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Il sacrificio del “Nullo”

Il capitano di corvetta Costantino Borsini.

E' tradizione, in occasione della Festa della Marina Militare, ricordare l'impresa del comandante Luigi Rizzo e l'affondamento della corazzata austro-ungarica “Santo Stefano”, avvenuto il 10 giugno 1918. Ma la nostra Marina ha al suo attivo molti episodi in cui ardimento e professionalità rifulgono nei suoi protagonisti. Vorrei illustrare brevemente un episodio accaduto il 21 ottobre 1940  nel Mar Rosso, durante la Seconda guerra mondiale.

Il 20 ottobre era stato avvistato un grosso convoglio britannico diretto a Suez e quattro caccia della Regia Marina uscirono dal porto di Massaua per contrastarli. Uno di questi caccia, il “Nullo”, era comandato dal capitano di corvetta Costantino Borsini, un giovane ufficiale milanese di 34 anni, sposato e padre di un bambino di tre anni. Dopo prolungati scontri nel buio, duelli d'artiglieria, siluri lanciati, grande spiegamento di fuoco, un ultimo colpo di cannone inglese colpì il “Nullo” che si trovò col timone bloccato, iniziando a girare in tondo come una trottola. Da quel momento il caccia perse il contatto con le altre nostre unità che ripararono presso l'isola di Harmil, sotto la protezione di una batteria della nostra Marina; se sul “Nullo” fossero riusciti a riparare l'avaria, ci sarebbe stata una possibilità di salvezza per nave ed equipaggio.

Il comandante Borsini si prodigò, incitando il suo personale ed infondendo fiducia; ma alla fine, dopo quattro ore di tentativi, alle 6.30 ordinò l'abbandono della nave per i duecento uomini di equipaggio. Con l'isola di Harmil in vista, la salvezza per l'equipaggio era facile, praticamente sicura; mentre, con il crepuscolo mattinale, la nave immobilizzata e sbandata sulla fiancata di dritta sarebbe diventata una preda per gli artiglieri inglesi. Per il comandante Borsini, secondo il codice d'onore di una epoca già tramontata, era forte la volontà di seguire la sorte della sua nave (inquietante coincidenza: il 21 ottobre è il giorno esatto di Trafalgar, in cui morì l'ammiraglio Nelson).

Un superstite del “Nullo”, il fuochista Giovanni De Martis, raccontò così l'accaduto: "Quando ci avvedemmo che il comandante restava a bordo, tutti, dai nostri zatterini lo implorammo di scendere, perché ormai sulla nave non c'era più nessuno e non c'era niente da salvare che valesse il sacrificio di una vita. Ma il comandante non si muoveva, era come assorto nel drammatico gesto che aveva a lungo meditato, una statua di marmo, fermo, incrollabile. Il suo attendente, un marinaio napoletano di Torre del Greco, Vincenzo Ciaravolo, pescatore, figlio di pescatori, vent'anni appena compiuti, era con noi. Ma, a differenza di noi, s'era gettato in mare soltanto dopo aver ricevuto l'ordine perentorio del comandante. E sembrava ancora incredulo per quell'ordine, ma poi, insieme a noi tutti, incitò il comandante a salvarsi. Quando infine comprese che il comandante voleva morire con la sua nave, con un gesto fulmineo che lasciò tutti noi sbalorditi, si gettò dallo zatterino e con poche bracciate raggiunse il caccia, inclinato sulla fiancata di dritta, e ci si arrampicò. Si diresse subito verso la plancia; ma poi non vidi più nulla perché intanto l'incrociatore inglese “Kimbell” aveva ripreso a sparare. Poi d'improvviso, l'esplosione, come di un vulcano, forse una serie rapidissima e concentrata di esplosioni. Istintivamente ci rannicchiammo; la nave, la nostra nave, era  esplosa  con  il  comandante  ed  il  suo attendente a bordo”.

Qui termina il racconto di Giovanni De Martis. Non sapremo mai cosa ha veramente spinto il marinaio Ciaravolo a tornare sul “Nullo”, se per condividere la fine con il suo comandante o nell'estremo tentativo di convincerlo  a  salvarsi. Due gesti altamente nobili: da una parte quello di Borsini che vuole condividere la sorte della sua nave; dall'altra parte quello di Ciaravolo, che riassume lo spirito del marinaio nella sua forma più nobile, un sublime gesto di solidarietà.

La Regia Marina, pur assegnando la medaglia d'oro alla memoria ai due marinai per il loro sacrificio, emanò ordini drastici perché i comandanti si astenessero dal seguire la sorte della nave. Un ordine che nessun'altra Marina ebbe mai bisogno di impartire.

Riccardo Merloni

 


 
 
 
 
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