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Questioni di lingua:
Bagniamo le ciliegie

Con la “i” o senza “i”? Grigie o grige, bagniamo o bagnamo?
La “i” è uno storico nodo di incertezze e di oscillazioni grafiche. A molti dubbi risponde l'etimologia, la storia interna delle parole. Sono ragioni etimologiche quelle che spiegano l'alternanza pasticciere/pasticceria, termini derivati entrambi dal latino volgare pasticium e ricalcati sui modelli francesi pâtissier e pâtisserie. O anche la difformità di voci come efficienza (base latina: efficio = porto a compimento) e beneficenza (da beneficum derivato da bene facere). La stabilizzazione grafica è stata frutto, a volte, più che della tradizione grammaticale, di norme (o convenzioni) pratiche. Un esempio.
Ha cessato di essere oggetto di dibattito una delle questioni più controverse della nostra lingua: il plurale dei nomi in cia e gia con la “i” atona, ossia priva di accento. Valigie o valige, provincie o province? E' un problema esclusivamente ortografico: la “i”, che al singolare di questi nomi serve a dare suono palatale alle consonanti “c” e “g”, al plurale non ha realtà fonetica, ossia non corrisponde ad un suono effettivo. La pronuncia di ciliegie è identica a quella di ciliege. Sicché la grafia potrebbe farne a meno senza danno, se ciò non cozzasse contro usi e convinzioni scrittorie da tempo consolidati. L'esigenza di una forma sicura ha quindi giustificato norme pseudo-razionali: la “i” si scrive non solo, ovviamente, quando è accentata, (farmacìe, bugìe) ma anche quando la “c” e la “g” sono precedute da vocali: acacie, valigie. Si tralascia quando sono precedute da consonanti: mance, piogge, province. Una regola empirica, priva di fondamento scientifico, ma ormai accolta in tutte le grammatiche. Oltretutto la soluzione escogitata ha il merito di coincidere assai spesso con le esigenze dell'etimologia e di assegnare alla “i” il compito di distinguere forme altrimenti omografe: camicie/càmice, audacie (da audacia)/audace (aggettivo).
Un'altra tipica forma di titubanza: accompagniamo o accompagnamo? Le forme iamo (presente indicativo e congiuntivo, 1ª persona plurale) e iate (presente congiuntivo, 2ª persona plurale) sono prescritte dalla normativa tradizionale per i verbi in gnare e gnere come per tutte le coniugazioni, ma è da rilevare che si diffondono sempre più, per adeguamento alla pronuncia, grafie senza “i”, sostenute da una schiera di grammatici autorevoli. Chi dunque scrivesse bagnamo, spegnate, sarebbe (si rassicuri) in buona compagnia (vedi Migliorini Tagliavini Fiorelli: “Dizionario di ortografia e di pronunzia”, ERI, Torino).


La signorina “celibe”

In un curriculum delle sue esperienze di studio e di lavoro, una giovane laureata (in Lettere!) informa, alla voce stato civile, di essere celibe, quasi per sopravvenuto cambiamento di sesso. Un qui pro quo (l'uso improprio di celibe per nubile) che colpisce se non altro perché indicativo di un certo impiego (troppo) disinvolto che oggi si fa della nostra lingua.
Celibe (latino caelibe-m), aggettivo e sostantivo maschile che significa propriamente “non ammogliato”, ha il suo naturale sinonimo in scapolo (propr. “libero da vincoli e da rapporti di dipendenza”), derivato da scapolare = “sottrarsi ad una situazione difficile o pericolosa” (addirittura!) “con riferimento agli aspetti più o meno invidiabili della libertà maschile nei rapporti con le donne”. Una sfera di significati consona ad una mentalità maschilista tutt'altro che estranea alla tradizione delle società antiche.
Assai meno rude nubile = “donna non maritata” (latino nubere = “sposarsi”, dalla stessa radice di nubes = “nube”, perché la sposa veniva velata). Differenza dunque ne corre tra i due termini, eccome!
Vero è che i buoni dizionari segnalano pure l'uso, in qualche raro caso, di celibe nel significato di nubile: ma è accezione decisamente inattuale e letteraria. Ricordate la Perpetua dei “Promessi Sposi”? “Perpetua… aveva passato l'età sinodale dei quaranta rimanendo celibe”. Chi oggi userebbe questa parola per riferirla a una donna o, tanto meno, per inserirla nel contesto formalmente rigoroso e burocratico di un curriculum?

Alfredo Prologo


 
 
 
 
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