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La sofferenza dei malati di mente

E' stata una rivelazione per me la lettura del libro di John Conolly "Trattamento del malato di mente senza metodi costrittivi (1856)". John Conolly, psichiatra inglese, per gentile esortazione di Sir James Clark fu indotto, come egli stesso dice nell'introduzione, a concorrere per il posto di medico nell'ospedale psichiatrico di Hanwell, vicino a Londra, e finì di scrivere il libro, riguardante la sua esperienza con i malati mentali lì ricoverati, nel 1856, quasi 150 anni fa. Lo stupore per il lettore moderno nasce da alcune sue affermazioni fondamentali dalle quali scaturisce il suo metodo. Egli parte dall'assunto, ancora oggi spesso ignorato, che sul malato non possono essere usate costrizioni e che il malato possiede un suo originale modo di essere e di comunicare. Se gli operatori psichiatrici non ne sono ampiamente coscienti, a lungo andare provocano un peggioramento globale del paziente il quale prima si difende dai maltrattamenti divenendo a sua volta più aggressivo, poi, non trovando scampo, finisce per chiudersi in se stesso e morire precocemente di sofferenze, che noi possiamo solo immaginare, ma che, comunque, sommano malattie del corpo a terribili sconvolgimenti della mente.

Un po' per la consuetudine all'osservazione diretta dei malati, un po' per il desiderio di girovagare tra libri e riviste alla ricerca di opinioni sul tema della "follia", un po' per l'intuizione propria di molti genitori con figli anormali sul piano del comportamento, il mio stupore si è tradotto ben presto nella convinzione che il dottor Conolly avesse ragione. Oggi scienziati e politici illuminati e un crescente numero di cittadini dimostrano un autentico interesse per il problema. Fanno testo in tutto l'occidente le innumerevoli denunce sulla condizione dei manicomi da parte di gruppi spinti da una cultura che, nonostante il predominio della tecnologia, colloca al centro della conoscenza l'uomo in tutte le sue manifestazioni. John Conolly mise al centro del suo sistema l'uomo malato, lo amò con passione, lo curò con un metodo rivoluzionario contro tutti i canoni dell'epoca. Fu un grande psichiatra. Un fiore nelle aride lande della "pazzia". Purtroppo il profumo svanì presto non solo per le critiche di gretti conservatori, ma soprattutto per il "totale disaccordo degli organismi statali e dei comitati di sanità" e ciò, dice l'autore, "ha isolato la nostra esperienza conferendole la caratteristica squalificante di mero esperimento isolato nello spazio e nel tempo...; mi auguro solamente che il futuro riservi all'umanità ammalata una sorte migliore".

La cronaca scopre, anche in questi ultimi anni del secolo, orribili situazioni in cui i maltrattamenti sono all'ordine del giorno. Tuttavia la scoperta degli psicofarmaci negli anni '50-'60 ha diminuito notevolmente la contenzione fisica. Sono sparite le cinghie, le catene, le camicie di forza e le violenze più brutali. Sotto l'effetto di sostanze chimiche, il malato si tranquillizza e, in condizioni ambientali ottimali, può trarne notevoli benefici. Ma nasce un altro problema non meno rilevante e non meno pericoloso per la sorte dei pazienti. Le case farmaceutiche hanno prodotto, dal '60 in poi, montagne di psicofarmaci e in questi ultimi anni ne nascono di nuovi. Ma come si devono prescrivere? Chi deve osservare il decorso? Qual è la giusta dose in considerazione del fatto che questi pazienti, soprattutto se ricoverati, molte volte non sono in grado, proprio per il tipo di patologia, di descriverne gli effetti collaterali? Dove finisce l'uso razionale che comporta un controllo attento del medico psichiatra e inizia l'abuso che provoca la morte per overdose o, quanto meno, il deterioramento graduale di tutti i tessuti dell'organismo? E infine, interpretando il pensiero di John Conolly, sono sufficienti gli psicofarmaci prescritti con oculatezza dal medico o è necessaria anche la "cura morale" tanto raccomandata dalla psichiatria inglese? La mancanza di caldi rapporti umani e sociali e l'uso improprio di sostanze chimiche equivalgono ai maltrattamenti inflitti nel passato.

Diana De Caneva
Presidente ANFFAS - Pesaro
Via Cardinal Massaia 3, Tel. 0721/414011

L'ANFFAS ha organizzato per il giorno martedì 19 maggio, presso la sala della Provincia di Pesaro, un convegno sulla schizofrenia in cui interverranno alcuni illustri scienziati italiani, fra i quali il farmacologo, prof. Silvio Garattini e lo psichiatra prof. Giovanni Muscettola.


 
 
 
 
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