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Maggio 1998 / Lettere e Arti
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  *

Eleonora L., ovvero, miss gambissime

L'altra estate conobbi una ragazza ad una festa. Era una di quelle feste cubane, con musica latino-americana, che facevano in spiaggia, il martedì sera. C'erano vari citrulli, un DJ meticcio dall'aria poco rassicurante, un intrattenitore, che ballava e insegnava i balli di gruppo, una biondina che era una specie di P.R., e poi lei, Eleonora L. A quel tempo non sapevo ancora come si chiamava, l'ho scoperto dopo un po' e mi è anche costato una certa fatica, peraltro perfettamente inutile. In sostanza conobbi Eleonora L. quando mi parò addosso due occhioni, bianchi, lucidi, di quelli che ti prosciugano. Era una ragazza bellissima, mora, coi capelli lunghi. Faceva la intrattrenitrice, e ballava alle feste, a quelle feste cubane.

Insomma il martedì sera mi ritrovavo a questa festa cubana, tutto preso dall'atmosfera, mi rivenivano in mente i capolavori di Hemingway, di Garcia Marquez, e mi ritrovavo faccia a faccia con questa bella ragazza mora. Mi teneva d'occhio come un sorvegliato speciale. Io non è che abbia mai avuto molta voglia di attaccare bottone, specie alle feste, e specie in mezzo a quei cretini. Alle feste vado per rilassarmi, caso mai. Ma siccome mi ritrovavo il culetto di questa ragazza, ovunque, a un metro da me, che mi puntava, ad un certo punto mi incuriosii. La festa era organizzata da dei tizi di Gabicce, una scuola di ballo, ballo latino- americano. Lei stava con loro, quindi era di Gabicce anche lei. Poi un giorno mi divertii a pedinarla, quando da Baia Flaminia, dove si teneva la festa, tornava verso Gabicce, in macchina, con una sua amica. Io ero in scooter, e dopo qualche minuto la persi, sulla nazionale per Gabicce. Però mi ricordavo il modello dell'auto, una Fiat Uno, e i primi numeri della targa, PS 28. Così andai alla motorizzazione, per cercare di risalere a chi apparteneva l'auto. All'ufficio mi si pararono davanti due tizi, che non avevano molto l'aria di esserci. Niente da fare, da PS 28 non c'era modo di risalire all'auto. Mi dissero lo stesso anche all'Aci, e anche alla Polizia.

Poi mi ricordai che conoscevo un tizio a Gabicce, solo una persona. Era uno che aveva tentato di fare il regista, l'attore. Era un pazzoide. Gestiva d'estate l'albergo della sua famiglia. Ci andai. Era in crisi mistica. Leggeva i libri di un filosofo indiano, Khrisnamurtyi, e non ne usciva vivo. Li rileggeva decine di volte e la cosa gli stava cominciando a bruciare il cervello. Era entrato troppo nella parte, e si credeva una specie di asceta. Comunque un buon consiglio me lo diede. Mi disse di contattare Paolo Porelli, un giornalista di Gabicce, che di Gabicce sapeva tutto. Gli telefonai e dissi una cosa del tipo: "Buon giorno, sono Roberto Labate, sono uno scrittore, e dovrei scrivere una storia su una sorta di club culturale che dà delle feste latino americane, a cui partecipa anche una ragazza, che dovrebbe essere miss Gabicce, mi sembra...". Funzionò benissimo. Paolo Porelli fu gentile e utilissimo. Chiese ai figli, mi disse di ritelefonare dopo qualche minuto, e, quando ritelefonai, mi diede il nome della ragazza, Eleonora L., la figlia del dottor L. Il Dottor L., in seguito, si rivelò un povero stronzo. Dall'anagrafe, senza stare ulteriormente ad annaspare a vuoto, appresi l'indirizzo della ragazza. Era su una via dove mi era capitato spesso di passare, una traversa del lungomare. Ci andai e passando vidi la cassetta delle lettere.

Quella sera mi venne da scriverle una lettera che cominciava con una cosa del tipo: "Cara Eleonora, non è facile scrivere una lettera ad una persona che non si conosce...". Mi veniva facile. Scrissi ovviamente chi ero e firmai, con tanto di indirizzo. Recapitai la lettera a mano, ed il giorno dopo squillò il telefono.

"Pronto, sono Eleonora".

