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La difficile libertà dell'Università
di Urbino


Chi andasse ad indagare un po' la storia dell'Università urbinate scoprirà che questa ha sempre vissuto in un pericoloso stato di precarietà. Oggi, mutati i tempi, la situazione non è sostanzialmente mutata, ma probabilmente sono improponibili le soluzioni adottate in precedenza per risolvere le crisi.
Nata come emanazione di un organo giurisdizionale (il Collegio dei Dottori istituito nel 1506) l'Università comincia a svilupparsi col conferimento al Collegio dei Dottori della facoltà di concedere lauree (1564) e con una minima e privata attività d'insegnamento del Diritto. La prima svolta si ebbe nel 1601 quando il Duca concesse l'istituzione di un vero e proprio “Studio Pubblico” che raccoglieva diversi insegnamenti e che, attraverso l'autorità del Collegio dei Dottori, concedeva lauree. Nel 1647 nasce anche un istituto d'amministrazione, la Congregazione dello Studio, composta da membri del Collegio dei Dottori, dello Studio Pubblico e dell'amministrazione cittadina. Nel 1671, lo Studio Pubblico passa di grado e diventa Studio Generale, cioè Università, al pari di Bologna e Ferrara. L'Università cresce, soprattutto economicamente e all'arrivo dei giacobini, sul finire del Settecento, era una florida istituzione cittadina. Analogo giudizio di floridezza, probabilmente non poteva estendersi all'attività d'insegnamento e di ricerca, ma quest'ultimo giudizio negativo poteva tristemente essere esteso a tutte le Università dell'epoca, soggette alla Chiesa o al Principe, assai meno libere delle Accademie e di altre coeve istituzioni di ricerca ed insegnamento.
Il periodo giacobino e napoleonico può essere riassunto così: l'Università venne spogliata di gran parte dei beni e venne addirittura soppressa per far luogo ad istituzioni d'istruzione inferiore. Tutto questo rientrava, del resto, nei piani centralistici e razionalizzatori di Napoleone che aveva previsto una sola grande Università e via via altri centri d'istruzione minori, più o meno specializzati, sparsi per l'impero o nei regni soggetti. Con la Restaurazione Urbino credette di poter tirare un respiro di sollievo, tutto sarebbe stato riportato ai “bei tempi” dell'ancien régime. Non fu così, il cardinale Consalvi convenì che l'organizzazione dell'istruzione superiore dello Stato Pontificio andava riformata in senso moderno. Ci sarebbero state Università primarie ed Università secondarie. Primarie sarebbero state Bologna e Roma e secondarie le altre, già, ma quali? Tutte le città sedi di un ateneo inviarono a Roma la documentazione utile per chiedere il mantenimento della propria Università, ma a fronte di polverosi privilegi di Principi, Pontefici e di Legati apostolici, il cardinale Consalvi voleva che le singole Università dimostrassero di avere i mezzi economici ed intellettuali per poter garantire un servizio degno (1816). Così, nello sconforto generale, nel 1824, molte delle piccole Università che costellavano lo Stato della Chiesa risultarono soppresse: Cesena, Fano e Urbino, per esempio. Consalvi voleva istituti d'istruzione funzionanti, le comunità locali volevano il mantenimento d'istituzioni di prestigio, funzionanti o meno che fossero.
A Urbino scattò, con otto anni di ritardo, la caccia al denaro necessario per garantire il mantenimento dell'Università. L'appello alle città ed alle comunità della Legazione (l'antico Ducato) cadde nel disinteresse dei più. L'Università è a Urbino? La finanzi Urbino! Questa fu la risposta, esplicita o implicita. E fu Urbino, principalmente, a trovare i fondi necessari. Nel 1826, scampato il pericolo, l'ateneo urbinate divenne “Università secondaria”, cioè finanziata per lo più in loco e per la prima volta pienamente soggetta alle autorità ecclesiastiche. Questo suo status venne mantenuto per gli anni successivi (pur cambiando il nome in “Stabilimento provinciale” nel 1832) fino a quando la Legazione di Urbino e Pesaro venne aggregata al Regno d'Italia nel 1860. Le cose non migliorarono, in quegli anni l'Università mantenne lo stato di “Provinciale”, ancora una volta sottoposta ad un regime di finanziamento prevalentemente locale, ed ancora una volta, Urbino si ritrovava sostanzialmente sola con i problemi della sua Università, così poco sentiti dalla comunità provinciale. Di più, l'Università di Urbino si trovò coinvolta in un dibattito che durò per tutto il periodo “liberale” del Regno. Sopprimere le Università minori (figuriamoci le libere!) fu la ricetta più volte proposta per superare la crisi dell'Istruzione superiore tra il 1860 ed il 1923. “Poche università ma buone!”, tuonavano i riformatori, mentre i piccoli atenei erano accusati di far concorrenza alle grandi università con tasse basse ed esami facili. I problemi economici non mancarono e non mancarono le chiusure di corsi, come quello di Ostetricia finanziato dal Comune. Nel frattempo, Perugia, Camerino e Ferrara, le altre Università libere del Regno, già unite con quella di Urbino per difendere i loro interessi, colsero l'occasione di divenire statali ed abbandonarono l'Università urbinate nell'impari lotta per la sopravvivenza.
