità tra i musulmani e mi auguro che, un giorno, anche in Italia  ci siano moschee e centri islamici gestiti dalle associazioni etniche di tutti i musulmani presenti sul territorio, nel rispetto dei principi dei diritti umani e costituzionali, lontani da ogni forma di fondamentalismo e settarismo, aperti a tutti, affinché io possa frequentarli con la stessa serenità di quando vado in una chiesa. Come musulmano il mio sforzo di tutti giorni (detto in arabo: jihad), oltre a guadagnare il pane quotidiano da un lavoro onesto, è quello di essere una persona giusta ed avere pensieri e comportamenti corretti come ci raccomandano i testi sacri delle grandi religioni e la storia di scienze umane scritte in questi ultimi tre mila anni. Poche settimane fa ho consegnato all'editore iraniano le bozze del mio secondo libro in lingua “farsi” (il persiano): “Oriente ed occidente, il dialogo tra due amici”, con l'intento di servire il progresso e la pace tra i popoli che amo di più, cioè gli iraniani e gli italiani.

 
La religione dei profeti

Quando ero un bambino dell'età di cinque anni, nella mia terra d'origine (l'Iran, un Paese musulmano in maggioranza di rito sciita), al posto dell'asilo frequentavo il “Maktab”, la scuola coranica. In questa scuola privata, sotto la guida di una unica maestra anziana e nubile, almeno venti bambini maschi e femmine imparavano a leggere il Corano in arabo. La durata di questo corso era di due anni, per raggiungere i sette anni necessari per l'accesso alla scuola elementare statale dove si studiava la lingua persiana (il “farsi”) e tante altre materie. Dal terzo anno in poi, si iniziava a studiare il Corano per due ore alla settimana.
Mia madre e la maestra mi insegnavano che la nostra religione e il Corano derivano dallo “Zabur” (libro sacro del grande profeta Abramo), dalla Bibbia di Mosè e dal Vangelo di Gesù Cristo. Mi raccontavano che la parola di Dio, dai tempi di Adamo, ci veniva portata da 124 mila profeti, di cui cinque sono i più grandi o “Ollol-Azm”: Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Maometto. Con il Corano e con la religione musulmana terminava il compito dei messaggeri “profeti” in quanto questo libro completava le religioni antecedenti. Dunque l'Islam era la continuazione del pensiero dell'ebraismo e del cristianesimo e perciò non poteva essere in alcun modo in contrasto con queste due grandi religioni monoteiste.
Le quattro donne più evocate da mia madre a casa, dalla maestra alla scuola coranica, e dai “mullah” nelle moschee erano: Sarah, prima moglie di Abramo; Bithiah, la principessa egiziana figlia del Faraone che ha pescato la culla del neonato Mosè dal Nilo per fargli da madre; Maria “Mariam” madre di Gesù;  Khadige la prima moglie di Maometto.

Il crocifisso è anche un nostro simbolo

Più tardi, all'età di vent'anni, quando per compiere gli studi universitari sono partito per l'Italia, mia madre si raccomandò: “Ricordati che le chiese cristiane e le sinagoghe ebree, da noi musulmani sono considerate case di Dio e quindi luoghi sacri. Quando sarai lontano dalla tua terra, dove non ci sono moschee, puoi andare in chiesa e, con il consenso del sacerdote cristiano, pregare Dio, compiere i tuoi doveri religiosi e trovare il conforto dei credenti”.
Quindi la cultura e la formazione mentale dei musulmani comporta un profondo rispetto verso i luoghi sacri ed i simboli della religione cristiana. Il crocifisso è il simbolo del sacrificio di Gesù Cristo che – anche per i musulmani – nacque dalla madre vergine e morì martire sulla croce, per poi salire materialmente al cielo. Di conseguenza il martirio di uno dei cinque grandi profeti “Ololl-Azm” non può che risvegliare sentimenti di rispetto e di raccoglimento. Per me musulmano la presenza del crocifisso all'ingresso della mia casa, dove vivo con mia moglie italiana, nelle aule universitarie di Perugia e di Urbino (dove per anni ho studiato), nelle camere degli ospedali, nelle chiese e nei cimiteri di questo Paese, dove ho trovato la mia nuova patria e sono felicemente vissuto per più di trentasette anni, mi è stata sempre di conforto. Il crocifisso mi ricorda che questa è la terra dei credenti in Dio e nel suo profeta Gesù Cristo. Non capisco come la presenza del crocifisso possa dare fastidio a un credente nell'Islam. Comunque, nel caso di quelli provenienti da altre terre, l'educazione ed il buon senso impongono un profondo rispetto verso i padroni di casa ed i loro usi e costumi. Solamente rispettando gli altri si può rivendicare il rispetto per se stessi.
Gli odi religiosi e razziali sono frutti malevoli di fondamentalismi ed estremismi, più politici che religiosi, lontani dallo spirito della dottrina dell'Islam che è una religione di pace e giustizia e si riassume in questi versi di una antica poesia persiana del poeta Ferdousi: “Non disturbare la formica che trasporta il chicco di grano, dal momento che anche lei è un essere vivente: e la vita è dolce per tutti.”

Hossein Fayaz


 
 
 
 
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