Mi trovai a parlare con questa ragazza, una voce da bambina, simpatica, anche se evidentemente immatura. Voleva sapere cosa facevo nella vita. Facevo mille cose, ero uno scrittore. Poi ad un certo punto mi salutò. Mi aveva fatto venire un affanno incredibile. Qualche giorno dopo le scrissi un'altra lettera, partendo da dove mi aveva lasciato lei. Chi ero? E mi venne da riprodurre i versi della celebre poesia "Guantanamera" di Josè Martì "..il mio verso è un cervo ferito / che nel bosco cerca riparo...". Scrivevo delle belle lettere, folli, le parlavo dei miei scrittori preferiti, e alla fine firmavo la lettera col mio nome e quello di tutti gli scrittori che avevo citato. La cosa durò parecchio. Ad ogni lettera che mandavo, e che recapitavo personalmente, ricevevo una o più telefonate, tutte di tono amichevole, simpatico. Era una specie di gioco, e intanto in qualche modo, imparavamo a conoscerci. Io avevo già capito che era una ragazza giovane, di 21 anni, piuttosto superficiale. Il suo mondo erano le feste, i concorsi di bellezza e poco altro. Studiava Lingue e Letterature Straniere, ma qualsiasi cosa le dicessi, di letterario, era arabo per lei.

Poi ad un certo punto qualcosa successe. Io l'avevo vista più volte con un ragazzetto, lungo, che se la mastricciava un po' alle varie feste sceme di quella gente. E a lei andava benissimo. La cosa, onestamente non mi importava tanto, solo che non capivo perchè giocasse anche con me, mi lanciasse quelle occhiate assassine, col bianco delle pupille che brillava alla luce della luna. Presto lo capii. Era scema. Giocava con tutto quello che poteva, il suo mondo erano le feste, e farsi vedere. Poi, un giorno le scrissi un'altra lettera, in cui le parlavo di una cosa che mi era successa, la perdita di un'amica, che mi aveva molto turbato. Qualche giorno dopo mi telefonò, dicendomi che il padre non voleva che la cercassi più. Il padre? E chi lo conosceva? Cosa voleva? Il mio amico asceta una cosa giusta l'aveva detta. E cioè che quella ragazza era paranoica, ed era completamente montata, plagiata dalla famiglia, piccolo borghese e molto ambiziosa. Il padre poi era gelosissimo, e non permetteva che nessuno si avvicinasse alla figlia, che era una sorta di sua creatura che, in qualche modo, gli dava lustro. Una situazione fra l'edipico, il folle ed il miserabile.

All'inizio non ci avevo dato peso a queste cose. Le credevo le solite chiacchiere di paese. Ma ad un certo punto mi arrivò una comunicazione dal commissariato. Lì un poliziotto 'mi diffidò', cosa palesemente illegale, oltre che cretina, di non cercare più di contattare la signorina Eleonora L. Dopo un po' di sbandamento, capii che non potevo lasciare la cosa così, perché oltretutto era pericolosa. Mi risolsi di andare da un avvocato, donna, e le spiegai cosa mi era successo. Facemmo un esposto al commissariato e, per conoscenza alla famiglia di Eleonora L., in cui io in pratica respingevo ogni accusa di aver importunato nessuno, spiegavo di avere una relazione amichevole con una ragazza, poi qualcosa era successo, lei doveva aver accettato di scrivere un esposto sotto dettatura del padre, l'avevano dato ad un amico poliziotto che aveva fatto il resto. Respingevo comunque sdegnosamente qualsiasi intromissione nella mia vita privata e minacciavo di denunciare tutti se ne avessero combinata qualcun'altra. La madre della ragazza telefonò al mio avvocato, cercando, bonariamente, di ricomporre la cosa, dicendo che fra l'altro avremmo sempre potuto vederci alle feste... Alle feste? La ragazza mi telefonò dicendo che le mie lettere che parlavano di morte erano ... UNA MOLESTIA! Non potevo crederci. Aveva interpretato quel riferimento che avevo scritto sulla mia amica come una minaccia a lei. Era pazza, era veramente paranoica. E il padre, stronzo, doveva veramente avere un quoziente intellettivo da rana. Oltre che un rapporto molto malato con la figlia. Non sapevo proprio che dirle al telefono. Tanto, a cosa serviva? Cosa avrebbe capito? Mi misi a ridere, le dissi che era inutile farla lunga, che erano cose che succedono, e che se in galera ci andavo io, lei mi avrebbe portato da leggere, mentre se ci andava lei, io le avrei portato i dolcetti e i fiorellini con cui ornare la finestra colle sbarre. Ci lasciammo ridendo. Poi ogni tanto l'ho rivista. Una volta l'ho avvicinata dicendole di non avere rancore, ma era troppo presa dalla festa e dai balli. A volte la rivedo. Non è cambiata molto.

Roberto Labate


 
 
 
 
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