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  *

Brutti ricordi di guerra

Fano tra poesia e storia, vista da Rino Magnini

Sono nato all'inizio della guerra e l'ho vissuta tutta col cuore di un bambino piccolo che, fortunatamente, non poteva ricordare tutti i drammatici particolari, ma solo qualcosa che, a livello emotivo, lo colpiva fortemente. Il suono sinistro della sirena d'allarme che annunciava gli imminenti bombardamenti nella zona dell'aeroporto nelle cui vicinanze abitavo, sì, questo me lo ricordo, e le corse nel rifugio scavato nel campo dietro le case, al di là degli orti.

Una mattina fui svegliato improvvisamente da mia madre che di peso mi portò nel rifugio. Corremmo lungo lo "stradino" dell'orto e, attraverso un foro, già predisposto nella rete al confine con il campo agricolo, ci scagliammo dentro il rifugio a qualche decina di metri. Ricordo la terra fredda e gialla delle pareti del rifugio con delle immaginette sacre appese, qualche coperta stesa per adagiarsi, qualche candela per fare un po' di luce, qualche tozzo di pane, qualche mela, poche cose e tanta paura: più per i grandi che per noi piccoli che non potevamo capire la dimensione dei fatti. E li ricordo bene, li rivedo ancora davanti agli occhi, i crateri delle bombe cadute non lontano dal rifugio miracolosamente rimasto intatto. Ogni tanto sentivo parlare di persone rimaste ferite, di qualcuno che era morto, ma la voglia di vivere e soprattutto di giocare come si poteva, liberava presto noi bambini dalle tristi emozioni.

Ricordo lo sfollamento con il carro pieno di masserizie legate con le corde, trainato dal cavallo. Si dovette andar via improvvisamente perché la zona di residenza era ad alto rischio. Inconsciamente cademmo dalla padella alla brace. Ci recammo in campagna, tra le colline del pesarese in casa di parenti, in piena Linea Gotica. Convivemmo per lunghi mesi in promiscuità, dormendo anche nelle stalle. I ricordi di questa esperienza sono più nitidi: rastrellamenti, uomini che si nascondevano sotto i pagliai per non essere deportati, tedeschi che arrivavano improvvisamente a prendere il fieno e volevano proprio quello dove c'era il nascondiglio e c'era un bel da fare per convincerli a cambiare idea; volevano i cereali, la farina, gli animali da cortile, le mucche, gli oggetti più svariati, pentolame, biciclette, tutto quanto vedevano e che poteva essere di loro utilità. A mia madre un giorno presero a sua insaputa il paiuolo e una bicicletta che lei poi riconobbe fra tante altre cose caricate sul camion. Si piazzò davanti all'automezzo e non si spostò finché non riebbe le sue cose. Mi teneva per mano e forse i tedeschi si commossero. Un giorno alcuni uomini (rivedo le immagini, seppur nebulose) dovevano scavare delle fosse a loro misura, avevano capito e piangevano, ma poi per l'intervento di un superiore tedesco che non aveva perso l'uso del "cuore", furono salvi. Mio padre faceva il barbiere. Ogni mattina una camionetta tedesca veniva a prenderlo per portarlo al comando per lavorare fino a sera. Per noi bambini e per mia madre era sempre un distacco pieno di incognite. Quando la sera lo riportavano, eravamo felici. A volte gli davano lo zucchero in zollette e del pane nero talmente duro che non si riusciva a frantumare.

Finalmente arrivò il giorno della liberazione ad opera di polacchi e canadesi e fu una grande festa. Così potemmo tornare a casa, ma non tutto filò liscio. Alla periferia della città, in prossimità di una curva in discesa della zona Fenile, il carro cedette su di un lato e il tutto si rovesciò sopra mio padre che scomparve sotto le masserizie. Scena straziante: mia madre che gridava aiuto, noi figli che piangevamo e il vecchio nonno precipitato dal carro sulla schiena del cavallo. Noi piccoli ci salvammo perché nostra madre ci aveva fatto scendere, quasi presentendo il pericolo, prima di affrontare la curva in discesa. Accorsero i contadini del luogo: si incominciò a rimuovere i mobili e tutte le altre cose e, come per miracolo, mio padre uscì salvo, seppur zoppicante e spaventato. Riparato il carro, o sostituito non ricordo, si tornò a casa con quello che restava di integro dopo l'incidente. All'arrivo, la casa, come tutte le altre ai fianchi, era in piedi, ma la porta era stata forzata: forse qualcuno vi aveva pernottato durante la nostra assenza o vi era andato a frugare. Ad accoglierci, ricordo anche questo, il vecchio gatto tigrato Mino, pure lui miracolosamente scampato ai pericoli. Nel rivedere oggi in televisione tanti bambini con le loro mamme, coi vecchi o da soli in fuga, mi si stringe il cuore.

La guèra

Da fiulin, m'arcord, la guèra:
anca ji ho avut paura,
ho pruvat quant era dura
scapà d'corsa sota tèra,
tel rifugio, dietra l'ort,
a l'iscur, sota le bomb,
dop l'alarm, prima d'i romb,
mesager d'ruvin e mort.
Stami al lum d'una candela
vechi, don, madre e fiulin:
per i grand un altarin,
per i fioi un cest de mela
sa tre quatre cuj de pan.
Le vechiet in tun cantón
divne sempre l'urasión…
sa ‘l rusari stret tle man!
Ogni tant qualch temerari
pian pianin scapava fòra,
incurant del temp e dl'ora,
giva in gir p'i su afari,
e non d'rad una granata
i scupiava poch distant…
era merit de qualch sant
se la vita era salvata.
Og s'arved de là del mar
un spetacul scunvulgent:
‘na gran masa d'pòra gent
che, tra foch e bomb e spar,
scapa ancora disperata
sa i fiulin apena nati
sa j'ansian più malandati,
da ‘na tèra masacrata.
Ji me digh, dù è ‘l prugrès?
Quest è ‘n mond d'filibustier
a cacia d'sold e de puter…
che s'asmea più ma ‘n cès!


 
 
 
 
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