Con la riforma Gentile, che mandò in pensione l'ordinamento Casati (sopravvissuto dal 1859, nonostante tutto il dibattito e le proposte di riforma dei decenni successivi), l'Università di Urbino mantenne lo stato di “Libera Università”, omettendo l'aggettivo “Provinciale”. Ancora una volta l'aggettivo “libera” significava, innanzitutto, finanziamento locale e disimpegno dello Stato. Le relazioni dei Rettori e gli articoli della stampa locale ci raccontano della lotta per la sopravvivenza dell'Università, specie quando le venne chiesto di parificare gli stipendi dei suoi professori a quello dei professori statali. Ancora una volta l'Ateneo sopravvisse, anzi, con l'apertura della Facoltà di Magistero vide incrementare enormemente il numero degli studenti. Con loro arrivò, professore di prima nomina, Carlo Bo. Credo si possa agevolmente dire che fu con Carlo Bo, per buona parte del suo cinquantenario rettorato, che l'autonomia della Libera Università di Urbino venne usata al meglio. Ne trassero vantaggio gli urbinati, ma certo anche quei professori illustri che a Urbino fecero la loro gavetta. Anche gli studenti, oggettivamente, credo non potessero lamentarsi, specie in confronto ad altre realtà universitarie. Per anni Urbino è stata all'avanguardia per i Collegi, per esempio, anche se alcuni servizi primari (le biblioteche) diciamo così, languivano. Eppure l'Università era sempre in lotta per la sopravvivenza. All'accusa che la Libertà dell'Università di Urbino fosse funzionale solo al mantenimento del contributo all'Università Cattolica di Milano, Carlo Bo riaffermava che la Libertà di Urbino non era confessionale o di parte, ed anzi che l'Università di Urbino svolgeva la stessa funzione di quelle statali, sgravando lo Stato dal relativo peso con un contributo economico davvero minimo.
La ricetta di quegli anni era quella di far crescere l'Università per garantirne la sopravvivenza. Ma ancora una volta le cose stavano per cambiare. Con la riforma Ruberti le Università statali sarebbero state più autonome, sostanzialmente quanto lo erano state le libere fino ad allora. Lo dicevamo anche noi nelle assemblee studentesche del 1990: “Urbino sarà raggiunta dalle Università statali nell'autonomia, ma senza un soldo!”. Invece la “pantera” occupava le facoltà contro la riforma per l'autonomia guardando la pagliuzza nell'occhio altrui, senza vedere la trave nel proprio. Carlo Bo proponeva la statalizzazione, come provocazione o ci credeva veramente? Credo che il suo sostenere che la libertà universitaria senza denaro non è libertà, fosse concetto sentito profondamente. Noi allora parlavamo scherzosamente di “libertà vigilata” o di “semilibertà”. Nel ‘90 non si fece nulla. Si continuò come sempre. Come sempre continuava, del resto, la politica per Urbino, basata non sulla programmazione, ma su leggine speciali. Non la manutenzione delle mura (per esempio), ma l'attesa del crollo per reclamare fondi una tantum da sottrarre ad altri importanti capitoli di spesa, fondi a loro volta soggetti a revoca in caso di più impellente necessità.
Ora il dibattito si è riaperto dopo che da mesi (anni?) si vociferava del disavanzo, della crisi, del fallimento. Imputare la responsabilità al Rettore Bogliolo appare ridicolo. Come risolvere la crisi? Si procederà con un nuovo polveroso dossier di antichi privilegi come quello redatto da Antonio Rosa per il cardinale Consalvi del 1816? O forse non sarebbe meglio guardare al futuro, provare ad immaginare quale evoluzione potranno avere un domani gli studi universitari, con la loro licealizzazione di fatto, con l'uso delle tecniche di comunicazione multimediale, con la concorrenza tra i diversi Atenei e l'apertura di corsi nei luoghi più disparati? Forse bisogna aprire un vero dibattito sulla ricerca e non fermarsi al mero dato numerico delle pubblicazioni, magari derivante in gran parte dall'ex Isef? Chi e come deve decidere del futuro dell'Ateneo? La storia ci insegna il perché gli urbinati ritengono l'Università una cosa loro, ma forse gli urbinati andrebbero aiutati a capire come stanno le cose attraverso una discussione seria che superi gli interessi di bottega, gli stessi che congelarono il dibattito quattordici anni fa. Non ci sarà una Bolla papale o un Regio decreto a sopprimere l'Università di Urbino, il rischio è ora quello della lenta inesorabile agonia che porti l'Università a dover decidere la svolta definitiva priva di forza reale, priva dell'energia per rilanciarsi nel panorama dell'istruzione superiore italiano ed europeo.
Difendere il guscio vuoto della Libertà appare oggi, ancor più incoerente e suicida, tanto più che per il timore d'essere paragonati ad istituti privati che regalano titoli di studi fasulli, si è perfino ritenuto di eliminare il termine “Libera” dall'intestazione dell'Ateneo. Le parole accorate del Gonfaloniere di Urbino del 1824 (“Perduta l'Università è ad un tempo perduto miseramente ogni bene ed ogni speranza per la nostra città”) andrebbero interpretate alla luce dei tempi d'oggi, dove perdere l'Università significa innanzitutto avere un'Università immiserita, screditata, in agonia permanente.

Antonio Conti



 
 
 
 
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